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DESCRIPTION:So dove sono\, mi sono già persa qui \ndi Cristiana Morganti e Claudio Tolcachir\nCon Cristiana Morganti e Lisa Lippi Pagliai Regia Claudio Tolcachir\nCoreografie Cristiana Morganti\nAssistente alla regia Tommaso De Santis\nScena Cosimo Ferrigolo\nCostumi Nika Campisi\nLuci Alice Colla\nDa un’idea di Gaia Silvestrini\nDirettore di scena Gianluca Tomasella\nLaboratorio di scenografia ATTOSECONDO | immagine fondale LOREM | foto di scena Alfredo Toriello \nProduzione Carnezzeria con Théâtre de la Ville de Paris\, Teatri di Pistoia\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, \nTeatro Nazionale di Genova\, Teatro Biondo di Palermo \nin collaborazione con Timbre4 Madrid\, coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone \nDurata: 1 ora e 10 minuti \nClaudio Tolcachir e Cristiana Morganti si incontrano per dar vita ad un racconto che parte da riflessioni e spunti autobiografici\, ma che trova eco nelle vicende di personaggi del teatro classico\, archetipi della sensibilità e del mondo femminile. \nScegliendo di intrecciare storie solo apparentemente distanti fra loro\, la danzatrice\, attrice Cristiana Morganti\, per oltre vent’anni solista del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch\, ora coreografa indipendente\, e il regista e drammaturgo argentino Claudio Tolcachir\, costruiscono una fiaba contemporanea per esplorare il tema del tradimento emotivo\, riflettendo sulla crisi delle relazioni sentimentali tra genitori e figli e sul tempo che scorre. \nLa pièce unisce la costruzione narrativa alla poesia del movimento\, mescolando fiabe\, autobiografia ed echi shakespeariani. \nCome tipico dei due artisti\, lo sguardo è sempre ironico e disincantato\, attento a cogliere i risvolti tragicomici\, a volte grotteschi delle ferite sentimentali. \nLe figure portate in scena da Morganti\, affiancata in scena dall’interprete Lisa Lippi Pagliai\, appaiono e scompaiono nella suggestiva scenografia di Cosimo Ferrigolo\, dove anche le voci fuori campo interagiscono con la protagonista\, dando vita a un luogo emotivo complesso e affascinante\, un mondo popolato anche di ombre\, fantasmi e visioni. In questo universo variopinto si muovono altri temi\, dalla memoria ingannevole alla demenza senile\, dalla morte alla possibilità di trasformare il dolore in energia vitale. \nNOTE DI REGIA di Claudio Tolcachir\nQuell’istante in cui le nostre vite si frantumano\, come una temporanea sospensione nel tempo e nello spazio\, dove tutto perde forma e direzione. La morte dei nostri genitori\, sebbene attesa\, ci mette di fronte a un’incertezza primordiale e insidiosa che può essere affrontata solo con cautela. Ricercando il cammino. La donna di oggi e la ragazza che era un tempo affrontano le contraddizioni e le sensazioni insolite che emergono in questo nuovo tempo. \nLo spazio: Una foresta mentale\, infinita\, inquietante ma accogliente\, dove possiamo perderci fino a riscoprire il volto che eravamo un tempo e il volto che siamo oggi. Come uno specchio rifrangente che ci costringe a sentire e scoprire la via da seguire. La misteriosa intimità di uno spazio sospeso nel tempo\, a cui torniamo ancora e ancora quando siamo persi\, disorientati e forse più vivi che mai. \nQuesta foresta reale e teatrale ci permette anche di giocare con il bisogno di drammatizzare e trasformare le nostre esperienze in corpo e poesia. Una cabina telefonica abbandonata tra gli alberi\, come una promessa\, un invito o una minaccia. In fondo\, la foresta e un luogo di fuga e\, sicuramente\, anche di ritrovamento. \nI costumi: Come gli strati di una cipolla\, questa donna si copre e si scopre con gli abiti che la vita le pone sulle spalle. I tessuti della maturità\, la pelle della giovinezza. Il peso dell’abito che si attacca al corpo. Ciò che è mio\, ciò che ho ereditato\, ciò che lascio lungo il cammino. \nLe luci: Fondamentali per creare quest’atmosfera onirica e mentale e accompagnare il viaggio emotivo di queste donne vulnerabili\, ironiche\, vitali e imprevedibili. \nUna giovane donna nel bosco: \nUna giovane donna vaga per la foresta\, una provocazione della memoria\, di ciò che è andato perduto dentro di lei ma che sicuramente custodisce chiavi segrete così necessarie in questo momento. La saggezza di quella giovinezza può essere inquietante. Quell’”io” che ero un tempo la guarda\, e non c’è specchio più esigente che guardare negli occhi il tempo.
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DESCRIPTION:Da William Shakespeare \nAdattamento drammaturgico e riscrittura Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo\nProgetto Il Mulino di Amleto / A.M.A. Factory\nRegia Marco Lorenzi\nCollaborazione artistica Barbara Mazzi\, Rebecca Rossetti\, Daniele Russo\nCon (in o.a.) Vittorio Camarota\, Yuri D’Agostino\, Raffaele Musella\, Rebecca Rossetti\, Francesco Sabatino\, Angelo Tronca\nCon la partecipazione in video di Ida Marinelli e Danilo Nigrelli\nDisegno sonoro Massimiliano Bressan \nproduzione A.M.A. Factory in coproduzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello  \nDurata 2 ore \nGIULIO CESARE o LA NOTTE DELLA REPUBBLICA\, da un adattamento drammaturgico di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo\, è un progetto nato per indagare il rapporto tra potere\, individuo e fragilità degli ordinamenti democratici nel nostro tempo. È pensato per coinvolgere emotivamente il pubblico in una delle congiure più celebri della Storia\, raccontata da Shakespeare con lucidità e contraddizione. \nLo spettacolo ha un duplice obiettivo: affrontare con radicalità uno dei testi shakespeariani più potenti e “usare” la storia di Bruto\, Cassio\, Antonio e del crollo della Repubblica romana\, per interrogare il nostro presente. Le domande sono molte: cosa spinge alcuni a ribellarsi\, anche con l’uso delle armi? Che rapporto abbiamo con la responsabilità legata alla libertà e alla democrazia? Quando smettiamo di credere nei nostri ideali? Che ruolo hanno i media nella costruzione del reale? \nNon si tratta di una ricostruzione storica\, ma di un’indagine del “nostro” rapporto\, oggi\, con questi temi e questo testo. \nCassio dice a Bruto: «La colpa non è nelle nostre stelle\, ma in noi stessi». Da lì\, parte il nostro viaggio nell’imperfezione umana di quel male che\, moltiplicato\, diventa motore delle forze sociali\, le quali impediscono che lo sviluppo si trasformi in progresso.
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DESCRIPTION:Da William Shakespeare \nAdattamento drammaturgico e riscrittura Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo\nProgetto Il Mulino di Amleto / A.M.A. Factory\nRegia Marco Lorenzi\nCollaborazione artistica Barbara Mazzi\, Rebecca Rossetti\, Daniele Russo\nCon (in o.a.) Vittorio Camarota\, Yuri D’Agostino\, Raffaele Musella\, Rebecca Rossetti\, Francesco Sabatino\, Angelo Tronca\nCon la partecipazione in video di Ida Marinelli e Danilo Nigrelli\nDisegno sonoro Massimiliano Bressan \nproduzione A.M.A. Factory in coproduzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello  \nDurata 2 ore \nGIULIO CESARE o LA NOTTE DELLA REPUBBLICA\, da un adattamento drammaturgico di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo\, è un progetto nato per indagare il rapporto tra potere\, individuo e fragilità degli ordinamenti democratici nel nostro tempo. È pensato per coinvolgere emotivamente il pubblico in una delle congiure più celebri della Storia\, raccontata da Shakespeare con lucidità e contraddizione. \nLo spettacolo ha un duplice obiettivo: affrontare con radicalità uno dei testi shakespeariani più potenti e “usare” la storia di Bruto\, Cassio\, Antonio e del crollo della Repubblica romana\, per interrogare il nostro presente. Le domande sono molte: cosa spinge alcuni a ribellarsi\, anche con l’uso delle armi? Che rapporto abbiamo con la responsabilità legata alla libertà e alla democrazia? Quando smettiamo di credere nei nostri ideali? Che ruolo hanno i media nella costruzione del reale? \nNon si tratta di una ricostruzione storica\, ma di un’indagine del “nostro” rapporto\, oggi\, con questi temi e questo testo. \nCassio dice a Bruto: «La colpa non è nelle nostre stelle\, ma in noi stessi». Da lì\, parte il nostro viaggio nell’imperfezione umana di quel male che\, moltiplicato\, diventa motore delle forze sociali\, le quali impediscono che lo sviluppo si trasformi in progresso.
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DESCRIPTION:testo e regia Stefano Ricci\ncon Francesca Bonelli\, Stefania Micheli\, Barbara Piovella\, Rita Quaglia\, Fulvia Roggero\nmovimenti Stellario Di Blasi\nsuono Andrea Cera\nscene Rosita Vallefuoco\ncostumi Gianluca Sbicca\nassistente regia Ada Delogu\nproduzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia\,\nLa Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello \nCongiura è una creazione che attraversa la terza età come territorio di resistenza\, di lucidità e di sopravvivenza. Non come tema o categoria anagrafica ma condizione esistenziale e politica: quella di un corpo che continua a esistere quando il mondo smette di interpellarlo. Il progetto nasce da una riflessione sul rapporto tra tempo\, organismo e memoria\, su ciò che accade quando l’illusione della possibilità infinita si incrina e l’esperienza accumulata non coincide più con un riconoscimento sociale. In questa frattura si apre uno spazio fragile e radicale\, in cui il soggetto non è più chiamato a produrre. \nIn scena\, cinque donne intorno ai settant’anni occupano lo spazio. Il loro stare non è sola rappresentazione. I loro volumi\, attraversati dalle stagioni\, diventano misura\, soglia\, materia viva. Non offrono un racconto ma una durata condivisa. Non chiedono attenzione: la reclamano attraverso l’esistenza stessa. \nLiberamente ispirato a Mine-Haha di Frank Wedekind\, Congiura rovescia l’idea di educazione. Non più giovani fanciulle addestrate al futuro ma donne mature che disimparano l’obbedienza al declino. Il palco si trasforma in uno spazio di rieducazione al presente\, un luogo in cui il gesto più semplice – stare\, respirare\, attendere – riacquista densità e senso. \nIl lavoro manuale\, la ripetizione\, la fatica e il silenzio diventano linguaggio. In un tempo dominato dall’immateriale e dalla velocità\, Congiura insiste sulla realtà del corpo e dello spirito\, sulla sua imperfezione\, sulla sua tenacia. \nIl titolo stesso allude a un’impresa collettiva e segreta: una congiura nel senso originario del termine\, con-giurare/cum spirare\, respirare insieme. Un’alleanza silenziosa tra individui che condividono una condizione e scelgono di renderla visibile\, senza chiedere permesso. \nDopo anni di ricerca sulla fisicità come immagine\, superficie di desiderio o luogo del sacrificio\, Congiura segna un movimento inverso: un ritorno all’organismo residuo\, non spettacolarizzato\, non funzionale\, e proprio per questo irriducibilmente politico.
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DESCRIPTION:testo e regia Stefano Ricci\ncon Francesca Bonelli\, Stefania Micheli\, Barbara Piovella\, Rita Quaglia\, Fulvia Roggero\nmovimenti Stellario Di Blasi\nsuono Andrea Cera\nscene Rosita Vallefuoco\ncostumi Gianluca Sbicca\nassistente regia Ada Delogu\nproduzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia\,\nLa Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello \nCongiura è una creazione che attraversa la terza età come territorio di resistenza\, di lucidità e di sopravvivenza. Non come tema o categoria anagrafica ma condizione esistenziale e politica: quella di un corpo che continua a esistere quando il mondo smette di interpellarlo. Il progetto nasce da una riflessione sul rapporto tra tempo\, organismo e memoria\, su ciò che accade quando l’illusione della possibilità infinita si incrina e l’esperienza accumulata non coincide più con un riconoscimento sociale. In questa frattura si apre uno spazio fragile e radicale\, in cui il soggetto non è più chiamato a produrre. \nIn scena\, cinque donne intorno ai settant’anni occupano lo spazio. Il loro stare non è sola rappresentazione. I loro volumi\, attraversati dalle stagioni\, diventano misura\, soglia\, materia viva. Non offrono un racconto ma una durata condivisa. Non chiedono attenzione: la reclamano attraverso l’esistenza stessa. \nLiberamente ispirato a Mine-Haha di Frank Wedekind\, Congiura rovescia l’idea di educazione. Non più giovani fanciulle addestrate al futuro ma donne mature che disimparano l’obbedienza al declino. Il palco si trasforma in uno spazio di rieducazione al presente\, un luogo in cui il gesto più semplice – stare\, respirare\, attendere – riacquista densità e senso. \nIl lavoro manuale\, la ripetizione\, la fatica e il silenzio diventano linguaggio. In un tempo dominato dall’immateriale e dalla velocità\, Congiura insiste sulla realtà del corpo e dello spirito\, sulla sua imperfezione\, sulla sua tenacia. \nIl titolo stesso allude a un’impresa collettiva e segreta: una congiura nel senso originario del termine\, con-giurare/cum spirare\, respirare insieme. Un’alleanza silenziosa tra individui che condividono una condizione e scelgono di renderla visibile\, senza chiedere permesso. \nDopo anni di ricerca sulla fisicità come immagine\, superficie di desiderio o luogo del sacrificio\, Congiura segna un movimento inverso: un ritorno all’organismo residuo\, non spettacolarizzato\, non funzionale\, e proprio per questo irriducibilmente politico.
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DESCRIPTION:Laika – Pueblo – Rumba\nLaika e Pueblo durata 90’ senza intervallo\nRumba durata 110’ senza intervallo \n«Voi siete tutti santi. Non c’è manco uno di voi ritratto con l’aureola nelle chiese di Roma. Non c’è uno che s’è guadagnato il nome scritto sul calendario. Ma non siete meno angelici di quelli stampati sui santini. \nTra voi e la Storia c’è un campo minato. La città finisce due fermate di autobus prima della nostra borgata. Poi comincia il parcheggio\, il magazzino pieno di schiavi che spostano pacchi\, un supermercato che mette tristezza\, un bar con quattro vecchi che non escono mai\, un condominio di gente scannata. \nEppure non c’è uno solo tra tutti voi che oggi non abbia compiuto un prodigio a partire dal sacrificio di alzarsi dal letto stamattina» \nHo cominciato dieci anni fa\, forse un po’ prima. Pensavo a un parcheggio in qualche periferia. Una qualunque. Al centro di Parigi c’è la torre di ferro\, a Roma il Colosseo di pietra e a New York una foresta di grattacieli. I centri storici sono tutti diversi. Per quello ci fanno le cartoline. Le periferie si assomigliano tutte. I personaggi periferici pure. Si muovono fuori dal centro in un mondo che va da Roma a Parigi\, da Stoccolma a New York senza mai passare dal centro. Senza finire fotografato nelle cartoline. \nCosì ho scritto Laika. Il barbone che chiede l’elemosina si incontra con la vecchia che va al supermercato\, ma poi che succede dentro al supermercato? La donna con la testa impicciata abita nel condominio\, ma poi che succede nel condominio? \nI personaggi di Laika avevano bisogno di altri personaggi per farci capire da dove sono arrivati. Pueblo entra nel supermercato con Violetta che lavora alla cassa e si sente come una regina. Ma la sera stacca il turno e torna a casa\, così guardiamo attraverso le finestre del condominio. Lungo la strada parla con Domenica\, la barbona che tiene pulito il parcheggio. Lei ha un grande amore\, si chiama Said. È un facchino che ci accompagna nel grande magazzino della logistica. E allora entriamo anche lì dentro\, in mezzo agli schiavi che spostano pacchi\, in mezzo ai migranti che partono\, ma non sanno dove si fermerà il viaggio. \nRumba indica dov’è cominciato quel viaggio. Ce lo racconta il barbone che abbiamo conosciuto in Laika. Prima di essere un barbone è stato un facchino. Ma prima? È una storia di naufragi e galere\, ma anche di canti in una terra lontanissima che bisogna lasciare. “L’uccello che canta non costruisce il nido” dice Joseph che porta nel cuore la vita degli altri e si scorda di vivere la sua. \nIl barbone\, la barbona\, lo zingaro\, la vecchia\, la donna con la testa impicciata\, il razzista col figlio morto\, il vecchio analfabeta\, il seppellitore\, la cassiera del supermercato\, i facchini africani… Protagonisti\, ma fuori dalla grande Storia\, lontani da qualsiasi ufficiale centro del mondo\, ma al centro della propria vita. Lontano dai riflettori\, ma se ti abitui a vedere dove c’è poca luce: li vedrai brillare nell’ombra!
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DESCRIPTION:Laika – Pueblo – Rumba\nLaika e Pueblo durata 90’ senza intervallo\nRumba durata 110’ senza intervallo \n«Voi siete tutti santi. Non c’è manco uno di voi ritratto con l’aureola nelle chiese di Roma. Non c’è uno che s’è guadagnato il nome scritto sul calendario. Ma non siete meno angelici di quelli stampati sui santini. \nTra voi e la Storia c’è un campo minato. La città finisce due fermate di autobus prima della nostra borgata. Poi comincia il parcheggio\, il magazzino pieno di schiavi che spostano pacchi\, un supermercato che mette tristezza\, un bar con quattro vecchi che non escono mai\, un condominio di gente scannata. \nEppure non c’è uno solo tra tutti voi che oggi non abbia compiuto un prodigio a partire dal sacrificio di alzarsi dal letto stamattina» \nHo cominciato dieci anni fa\, forse un po’ prima. Pensavo a un parcheggio in qualche periferia. Una qualunque. Al centro di Parigi c’è la torre di ferro\, a Roma il Colosseo di pietra e a New York una foresta di grattacieli. I centri storici sono tutti diversi. Per quello ci fanno le cartoline. Le periferie si assomigliano tutte. I personaggi periferici pure. Si muovono fuori dal centro in un mondo che va da Roma a Parigi\, da Stoccolma a New York senza mai passare dal centro. Senza finire fotografato nelle cartoline. \nCosì ho scritto Laika. Il barbone che chiede l’elemosina si incontra con la vecchia che va al supermercato\, ma poi che succede dentro al supermercato? La donna con la testa impicciata abita nel condominio\, ma poi che succede nel condominio? \nI personaggi di Laika avevano bisogno di altri personaggi per farci capire da dove sono arrivati. Pueblo entra nel supermercato con Violetta che lavora alla cassa e si sente come una regina. Ma la sera stacca il turno e torna a casa\, così guardiamo attraverso le finestre del condominio. Lungo la strada parla con Domenica\, la barbona che tiene pulito il parcheggio. Lei ha un grande amore\, si chiama Said. È un facchino che ci accompagna nel grande magazzino della logistica. E allora entriamo anche lì dentro\, in mezzo agli schiavi che spostano pacchi\, in mezzo ai migranti che partono\, ma non sanno dove si fermerà il viaggio. \nRumba indica dov’è cominciato quel viaggio. Ce lo racconta il barbone che abbiamo conosciuto in Laika. Prima di essere un barbone è stato un facchino. Ma prima? È una storia di naufragi e galere\, ma anche di canti in una terra lontanissima che bisogna lasciare. “L’uccello che canta non costruisce il nido” dice Joseph che porta nel cuore la vita degli altri e si scorda di vivere la sua. \nIl barbone\, la barbona\, lo zingaro\, la vecchia\, la donna con la testa impicciata\, il razzista col figlio morto\, il vecchio analfabeta\, il seppellitore\, la cassiera del supermercato\, i facchini africani… Protagonisti\, ma fuori dalla grande Storia\, lontani da qualsiasi ufficiale centro del mondo\, ma al centro della propria vita. Lontano dai riflettori\, ma se ti abitui a vedere dove c’è poca luce: li vedrai brillare nell’ombra!
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SUMMARY:NON SEPPELLITEMI VIVA
DESCRIPTION:Vita e poesie di Marina Cvetaeva\ndi Vico Faggi\ncon Raffaella Azim\nproduzione La Fabbrica dell’Attore \nNata a Mosca\, figlia di un professore di Belle Arti all’Università di Mosca\, e di una eccellente pianista che fu tra le migliori allieve di Nikolaj Rubinštejn. Marina Cvetaeva scrisse le prime composizioni all’età di 6 anni esprimendosi\, oltre che in russo\, anche in francese e in tedesco. Diventò una delle voci più originali della poesia russa del XX secolo e l’esponente di maggior spicco del locale movimento simbolista. Il suo lavoro non fu ben visto dal regime staliniano\, per via di opere scritte negli anni venti che glorificavano la lotta anticomunista dell’armata bianca\, in cui il marito Sergej Jakovlevič Ėfron militava come ufficiale; emigrò prima a Berlino e poi a Praga nel 1922. \nSeguendo gli orientamenti della comunità russa emigrata\, si trasferì a Parigi nel novembre 1925. Tornò a Mosca insieme al figlio Georgij nel 1939\, con la speranza di ricongiungersi al marito\, di cui si erano perse le tracce e che in realtà non era fuggito in Spagna\, ma era stato arrestato e fucilato dall’NKVD\, e alla figlia Ariadna Ėfron\, tornata a Mosca nel 1937 e subito mandata in un campo di lavoro. In uno stato di estrema povertà e di isolamento dalla comunità letteraria\, il 31 agosto 1941 s’impiccò nella casa che aveva affittato nel villaggio di Elabuga\, sulle rive del fiume Kama. \nLa riabilitazione della sua opera letteraria e la pubblicazione di molte sue opere avvennero solo a partire dagli anni sessanta\, vent’anni dopo la sua morte.  Fu il premio Nobel Iosif Brodskij il primo a tradurla direttamente dal russo\, definendola la più grande poetessa russa del novecento insieme ad Anna Andréevna Achmátova.
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DESCRIPTION:scenografia\, maschere\, manichini\, costumi Danio Manfredini\ncon Patrizia Aroldi\, Vincenzo Del Prete\, Danio Manfredini\, Giuseppe Semeraro\nassistente alla regia Patrizia Aroldi\nluci Maurizio Viani\nrealizzazione colonna sonora Marco Olivieri\ndirettore di scena Alex Carnevali\nelettricista Luisa Giusti\nfonico da definire\nproduzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\nSpettacolo vincitore Premio Ubu 2004 per la Miglior regia \nDurata 1 ora e 20 minuti \nA oltre vent’anni dalla vittoria del Premio Ubu per la miglior regia\, è ancora in scena Cinema Cielo\, lo spettacolo cult dell’autore\, attore e regista Danio Manfredini\, che combina la storia dell’omonima sala a luci rosse di Milano\, ora chiusa\, con il romanzo di Genet Notre Dame des Fleurs. Rievocando i frequentatori di quel cinema\, l’artista propone un ritratto poetico e carnevalesco di un’umanità per la quale il sesso è bisogno\, evasione\, merce\, voglia di compagnia e fantasma d’amore.  \nC’era una volta a Milano il Cinema Cielo\, una sala cinematografica a luci rosse ora chiusa.\nLo spettacolo è ispirato a questo luogo e mette una lente di ingrandimento su un’umanità per la quale il sesso è bisogno\, evasione\, merce\, voglia di compagnia e fantasma d’amore.\nLo sguardo dello spettatore è rivolto alla sala cinematografica e spia le presenze che abitano il luogo.\nIl sonoro del film è liberamente ispirato a un romanzo di Jean Genet e racconta di Louis\, che tutti chiamano Divine\, dei suoi amanti e di Nostra Signora dei Fiori\, seducente assassino.\nTrasferendo la storia del romanzo in una partitura sonora per quadri e intrecciandola con la vita di un cinema a luci rosse\, prende forma un’opera che risuona della poetica genettiana e la aggancia fortemente a una realtà di vita concreta.\nL’universo carcerario\, diventa il buio mondo del cinema\, metafora della stessa esclusione\, le voci del film si fanno evocazione dello spessore poetico dei personaggi.\nLo spettacolo vive dell’incontro di due mondi che si appartengono\, indissolubilmente legati: le ombre che abitano il Cinema Cielo\, fanno riemergere le ombre e il mondo di Genet.
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DESCRIPTION:da Le notti bianche di Dostoevskij \nideazione Rajeev Badhan e Elena Strada\nregia\, video\, luci e musiche Rajeev Badhan\ndrammaturgia e adattamento Elena Strada e Rajeev Badhan\ncon in o.a. Elena Strada\, Alberto Baraghini\, Ruggero Franceschini\ne la partecipazione di allieve e allievi delle scuole secondarie di secondo grado di Feltre e Belluno\nscene Badhan/Strada realizzate da Matteo Menegaz\nassistente alla regia Harbans Badhan\nassistente alla produzione Alex Paniz\noperatore video Federico Boni\nfotografa di scena Elisa Calabrese\nproduzione esecutiva Rajeev Badhan\nproduzione SlowMachine\ncon il sostegno di Fondazione Teatri delle Dolomiti\, FUNDER 35\, Fondazione Cariverona \ndurata Circa 1 ora e 15 minuti \nPuò “Le notti bianche”\, a duecento anni dalla nascita del suo autore\, parlare ancora alle generazioni di oggi? Quali universi può aprire? Quali immaginari può svelare? Quali contrasti può portare alla luce? \nUno spettacolo dalla forte tensione visionaria\, un dialogo tra teatro\, video e video live\, realizzato partendo da una riflessione sul racconto “Le notti bianche” di Dostoevskij\, passando attraverso “Amore liquido” di Bauman\, in cui due e più livelli visivi e temporali si intrecciano nella ricerca di un senso profondo nelle relazioni ai nostri tempi. \nIn scena tre attori/autori di una storia che si sdoppia\, tra parallelismi e seconde dimensioni\, producendo nuovi interrogativi: può la liquidità della nostra epoca\, intesa come la fragilità di qualsiasi costruzione\, influire anche sui sentimenti più forti e apparentemente solidi? Il concetto di amore ha un denominatore comune? Amore e libertà sono un binomio così incompatibile? \n“L’opera dell’autore russo Dostoevskij è il punto di partenza\, drammaturgico e narrativo\, dell’intera performance teatrale che\, con forza\, riemerge attraverso il mezzo del video\, quasi fosse un sogno o una proiezione caleidoscopica di ciò che è accaduto o potrebbe accadere. Il testo diventa sia elemento d’indagine che strumento metateatrale\, all’interno del quale i personaggi stessi si immergono e si perdono\, facendo affiorare nuove domande sull’amore nella liquidità dell’oggi attraverso una recitazione desaturata\, “liberata” da cliché o sovrastrutture teatrali che possa così correre in parallelo alle emozioni e mettersi in dialogo con la costruzione registica che viaggia tra il video e il reale” \nRajeev Badhan
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