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SUMMARY:IL VIALE DEL TRAMONTO
DESCRIPTION:un progetto a cura di MUTA IMAGO\nregia e scene Claudia Sorace\ninterpretato da IAIA FORTE\, MASSIMO VERDASTRO e GIOVANNI ONORATO\ndrammaturgia Riccardo Fazi\nmusiche Lorenzo Tomio\nluci Maria Elena Fusacchia\nuna produzione Argot Produzioni\nin coproduzione con INDEX\, La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello\ne con Solares Fondazione delle Arti \nin collaborazione con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito \nUn giorno Iaia Forte è venuta a vedere Tre Sorelle. Non ci conoscevamo davvero\, ma all’uscita ci ha detto: “Ragazzi noi dobbiamo fare uno spettacolo insieme.” \nPer noi Iaia era un mito\, una chimera\, una sfinge. \nUn mese dopo ci ha invitato a cena nella sua torre romana\, piena di segni e voci di una vita enorme. \nDavanti al caminetto acceso\, ci è venuto in mente Viale del Tramonto. \nAvevamo timore di proporle la storia di una diva dimenticata\, abbracciata solo dal suo primo marito\, Max von Mayerling. Invece Iaia si è illuminata. \nAbbiamo continuato a incontrarci\, mescolando racconti di vita e riflessioni sul teatro. \nPoi ci siamo detti: “Se ha senso farlo\, va fatto come nel film.” \nViale del Tramonto è un trattamento originale ispirato alla sceneggiatura del celebre film\, facendola dialogare con la storia del teatro italiano. \nNorma è una diva dimenticata\, Max il suo cameriere e grande regista del passato. \nLa loro vita sospesa viene interrotta dall’arrivo di Joe\, giovane sceneggiatore squattrinato che lentamente viene catturato nella rete della ricca diva\, come accade nelle migliori favole nere. \nUn gioco di specchi tra finzione e realtà\, dove i corpi e le biografie degli attori diventano materia drammaturgica.\nIl fascino di chi si ostina ad essere sé stessa in un mondo che cambia. \nNorma è un fantasma che continua a infestare il presente\, uno scarto tra essere e realtà. Una figura che resiste al tempo\, alle estetiche\, ai gusti che si trasformano.\nAvere a che fare con questa storia significa fare i conti con l’idea stessa di tramonto\, personale e collettivo. Claudia Sorace –  Muta Imago
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SUMMARY:L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP – PRESS CONFERENCE
DESCRIPTION:L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP di Samuel Beckett\, traduzione Carlo Fruttero\nPRESS CONFERENCE di Harold Pinter\, traduzione Alessandra Serra \nregia Roberto Andò\ncon Renato Carpentieri\nil bambino è Agostino Cossia\nle voci della stampa sono di Valentina Acca\, Annalisa D’Amato\, Patrizia Lopez\, Andrea Renzi\, Lorenzo Vacalebre\nscene e luci Gianni Carluccio\ncostumi Daniela Cernigliaro\nsuono Hubert Westkemper\naiuto regia Luca Bargagna\ndirettore di scena Teresa Cibelli\nassistente ai costumi Pina Sorrentino\nassistente al suono Italo Buonsenso\nassistente alle scene tirocinante “Accademia di Belle Arti di Napoli” Serena Zhang\ndatore luci Francesco Adinolfi\nvideo Pietro Di Francesco\nmacchinisti Enzo Pamieri\, Daniele Di Fronzo\nsarta Nunzia Russo\nsegretario di produzione Antonio Turco\ntrucco Vincenzo Cucchiara\nscene e luci Gianni Carluccio\n \nL’ultimo nastro di Krapp è rappresentato in accordo con Arcadia & Ricono Ltd\nper gentile concessione di Curtis Brown Group Ltd\nproduzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale\, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival \ndurata 60’ \nRoberto Andò accosta L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett a Press conference di Harold Pinter in un dittico che indaga il rapporto fra parola\, memoria e potere\, affidandoli all’interpretazione di Renato Carpentieri. \nNe L’ultimo nastro di Krapp\, il cuore della scena è un “dialogo impossibile”: un uomo ascolta la propria voce registrata trent’anni prima e si confronta con il fantasma di sé stesso. La parola diventa archivio\, traccia\, residuo e la memoria un campo di battaglia. Un Krapp “archivista del nulla”\, sospeso tra ironia e struggimento\, tra lucidità e disfatta. \nIn ideale e inquietante contrappunto\, Press conference sposta il conflitto dalla sfera privata a quella pubblica. Il portavoce governativo risponde ai giornalisti con frasi melliflue e feroci\, evidenziando\, attraverso l’ironia tagliente di Pinter\, la manipolazione del linguaggio politico e il potere come dispositivo di controllo. \nSe in Beckett la voce registrata scava nell’identità fino a rivelarne il vuoto\, in Pinter la voce ufficiale costruisce un vuoto di senso per esercitare dominio. Due solitudini diverse\, quella dell’uomo davanti al proprio tempo perduto e quella dell’uomo di potere davanti alla verità\, compongono così un unico discorso teatrale sulla responsabilità della parola.
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DESCRIPTION:L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP di Samuel Beckett\, traduzione Carlo Fruttero\nPRESS CONFERENCE di Harold Pinter\, traduzione Alessandra Serra \nregia Roberto Andò\ncon Renato Carpentieri\nil bambino è Agostino Cossia\nle voci della stampa sono di Valentina Acca\, Annalisa D’Amato\, Patrizia Lopez\, Andrea Renzi\, Lorenzo Vacalebre\nscene e luci Gianni Carluccio\ncostumi Daniela Cernigliaro\nsuono Hubert Westkemper\naiuto regia Luca Bargagna\ndirettore di scena Teresa Cibelli\nassistente ai costumi Pina Sorrentino\nassistente al suono Italo Buonsenso\nassistente alle scene tirocinante “Accademia di Belle Arti di Napoli” Serena Zhang\ndatore luci Francesco Adinolfi\nvideo Pietro Di Francesco\nmacchinisti Enzo Pamieri\, Daniele Di Fronzo\nsarta Nunzia Russo\nsegretario di produzione Antonio Turco\ntrucco Vincenzo Cucchiara\nscene e luci Gianni Carluccio\n \nL’ultimo nastro di Krapp è rappresentato in accordo con Arcadia & Ricono Ltd\nper gentile concessione di Curtis Brown Group Ltd\nproduzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale\, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival \ndurata 60’ \nRoberto Andò accosta L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett a Press conference di Harold Pinter in un dittico che indaga il rapporto fra parola\, memoria e potere\, affidandoli all’interpretazione di Renato Carpentieri. \nNe L’ultimo nastro di Krapp\, il cuore della scena è un “dialogo impossibile”: un uomo ascolta la propria voce registrata trent’anni prima e si confronta con il fantasma di sé stesso. La parola diventa archivio\, traccia\, residuo e la memoria un campo di battaglia. Un Krapp “archivista del nulla”\, sospeso tra ironia e struggimento\, tra lucidità e disfatta. \nIn ideale e inquietante contrappunto\, Press conference sposta il conflitto dalla sfera privata a quella pubblica. Il portavoce governativo risponde ai giornalisti con frasi melliflue e feroci\, evidenziando\, attraverso l’ironia tagliente di Pinter\, la manipolazione del linguaggio politico e il potere come dispositivo di controllo. \nSe in Beckett la voce registrata scava nell’identità fino a rivelarne il vuoto\, in Pinter la voce ufficiale costruisce un vuoto di senso per esercitare dominio. Due solitudini diverse\, quella dell’uomo davanti al proprio tempo perduto e quella dell’uomo di potere davanti alla verità\, compongono così un unico discorso teatrale sulla responsabilità della parola.
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DESCRIPTION:di Eschilo\ntraduzione Riccardo Favaro\, Carmelo Rifici \nregia Carmelo Rifici\ncon (in ordine alfabetico) Fausto Cabra\, Alfonso De Vreese\, Igor Horvat\, Stefano Iagulli\, Marta Malvestiti\, Giusi Merli\, Valeria Milillo\, Francesca Osso\, Valentina Picello\, Monica Piseddu\, Anahì Traversi\nScene Daniele Spanò\ncostumi Margherita Baldoni\ndisegno luci Marzio Picchetti\nmusica Federica Furlani\, Zeno Gabaglio\nsound design Andrea Gianessi\nregista assistente Ugo Fiore\nproduzione LAC Lugano Arte e Cultura\nin coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa\, La Fabbrica dell’attore – Teatro Vascello\, Piccolo Teatro di Milano –Teatro d’Europa\, Teatro Nazionale di Fiume – HNK Ivana pl. Zajca u Rijeci \nOrestea – Parte 1 / Mithos\nSi apre con l’Agamennone e si chiude con la prima lamentazione del coro delle Coefore. Si tratta di decifrare\, nella storia dell’uccisione di Agamennone e Cassandra da parte di Clitemnestra ed Egisto\, e nel riconoscimento di Elettra del fratello Oreste come unico vendicatore\, portatore di giustizia\, un trauma fondativo della civiltà occidentale. In questo mondo\, fatto soprattutto di dèi del sottosuolo\, i morti non muoiono se non vendicati. Qui la violenza è regolata dalla giustizia della vendetta. Su questa certezza si costruisce il primo pilastro della società occidentale e su questa evidenza si chiude la prima parte della tragedia.
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DESCRIPTION:Orestea – Parte 2 / Logos \nInizia con Oreste e Pilade e il loro destino di uccisori di Clitemnestra; si apre con il matricidio e si chiude con il tribunale di Atene\, dove il processo ai danni di Oreste termina con la sua assoluzione\, grazie all’intercessione di Apollo\, ma soprattutto alla strategia di Atena. Si abbandona la riva del mito per entrare nel territorio della storia dell’uomo; l’assoluzione di Oreste sancisce la nascita della democrazia occidentale\, che poggia il suo primo pilastro sull’assassinio di una Grande Madre. La democrazia non nasce dalla pace ma da una violenza regolata: la polis non elimina la barbarie\, la trasforma. Il logos non risolve ma è contenimento della forza arcaica. \nCarmelo Rifici rilegge Orestea di Eschilo restituendole il suo carattere di origine\, di trauma fondativo: non un racconto antico\, ma la soglia in cui l’umanità scopre che la violenza non si elimina\, si organizza. Un’indagine sulla fragilità della nostra idea di giustizia e su ciò che abbiamo perduto nel passaggio dal mondo arcaico al logos. In questa nuova produzione LAC\, Carmelo Rifici sceglie di indagare le origini della democrazia occidentale a partire dall’unica trilogia della classicità greca giunta integralmente fino a noi: Orestea di Eschilo\, composta dalle tragedie Agamennone\, Coefore ed Eumenidi. Al centro del lavoro vi è l’ipotesi che la democrazia non nasca da una volontà di pace\, bensì dall’esigenza di regolare la violenza ineliminabile; la polis\, la città-stato non è l’alternativa alla barbarie della guerra e della vendetta\, ma la sua trasformazione migliore. Questo pensiero\, così nitido già in Eschilo\, getta una luce malinconica sul nostro stesso concetto di democrazia. In scena si confrontano due mondi: le forze arcaiche\, antica sapienza politeista che incarna la memoria sacrificale\, e l’astrazione del logos\, sotto l’egida di un unico Dio\, che tenta di contenere – più che superare – il concetto di vendetta. Il tribunale di Atene che assolve Oreste dalla colpa di matricidio\, grazie alle strategie oratorie e incantatrici di Atena\, nata dal cervello di Zeus\, mostra come\, alla luce della storia contemporanea\, l’uomo moderno sia il risultato di un fragile e pericoloso compromesso\, sempre minacciato dagli eventi\, e non il frutto della sapienza umana.
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SUMMARY:VAI PURE
DESCRIPTION:gli anni 70 fra arte e femminismo nella storia di Pietro Consagra e Carla Lonzi \nRiduzione teatrale a cura di Paola Pitagora\nCon Paola Pitagora e Fernando Maraghini\nscene Johanna Tedde\nmusiche Mirio Cosottini\nregia a Massimo Luconi\nproduzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello\nun progetto in collaborazione con il festival di Radicondoli \ndurata 60’ circa \nUn dialogo intenso e avvolgente fra un famoso artista come Pietro Consagra e Carla Lonzi\, la più importante teorica del femminismo italiano fra gli 70 e 80.\nUna massacrante autocoscienza che scava senza pudori e senza reticenze nell’intimità della relazione di due personaggi importanti mettendo a nudo il ruolo della donna e le debolezze dell’uomo.\nNel 1980\, per quattro giorni\, un uomo e una donna si siedono davanti a un registratore per parlare della relazione che li ha uniti per molti anni e che ha attraversato dei cambiamenti ineluttabili\, e discutono accanitamente dell’incomprensione di fondo\, insanabile che mina la loro relazione e il rapporto uomo donna. \nÈ un colloquio intimo\, impegnativo e a tratti struggente\, che non nasce per diventare pubblico\, ma si rivela da pubblicare alla luce della forza della conversazione. Sono Carla Lonzi e Pietro Consagra\, due figure che hanno dedicato tutto il loro talento e la loro originalità all’arte e al femminismo\, qui a confronto innanzitutto come uomo e come donna intenti a spezzare “l’omertà del rapporto a due”. \nVai pure è uno straordinario match\, serrato e avvincente che scavando nell’esperienza di una relazione\, mette in luce tematiche ancora terribilmente attuali nell’insanabile magma di incomprensioni che avvolge la coppia e di un dibattito che a quasi 50 anni di distanza è ancora attualissimo.
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SUMMARY:MA A CHE SERVE LA LUCE? Le Ceneri di Gramsci
DESCRIPTION:dal poemetto Le ceneri di Gramsci (1954) di Pier Paolo Pasolini \ncoreografia\, regia\, spazio e interpretazione Virgilio Sieni\nvoce registrata Pier Paolo Pasolini\nmusica a cura di Virgilio Sieni (Johann Sebastian Bach\, William Basinski\, Odetta Holmes)\nluci Virgilio Sieni\, Marco Cassini\nsound design Mauro Forte\ndiapositive Pietro Viti\nproduzione Teatro della Toscana\, Centro Nazionale di Produzione della Danza Cango /Firenze\nsi ringrazia Mimmo Cuticchio per aver donato Ossatura/Pupo palermitano \nprima assoluta 26 novembre 2025 – Teatro della Pergola\, Firenze in occasione del 50°anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini \ndurata 55 minuti \nMa a che serve la luce? / Le ceneri di Gramsci ha debuttato in prima assoluta al Teatro della Pergola di Firenze il 26 novembre 2025\, in occasione del 50° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini. Virgilio Sieni attraversa Le ceneri di Gramsci proseguendo il percorso dello spettacolo-manifesto Solo Golberg Variations con la sua personale e unica ricerca sui linguaggi del corpo in relazione alle opere d’arte. Sieni plasma il gesto sull’opera letteraria di Pasolini con uno spettacolo che invita alla riflessione sulla condizione umana e sulla società contemporanea\, immergendosi nella profondità dell’opera del poeta di Casarsa. \nLa scrittura della danza compone una partitura di battiti\, gesti e respiri\, in cui le terzine scivolano l’una nell’altra secondo una prospettiva che esplode dai dettagli. Il corpo diviene forma del sensibile\, elaborando stratificazioni che convivono con la storia. La coreografia è un incontro organico tra voce e movimento: una “meloterapia coreutica” dove il gesto si fa dissidente e il corpo si apre alla comunità attraverso un’oratura cantata e danzata\, cercando un punto d’incontro tra materia celeste e impegno civile. \n«Riflettendo sul documentario dove Pasolini commenta la veduta di Sabaudia\, dichiarando con lucidità l’appiattimento culturale e la devastazione estetica a cui avrebbe portato la società dei consumi e dove\, con l’avvento di un’urbanistica brutale\, dettata dei cosiddetti regimi democratici\, veniva attuata un’azione di sradicamento del sentire degli abitanti verso l’alienazione demagogica di architetture inospitali. Le parole così ragionevoli pronunciate davanti all’architettura del ventennio diventano\, voltandosi di lato\, di fronte alla mostrificazione urbanistica degli anni 70’\, una critica feroce all’attuazione di piani dall’alto che travalicano il bene comune. La critica commossa e sorgivamente corporea\, pronunciata da Pasolini\, da una duna ventosa e cerea\, ci guida alla lettura de Le ceneri di Gramsci. \nQui la parola poetica dà il ritmo e prepara lo spazio della danza tra la mia voce sussurrata e il gesto che diventa suono. Una danza che agisce nello spazio umanamente tattile delle braccia che si aprono. Osservando la duna che ospitava l’urgenza di quel corpo\, ascoltando la sua voce che\, scorrendo in semicerchi immensi\, illumina i tratti del gesto raggrumato nel respiro\, mi sono convinto a danzare in forma poetica e vernacolare il poemetto scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1954.
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DESCRIPTION:di Giovanni Testori\n30 anni dopo\nuno spettacolo di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi\ncon Sandro Lombardi e Antonio Perretta\nregia Federico Tiezzi\nscene Pier Paolo Bisleri\ncostumi Giovanna Buzzi\nluci Gianni Pollini\nregista assistente Giovanni Scandella\nproduzione Compagnia Lombardi-Tiezzi\nin collaborazione con Fondazione Teatri di Pistoia e Associazione Giovanni Testori \n1 ora e 20 minuti \nA distanza di 30 anni dal suo apparire\, Federico Tiezzi e Sandro Lombardi riallestiscono uno dei loro maggiori successi\, quell’Edipus di Giovanni Testori che\, all’indomani della morte del suo autore\, ne rilanciò la drammaturgia. \nCon Edipus (1977) Testori conclude\, dopo l’Ambleto e Macbetto\, la trilogia degli Scarrozzanti: fantastica reinvenzione\, tutta in chiave barocca\, del mondo tragico\, grottesco e disperato di un’accolita di guitti plebei\, che girano le periferie d’Italia\, contaminando il piano mitico e alto della rappresentazione (desunta volta a volta da archetipi della grande letteratura teatrale)\, al piano delle vicende personali\, innescando un meccanismo scenico di prodigiosa\, intensa teatralità dove Sofocle e Shakespeare convivono con l’avanspettacolo\, il melodramma con il varietà\, il mito con il presente. \nIn Edipus si narra di un capocomico abbandonato da tutti: il primo attore ha preferito andare a fare il travestito in una compagnia di cabaret\, e la prima attrice ha lasciato il teatro per sposare un mobiliere brianzolo. \nSera dopo sera\, e tutto da solo\, lo Scarrozzante mette su l’Edipo di Sofocle coprendo tutti i ruoli e tutte le funzioni: da Laio a Giocasta\, da Edipo a Dioniso\, nel progressivo intensificarsi di una tensione al delirio e alla follia. \nNel corso della sua squinternata rappresentazione\, lo Scarrozzante confonde il piano del racconto con quello della sua disastrata vicenda biografica personale\, così che il risentimento di Edipo nei confronti del padre si salda a quello del capocomico nei confronti del primo attore. E l’odio-amore per Giocasta si sovrappone ai sentimenti che il guitto nutre per la prima attrice\, sua ex-compagna di scena e di vita. \nAttorno a quest’asse freudiano si stratificano le molte poetiche velature del testo: i teatri deserti con i loro arcaici sistemi di illuminazione\, dove sera dopo sera le parole costruiscono una seconda più intensa realtà. E poi i palcoscenici vuoti lontani dai centri del mondo dove sperduti attori danno voce sera dopo sera al mito. \nEros e politica\, religiosità e senso panico della natura\, voluttà di morte e sfida disperata alla vita\, gusto del grottesco e anarchica rivendicazione di una libertà assoluta\, si intrecciano in un groviglio inestricabile\, dipinto con i colori plumbei e funerei della grande pittura lombarda del seicento. \nMa attraversato di continuo da irresistibili scariche di comicità. \nIl tutto raccontato in un italiano per metà dialetto lombardo\, per metà lingua reinventata attraverso il francese\, il latino\, lo spagnolo. Questa lingua memore di Ruzante è la forza dirompente e rivoluzionaria di questo grande testo di ‘teatro di poesia’. \nGiovanni Testori ci dà l’immagine di un teatro alla deriva in cui l’attore si immerge nelle parole-combustibile del testo per dire della fascinazione grandissima\, insieme religiosa e blasfema\, del teatro:” quel teatro-come dice lo Scarrozzante- che tutti i miei compagni de scarrozzamento han voluto tradire\, stradare\, cornefigare\, ma che existe e rexisterà contra de tutti e de tutto in fino alla finis delle finis!” \nSandro Lombardi riprende il ruolo di Edipus a trent’anni dalla sua prima andata in scena: interpretazione che gli valse numerosi premi e un numero imprecisato di repliche nel seguito di molte stagioni. E che fece dire al critico Franco Quadri\, recensendo lo spettacolo: \n«Chi avrebbe potuto immaginare che sarebbe toccato a un toscano del Casentino divenire l’interprete ideale di Giovanni Testori?”
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DESCRIPTION:di Giovanni Testori\n30 anni dopo\nuno spettacolo di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi\ncon Sandro Lombardi e Antonio Perretta\nregia Federico Tiezzi\nscene Pier Paolo Bisleri\ncostumi Giovanna Buzzi\nluci Gianni Pollini\nregista assistente Giovanni Scandella\nproduzione Compagnia Lombardi-Tiezzi\nin collaborazione con Fondazione Teatri di Pistoia e Associazione Giovanni Testori \n1 ora e 20 minuti \nA distanza di 30 anni dal suo apparire\, Federico Tiezzi e Sandro Lombardi riallestiscono uno dei loro maggiori successi\, quell’Edipus di Giovanni Testori che\, all’indomani della morte del suo autore\, ne rilanciò la drammaturgia. \nCon Edipus (1977) Testori conclude\, dopo l’Ambleto e Macbetto\, la trilogia degli Scarrozzanti: fantastica reinvenzione\, tutta in chiave barocca\, del mondo tragico\, grottesco e disperato di un’accolita di guitti plebei\, che girano le periferie d’Italia\, contaminando il piano mitico e alto della rappresentazione (desunta volta a volta da archetipi della grande letteratura teatrale)\, al piano delle vicende personali\, innescando un meccanismo scenico di prodigiosa\, intensa teatralità dove Sofocle e Shakespeare convivono con l’avanspettacolo\, il melodramma con il varietà\, il mito con il presente. \nIn Edipus si narra di un capocomico abbandonato da tutti: il primo attore ha preferito andare a fare il travestito in una compagnia di cabaret\, e la prima attrice ha lasciato il teatro per sposare un mobiliere brianzolo. \nSera dopo sera\, e tutto da solo\, lo Scarrozzante mette su l’Edipo di Sofocle coprendo tutti i ruoli e tutte le funzioni: da Laio a Giocasta\, da Edipo a Dioniso\, nel progressivo intensificarsi di una tensione al delirio e alla follia. \nNel corso della sua squinternata rappresentazione\, lo Scarrozzante confonde il piano del racconto con quello della sua disastrata vicenda biografica personale\, così che il risentimento di Edipo nei confronti del padre si salda a quello del capocomico nei confronti del primo attore. E l’odio-amore per Giocasta si sovrappone ai sentimenti che il guitto nutre per la prima attrice\, sua ex-compagna di scena e di vita. \nAttorno a quest’asse freudiano si stratificano le molte poetiche velature del testo: i teatri deserti con i loro arcaici sistemi di illuminazione\, dove sera dopo sera le parole costruiscono una seconda più intensa realtà. E poi i palcoscenici vuoti lontani dai centri del mondo dove sperduti attori danno voce sera dopo sera al mito. \nEros e politica\, religiosità e senso panico della natura\, voluttà di morte e sfida disperata alla vita\, gusto del grottesco e anarchica rivendicazione di una libertà assoluta\, si intrecciano in un groviglio inestricabile\, dipinto con i colori plumbei e funerei della grande pittura lombarda del seicento. \nMa attraversato di continuo da irresistibili scariche di comicità. \nIl tutto raccontato in un italiano per metà dialetto lombardo\, per metà lingua reinventata attraverso il francese\, il latino\, lo spagnolo. Questa lingua memore di Ruzante è la forza dirompente e rivoluzionaria di questo grande testo di ‘teatro di poesia’. \nGiovanni Testori ci dà l’immagine di un teatro alla deriva in cui l’attore si immerge nelle parole-combustibile del testo per dire della fascinazione grandissima\, insieme religiosa e blasfema\, del teatro:” quel teatro-come dice lo Scarrozzante- che tutti i miei compagni de scarrozzamento han voluto tradire\, stradare\, cornefigare\, ma che existe e rexisterà contra de tutti e de tutto in fino alla finis delle finis!” \nSandro Lombardi riprende il ruolo di Edipus a trent’anni dalla sua prima andata in scena: interpretazione che gli valse numerosi premi e un numero imprecisato di repliche nel seguito di molte stagioni. E che fece dire al critico Franco Quadri\, recensendo lo spettacolo: \n«Chi avrebbe potuto immaginare che sarebbe toccato a un toscano del Casentino divenire l’interprete ideale di Giovanni Testori?”
URL:https://cavalieridicultura.it/evento/edipus/2027-02-25/
LOCATION:Teatro Vascello\, Via Giacinto Carini 78\, Roma\, RM\, 00152\, Italy
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