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DESCRIPTION:progetto teatrale di NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI \ndrammaturgia NICCOLÒ FETTARAPPA\naiuto regia MARIA CHIARA ARRIGHINI\ncontributo intellettuale di CHRISTIAN RAIMO\nsound designer LORENZO MINOZZI\nregia e interpretazione di NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI\nproduzione AGIDI – ArtistiAssociati-Centro di Produzione Teatrale \ncon il sostegno del MiC e SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea” 2024 \ndurata 60 minuti senza intervallo \nLe città sono un inferno\, ma in campagna manco morto. I mezzi non passano\, allora resto a casa. Ma a casa mi sfrattano e sono di nuovo per strada. Daspo\, zone rosse\, aiuole e carrarmati: tutto aspira al malessere pubblico. Turisti e militari fanno festa per il centro\, mentre gli ultimi vengono scortati in periferia. Le città diventano sempre più macchine di espulsione\, enclave chiuse di ricchi privilegiati. Venezia può essere affittata per eventi privati\, mentre intanto i centri sociali vengono sgomberati. Insomma\, come “stiamo insieme” nelle nostre città? Male\, ci stiamo molto male. \nSCEMI DEL VILLAGGIO è un grido teatrale che vuole riscoprire la città con lo sguardo satirico e surreale\, tipico di Fettarappa/Guerrieri. Protagonista è il territorio e il nostro rapporto conflittuale con i diversi spazi sociali\, dai paesi di provincia alle metropoli. Al centro dello spettacolo\, le nevrosi del vivere cittadino\, le citta di tutto il mondo che tendono sempre più ad assomigliarsi e ad omologarsi secondo i diktat del mercato e del turismo.
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DESCRIPTION:di William Shakespeare \ntraduzione Federico Bellini\nadattamento Antonio Latella e Federico Bellini\nregia Antonio Latella\ncon Vinicio Marchioni (Riccardo III)\nSilvia Ajelli (Regina Elisabetta)\, Anna Coppola (Regina madre\, Duchessa di York)\, Flavio Capuzzo Dolcetta (custode)\, Sebastian Luque Herrera (Principe York\, Richmond)\, Luca Ingravalle (Principe Edoardo)\, Giulia Mazzarino (Lady Anna)\, Candida Nieri (Regina Margherita)\, Stefano Patti (Buckingham)\, Annibale Pavone (Clarence – Re Edoardo – Stanley)\, Andrea Sorrentino (Hastings\, Sindaco)\ndramaturg Linda Dalisi\nscene Annelisa Zaccheria\ncostumi Simona D’Amico\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nregista assistente e movimenti Alessio Maria Romano\nassistente volontario Riccardo Rampazzo \nproduzione Teatro Stabile dell’Umbria e LAC Lugano Arte e Cultura \ndurata 2 ore e 40 minuti compreso intervallo \nIl male è. Non è una forma\, non è uno zoppo. Non è un gobbo. Il male è vita. Il male è natura. Il male è divinità. Il nostro intento è quello di provare ad andare oltre l’esteriorità del male cercando di percepirne l’incanto. È chiaro che se il male stesso viene rappresentato attraverso un segno fisico il pubblico è portato ad accettarlo\, vede la “mostruosità” e la giustifica. Anzi\, prova empatia se non simpatia con e per il protagonista. Ma è ancora accettabile questo “alibi di deformità” nel ventunesimo secolo? Probabilmente il Bardo ne aveva bisogno per giustificare al pubblico\, in qualche modo\, tutte le malefatte del protagonista. Difatti utilizzò un corpo maschera\, molto più vicino a un giullare di corte\, al fool\, la cui figura era spesso caricata di segni esteriori – come la gobba – che\, nel tempo\, hanno assunto significati ambivalenti: grotteschi ma anche propiziatori. Non è un caso che nella cultura popolare si corresse a toccare la gobba per buon auspicio. \nIn alcuni Paesi\, Riccardo III viene tolto dai cartelloni di programmazione teatrale perché potrebbe risultare offensivo per chi convive con una disabilità fisica; argomento delicato in questi tempi dove il politically correct\, nel bene e nel male\, rischia di diventare censura che muta l’originalità delle opere decontestualizzandole dal periodo storico a cui appartengono. \nA noi interessa la forza della parola\, la seduzione della parola\, e\, perché no\, la scorrettezza della parola. Il serpente incantò Eva con le parole\, o\, in ogni caso\, bisognerebbe pensare che il serpente fu abile in quanto riuscì a far staccare la mela dall’albero ad Eva ma fu Adamo a morderla. Quindi\, chi dei due peccò? Il male che mi interessa è nella bellezza\, non nella disarmonia. Il male è il giardino dell’Eden. Una bellezza accecante\, una bellezza che pretende un ritorno al figurativo. Una bellezza opulenta e ingannatrice\, fatta di relazioni pericolose\, di giochi di seduzione continui. E\, in questo\, Riccardo III è il maggiore dei maestri. La sua battaglia non è per la corona\, non è per l’ascesa al trono\, ma è per la sottomissione del femminile\, quando è proprio il femminile che gli darà scacco matto; difatti sarà la Regina madre a portare a termine una tremenda maledizione.
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DESCRIPTION:di William Shakespeare \ntraduzione Federico Bellini\nadattamento Antonio Latella e Federico Bellini\nregia Antonio Latella\ncon Vinicio Marchioni (Riccardo III)\nSilvia Ajelli (Regina Elisabetta)\, Anna Coppola (Regina madre\, Duchessa di York)\, Flavio Capuzzo Dolcetta (custode)\, Sebastian Luque Herrera (Principe York\, Richmond)\, Luca Ingravalle (Principe Edoardo)\, Giulia Mazzarino (Lady Anna)\, Candida Nieri (Regina Margherita)\, Stefano Patti (Buckingham)\, Annibale Pavone (Clarence – Re Edoardo – Stanley)\, Andrea Sorrentino (Hastings\, Sindaco)\ndramaturg Linda Dalisi\nscene Annelisa Zaccheria\ncostumi Simona D’Amico\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nregista assistente e movimenti Alessio Maria Romano\nassistente volontario Riccardo Rampazzo \nproduzione Teatro Stabile dell’Umbria e LAC Lugano Arte e Cultura \ndurata 2 ore e 40 minuti compreso intervallo \nIl male è. Non è una forma\, non è uno zoppo. Non è un gobbo. Il male è vita. Il male è natura. Il male è divinità. Il nostro intento è quello di provare ad andare oltre l’esteriorità del male cercando di percepirne l’incanto. È chiaro che se il male stesso viene rappresentato attraverso un segno fisico il pubblico è portato ad accettarlo\, vede la “mostruosità” e la giustifica. Anzi\, prova empatia se non simpatia con e per il protagonista. Ma è ancora accettabile questo “alibi di deformità” nel ventunesimo secolo? Probabilmente il Bardo ne aveva bisogno per giustificare al pubblico\, in qualche modo\, tutte le malefatte del protagonista. Difatti utilizzò un corpo maschera\, molto più vicino a un giullare di corte\, al fool\, la cui figura era spesso caricata di segni esteriori – come la gobba – che\, nel tempo\, hanno assunto significati ambivalenti: grotteschi ma anche propiziatori. Non è un caso che nella cultura popolare si corresse a toccare la gobba per buon auspicio. \nIn alcuni Paesi\, Riccardo III viene tolto dai cartelloni di programmazione teatrale perché potrebbe risultare offensivo per chi convive con una disabilità fisica; argomento delicato in questi tempi dove il politically correct\, nel bene e nel male\, rischia di diventare censura che muta l’originalità delle opere decontestualizzandole dal periodo storico a cui appartengono. \nA noi interessa la forza della parola\, la seduzione della parola\, e\, perché no\, la scorrettezza della parola. Il serpente incantò Eva con le parole\, o\, in ogni caso\, bisognerebbe pensare che il serpente fu abile in quanto riuscì a far staccare la mela dall’albero ad Eva ma fu Adamo a morderla. Quindi\, chi dei due peccò? Il male che mi interessa è nella bellezza\, non nella disarmonia. Il male è il giardino dell’Eden. Una bellezza accecante\, una bellezza che pretende un ritorno al figurativo. Una bellezza opulenta e ingannatrice\, fatta di relazioni pericolose\, di giochi di seduzione continui. E\, in questo\, Riccardo III è il maggiore dei maestri. La sua battaglia non è per la corona\, non è per l’ascesa al trono\, ma è per la sottomissione del femminile\, quando è proprio il femminile che gli darà scacco matto; difatti sarà la Regina madre a portare a termine una tremenda maledizione.
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DESCRIPTION:di Jon Fosse; traduzione Thea Dellavalle \nun progetto di DELLAVALLE/PETRIS \ncon (in o.a.): Anna Bonaiuto NORA; Irene Petris DONNA; Roberta Ricciardi RAGAZZA; Emanuele Righi OMBRA; Giuseppe Sartori UOMO\nregia Thea Dellavalle\nsuono Franco Visioli; scene Francesco Esposito; costumi Marta Balduinotti\nproduzione Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa\nin collaborazione con Lido51\nin accordo con Arcadia & Ricono Ltd; per gentile concessione di Colombine Teaterförlag \ndurata 1 ora e 10 minuti \nIn TOO LATE\, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris\, Jon Fosse ci mette di fronte alla scelta di una “nuova Nora”(Anna Bonaiuto)\, una donna che ha lasciato il marito e i figli per diventare un’artista. \nSi è lasciata la vita alle spalle per ricominciare e non è mai tornata indietro. \nSiamo nel suo sguardo e nel suo pensiero mentre\, a distanza di anni\, si lascia visitare dalle ombre e dai ricordi della sua vita e si accorge che quei frammenti di passato non si ricompongono. \nTOO LATE nasce come idea originale del duo Dellavalle\Petris\, a partire dall’opera lirica NORA_ Too late – libretto di Jon Fosse\, su musica dell’autrice Du Wei – mai rappresentata in Italia. \nRegia\, traduzione e adattamento sono a cura di Thea Dellavalle. \nIrene Petris\, Roberta Ricciardi\, Emanuele Righi\, Giuseppe Sartori condividono la scena con Anna Bonaiuto. \nDrammaturgia del suono di Franco Visioli\, Leone d’Oro – Biennale di Venezia 2020. \nProduzione Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa \nin collaborazione con Lido51 \nTOO LATE nasce come progetto\, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris\, a partire da un testo inedito con una radice non puramente teatrale (un libretto d’opera) da cui trapelano atmosfere che vanno oltre il tempo e lo spazio e\, nella maestria della scrittura di Jon Fosse\, si evocano fantasmi o accenti del teatro di Henrik Ibsen\, ma anche di Čechov e Samuel Beckett. \nBenché l’autore norvegese abbia più volte sottolineato che non bisogna «leggere i suoi testi per la trama» e che «scrivere dischiude dimensioni dell’esistenza che non si possono spiegare»\, TOO LATE ritorna ai temi cari a Ibsen\, immaginando un “ritorno alla di Casa di bambola”\, con una Nora anziana che fa i conti con le scelte di una vita\, scoprendo che il “troppo tardi” le fa scoprire che i conti con il passato e i frammenti di una vita non sempre si ricompongono. Le ombre si allungano\, ma\, sono ombre che appartengono a tutti. La vita\, i rapporti\, i momenti\, le fratture si ripetono: abbandoniamo e siamo abbandonati\, siamo egoisti per noia o per necessità interiore\, amiamo e non siamo ricambiati\, spesso non riusciamo a non mentire\, raramente ci sentiamo compresi. \nIl titolo lo dice\, è troppo tardi (“c’è qualcosa per cui è troppo tardi?”). \nLa trama \nUna donna anziana inizia la sua giornata ripercorrendo\, attraverso i ricordi\, i momenti decisivi della sua vita. Il suo ricordo chiama in scena altre presenze\, non solo una sé stessa più giovane\, protagonista in pochi quadri insieme al marito che delineano un rapporto di coppia in cui si possono leggere passione\, stanchezza\, insoddisfazione e crisi\, fino alla ribellione e il nuovo amore del marito\, una ragazza più giovane. Nora rimane sempre in scena\, mentre le apparizioni si susseguono\, legata ai gesti concreti del suo dipingere. Si va ricostruendo un filo e la certezza si scioglie in un andamento ondivago. Nel flusso dei pensieri e dei ricordi\, Nora si interroga e l’inquietudine diventa ossessione\, gli slanci perdono di impeto e brillantezza\, finché ritrovano nuove energie in una mano da stringere o in una tela da ricoprire di vernice bianca\, per avere la sensazione di ricominciare da capo. La donna anziana è riflessa in tre donne\, compresenti senza incontrarsi\, sono tre donne di età diverse\, ognuna è Nora ma è anche altro da lei. E anche l’Uomo non è solo\, è doppio\, si muove nello spazio sempre accompagnato dalla sua Ombra. La loro compresenza apre degli squarci di riflessione sul passato\, ma anche sul futuro.
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DESCRIPTION:di Jon Fosse; traduzione Thea Dellavalle \nun progetto di DELLAVALLE/PETRIS \ncon (in o.a.): Anna Bonaiuto NORA; Irene Petris DONNA; Roberta Ricciardi RAGAZZA; Emanuele Righi OMBRA; Giuseppe Sartori UOMO\nregia Thea Dellavalle\nsuono Franco Visioli; scene Francesco Esposito; costumi Marta Balduinotti\nproduzione Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa\nin collaborazione con Lido51\nin accordo con Arcadia & Ricono Ltd; per gentile concessione di Colombine Teaterförlag \ndurata 1 ora e 10 minuti \nIn TOO LATE\, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris\, Jon Fosse ci mette di fronte alla scelta di una “nuova Nora”(Anna Bonaiuto)\, una donna che ha lasciato il marito e i figli per diventare un’artista. \nSi è lasciata la vita alle spalle per ricominciare e non è mai tornata indietro. \nSiamo nel suo sguardo e nel suo pensiero mentre\, a distanza di anni\, si lascia visitare dalle ombre e dai ricordi della sua vita e si accorge che quei frammenti di passato non si ricompongono. \nTOO LATE nasce come idea originale del duo Dellavalle\Petris\, a partire dall’opera lirica NORA_ Too late – libretto di Jon Fosse\, su musica dell’autrice Du Wei – mai rappresentata in Italia. \nRegia\, traduzione e adattamento sono a cura di Thea Dellavalle. \nIrene Petris\, Roberta Ricciardi\, Emanuele Righi\, Giuseppe Sartori condividono la scena con Anna Bonaiuto. \nDrammaturgia del suono di Franco Visioli\, Leone d’Oro – Biennale di Venezia 2020. \nProduzione Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa \nin collaborazione con Lido51 \nTOO LATE nasce come progetto\, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris\, a partire da un testo inedito con una radice non puramente teatrale (un libretto d’opera) da cui trapelano atmosfere che vanno oltre il tempo e lo spazio e\, nella maestria della scrittura di Jon Fosse\, si evocano fantasmi o accenti del teatro di Henrik Ibsen\, ma anche di Čechov e Samuel Beckett. \nBenché l’autore norvegese abbia più volte sottolineato che non bisogna «leggere i suoi testi per la trama» e che «scrivere dischiude dimensioni dell’esistenza che non si possono spiegare»\, TOO LATE ritorna ai temi cari a Ibsen\, immaginando un “ritorno alla di Casa di bambola”\, con una Nora anziana che fa i conti con le scelte di una vita\, scoprendo che il “troppo tardi” le fa scoprire che i conti con il passato e i frammenti di una vita non sempre si ricompongono. Le ombre si allungano\, ma\, sono ombre che appartengono a tutti. La vita\, i rapporti\, i momenti\, le fratture si ripetono: abbandoniamo e siamo abbandonati\, siamo egoisti per noia o per necessità interiore\, amiamo e non siamo ricambiati\, spesso non riusciamo a non mentire\, raramente ci sentiamo compresi. \nIl titolo lo dice\, è troppo tardi (“c’è qualcosa per cui è troppo tardi?”). \nLa trama \nUna donna anziana inizia la sua giornata ripercorrendo\, attraverso i ricordi\, i momenti decisivi della sua vita. Il suo ricordo chiama in scena altre presenze\, non solo una sé stessa più giovane\, protagonista in pochi quadri insieme al marito che delineano un rapporto di coppia in cui si possono leggere passione\, stanchezza\, insoddisfazione e crisi\, fino alla ribellione e il nuovo amore del marito\, una ragazza più giovane. Nora rimane sempre in scena\, mentre le apparizioni si susseguono\, legata ai gesti concreti del suo dipingere. Si va ricostruendo un filo e la certezza si scioglie in un andamento ondivago. Nel flusso dei pensieri e dei ricordi\, Nora si interroga e l’inquietudine diventa ossessione\, gli slanci perdono di impeto e brillantezza\, finché ritrovano nuove energie in una mano da stringere o in una tela da ricoprire di vernice bianca\, per avere la sensazione di ricominciare da capo. La donna anziana è riflessa in tre donne\, compresenti senza incontrarsi\, sono tre donne di età diverse\, ognuna è Nora ma è anche altro da lei. E anche l’Uomo non è solo\, è doppio\, si muove nello spazio sempre accompagnato dalla sua Ombra. La loro compresenza apre degli squarci di riflessione sul passato\, ma anche sul futuro.
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DESCRIPTION:Ideazione\, testo e regia di Jan Fabre\nTraduzione in italiano di Franco Paris\nCon Annabelle Chambon e Cédric Charron\nDrammaturgia Miet Martens\nMusiche con improvvisazioni al corno Gustav Koenigs\nLuci e progetto tecnico Wout Janssens\nSpettacolo in francese\, con sopratitoli in italiano. Traduzione di Franco Paris.\nproduzione Troubleyn/Jan Fabre – Carnezzeria\nLa compagnia Troubleyn/Jan Fabre è sponsorizzata da Katoen Natie \nDurata: un’ora \nLa poésie de la résistance è un testo teatrale potente e impegnato\, scritto da Jan Fabre nel 2024\, che celebra la forza dell’arte\, della poesia e della resistenza contro l’oppressione. In un manifesto poetico e ritmico\, due performer si presentano come membri di un movimento di resistenza artistica\, che lotta in modo non violento contro la censura\, la soppressione e il conformismo. I loro corpi e le loro parole diventano armi di bellezza\, amore e creatività. L’opera è ricca di simbolismi e ripetizioni. I performer vengono “giustiziati” più e più volte da revolver\, fucili\, mitragliatrici\, ma si rialzano\, trasformando la violenza in movimento e poesia. Motivo ricorrente è l’atto di tatuare un nome sul corpo\, presentato come una tela vivente\, uno strumento di sfida che pensa e sente. Dai piedi alla lingua\, dal cuore al cervello\, ogni parte porta l’impronta dell’amore\, della memoria e della lotta. Il nome inciso ancora e ancora è sempre lo stesso: Libertà. \n“Créer\, c’est résister. Résister c’est créer” \n(Creare è resistere. Resistere è creare) – Stéphane Hessel\, Indignez-vous! \nLa vera libertà vive nell’arte e in coloro che continuano a sognare\, a danzare\, a parlare e ad amare\, anche se i proiettili continuano ad arrivare. \nLo spettacolo è ispirato al pamphlet Indignez-vous! di Stéphane Hessel e alla poesia \nLiberté di Paul Eluard.
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SUMMARY:UNA TRIBÙ\, ECCO QUELLO CHE SONO
DESCRIPTION:Testo\, concetto\, regia Jan Fabre\nTraduzione di Franco Paris\nCon Irene Urciuoli\nDrammaturgia Miet Martens\nDisegno luci e tecnica Wout Janssens\nproduzione Troubleyn/Jan Fabre – Carnezzeria\nLa compagnia Troubleyn/Jan Fabre è sponsorizzata da Katoen Natie. \nDurata: un’ora \nSpettacolo in italiano \nUna tribù\, ecco quello che sono (2004) è la prospettiva poetica di Jan Fabre sul lavoro del visionario del teatro Antonin Artaud\, il “fondatore” del Théâtre de la Cruauté (1938). \nQuesta crudeltà non è fisica\, ma spirituale: un invito a tornare alla verità cruda e non filtrata. Alla ricerca di un rituale segreto per risvegliare il divino dentro di sé\, Artaud si recò presso le tribù indiane; cercava la purificazione e la scoperta di sé come modo per rivelare la malattia spirituale dell’umanità. “Mi spoglio del mio corpo fino all’osso”\, si legge nel testo di Fabre. \nL’umanità è spiritualmente incapace di affrontare la natura. L’umanità soffre di insoddisfazione spirituale. Da qui il desiderio di tornare a uno stato primordiale. Parlare di vita significa anche parlare di morte. Possiamo solo gridare alla morte. Il linguaggio deve tornare a essere un grido. Il cambiamento avverrà attraverso incontri che curano le ferite del nostro cuore. \nQuesto monologo è il terzo incontro artistico tra Jan Fabre e l’affascinante attrice italiana Irene Uriciuoli. \n«La vraie révolution sera mentale ou ne sera pas.» \n(La vera rivoluzione sarà mentale o meno) — Antonin Artaud
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DESCRIPTION:So dove sono\, mi sono già persa qui \ndi Cristiana Morganti e Claudio Tolcachir\nCon Cristiana Morganti e Lisa Lippi Pagliai Regia Claudio Tolcachir\nCoreografie Cristiana Morganti\nAssistente alla regia Tommaso De Santis\nScena Cosimo Ferrigolo\nCostumi Nika Campisi\nLuci Alice Colla\nDa un’idea di Gaia Silvestrini\nDirettore di scena Gianluca Tomasella\nLaboratorio di scenografia ATTOSECONDO | immagine fondale LOREM | foto di scena Alfredo Toriello \nProduzione Carnezzeria con Théâtre de la Ville de Paris\, Teatri di Pistoia\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, \nTeatro Nazionale di Genova\, Teatro Biondo di Palermo \nin collaborazione con Timbre4 Madrid\, coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone \nDurata: 1 ora e 10 minuti \nClaudio Tolcachir e Cristiana Morganti si incontrano per dar vita ad un racconto che parte da riflessioni e spunti autobiografici\, ma che trova eco nelle vicende di personaggi del teatro classico\, archetipi della sensibilità e del mondo femminile. \nScegliendo di intrecciare storie solo apparentemente distanti fra loro\, la danzatrice\, attrice Cristiana Morganti\, per oltre vent’anni solista del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch\, ora coreografa indipendente\, e il regista e drammaturgo argentino Claudio Tolcachir\, costruiscono una fiaba contemporanea per esplorare il tema del tradimento emotivo\, riflettendo sulla crisi delle relazioni sentimentali tra genitori e figli e sul tempo che scorre. \nLa pièce unisce la costruzione narrativa alla poesia del movimento\, mescolando fiabe\, autobiografia ed echi shakespeariani. \nCome tipico dei due artisti\, lo sguardo è sempre ironico e disincantato\, attento a cogliere i risvolti tragicomici\, a volte grotteschi delle ferite sentimentali. \nLe figure portate in scena da Morganti\, affiancata in scena dall’interprete Lisa Lippi Pagliai\, appaiono e scompaiono nella suggestiva scenografia di Cosimo Ferrigolo\, dove anche le voci fuori campo interagiscono con la protagonista\, dando vita a un luogo emotivo complesso e affascinante\, un mondo popolato anche di ombre\, fantasmi e visioni. In questo universo variopinto si muovono altri temi\, dalla memoria ingannevole alla demenza senile\, dalla morte alla possibilità di trasformare il dolore in energia vitale. \nNOTE DI REGIA di Claudio Tolcachir\nQuell’istante in cui le nostre vite si frantumano\, come una temporanea sospensione nel tempo e nello spazio\, dove tutto perde forma e direzione. La morte dei nostri genitori\, sebbene attesa\, ci mette di fronte a un’incertezza primordiale e insidiosa che può essere affrontata solo con cautela. Ricercando il cammino. La donna di oggi e la ragazza che era un tempo affrontano le contraddizioni e le sensazioni insolite che emergono in questo nuovo tempo. \nLo spazio: Una foresta mentale\, infinita\, inquietante ma accogliente\, dove possiamo perderci fino a riscoprire il volto che eravamo un tempo e il volto che siamo oggi. Come uno specchio rifrangente che ci costringe a sentire e scoprire la via da seguire. La misteriosa intimità di uno spazio sospeso nel tempo\, a cui torniamo ancora e ancora quando siamo persi\, disorientati e forse più vivi che mai. \nQuesta foresta reale e teatrale ci permette anche di giocare con il bisogno di drammatizzare e trasformare le nostre esperienze in corpo e poesia. Una cabina telefonica abbandonata tra gli alberi\, come una promessa\, un invito o una minaccia. In fondo\, la foresta e un luogo di fuga e\, sicuramente\, anche di ritrovamento. \nI costumi: Come gli strati di una cipolla\, questa donna si copre e si scopre con gli abiti che la vita le pone sulle spalle. I tessuti della maturità\, la pelle della giovinezza. Il peso dell’abito che si attacca al corpo. Ciò che è mio\, ciò che ho ereditato\, ciò che lascio lungo il cammino. \nLe luci: Fondamentali per creare quest’atmosfera onirica e mentale e accompagnare il viaggio emotivo di queste donne vulnerabili\, ironiche\, vitali e imprevedibili. \nUna giovane donna nel bosco: \nUna giovane donna vaga per la foresta\, una provocazione della memoria\, di ciò che è andato perduto dentro di lei ma che sicuramente custodisce chiavi segrete così necessarie in questo momento. La saggezza di quella giovinezza può essere inquietante. Quell’”io” che ero un tempo la guarda\, e non c’è specchio più esigente che guardare negli occhi il tempo.
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DESCRIPTION:So dove sono\, mi sono già persa qui \ndi Cristiana Morganti e Claudio Tolcachir\nCon Cristiana Morganti e Lisa Lippi Pagliai Regia Claudio Tolcachir\nCoreografie Cristiana Morganti\nAssistente alla regia Tommaso De Santis\nScena Cosimo Ferrigolo\nCostumi Nika Campisi\nLuci Alice Colla\nDa un’idea di Gaia Silvestrini\nDirettore di scena Gianluca Tomasella\nLaboratorio di scenografia ATTOSECONDO | immagine fondale LOREM | foto di scena Alfredo Toriello \nProduzione Carnezzeria con Théâtre de la Ville de Paris\, Teatri di Pistoia\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, \nTeatro Nazionale di Genova\, Teatro Biondo di Palermo \nin collaborazione con Timbre4 Madrid\, coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone \nDurata: 1 ora e 10 minuti \nClaudio Tolcachir e Cristiana Morganti si incontrano per dar vita ad un racconto che parte da riflessioni e spunti autobiografici\, ma che trova eco nelle vicende di personaggi del teatro classico\, archetipi della sensibilità e del mondo femminile. \nScegliendo di intrecciare storie solo apparentemente distanti fra loro\, la danzatrice\, attrice Cristiana Morganti\, per oltre vent’anni solista del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch\, ora coreografa indipendente\, e il regista e drammaturgo argentino Claudio Tolcachir\, costruiscono una fiaba contemporanea per esplorare il tema del tradimento emotivo\, riflettendo sulla crisi delle relazioni sentimentali tra genitori e figli e sul tempo che scorre. \nLa pièce unisce la costruzione narrativa alla poesia del movimento\, mescolando fiabe\, autobiografia ed echi shakespeariani. \nCome tipico dei due artisti\, lo sguardo è sempre ironico e disincantato\, attento a cogliere i risvolti tragicomici\, a volte grotteschi delle ferite sentimentali. \nLe figure portate in scena da Morganti\, affiancata in scena dall’interprete Lisa Lippi Pagliai\, appaiono e scompaiono nella suggestiva scenografia di Cosimo Ferrigolo\, dove anche le voci fuori campo interagiscono con la protagonista\, dando vita a un luogo emotivo complesso e affascinante\, un mondo popolato anche di ombre\, fantasmi e visioni. In questo universo variopinto si muovono altri temi\, dalla memoria ingannevole alla demenza senile\, dalla morte alla possibilità di trasformare il dolore in energia vitale. \nNOTE DI REGIA di Claudio Tolcachir\nQuell’istante in cui le nostre vite si frantumano\, come una temporanea sospensione nel tempo e nello spazio\, dove tutto perde forma e direzione. La morte dei nostri genitori\, sebbene attesa\, ci mette di fronte a un’incertezza primordiale e insidiosa che può essere affrontata solo con cautela. Ricercando il cammino. La donna di oggi e la ragazza che era un tempo affrontano le contraddizioni e le sensazioni insolite che emergono in questo nuovo tempo. \nLo spazio: Una foresta mentale\, infinita\, inquietante ma accogliente\, dove possiamo perderci fino a riscoprire il volto che eravamo un tempo e il volto che siamo oggi. Come uno specchio rifrangente che ci costringe a sentire e scoprire la via da seguire. La misteriosa intimità di uno spazio sospeso nel tempo\, a cui torniamo ancora e ancora quando siamo persi\, disorientati e forse più vivi che mai. \nQuesta foresta reale e teatrale ci permette anche di giocare con il bisogno di drammatizzare e trasformare le nostre esperienze in corpo e poesia. Una cabina telefonica abbandonata tra gli alberi\, come una promessa\, un invito o una minaccia. In fondo\, la foresta e un luogo di fuga e\, sicuramente\, anche di ritrovamento. \nI costumi: Come gli strati di una cipolla\, questa donna si copre e si scopre con gli abiti che la vita le pone sulle spalle. I tessuti della maturità\, la pelle della giovinezza. Il peso dell’abito che si attacca al corpo. Ciò che è mio\, ciò che ho ereditato\, ciò che lascio lungo il cammino. \nLe luci: Fondamentali per creare quest’atmosfera onirica e mentale e accompagnare il viaggio emotivo di queste donne vulnerabili\, ironiche\, vitali e imprevedibili. \nUna giovane donna nel bosco: \nUna giovane donna vaga per la foresta\, una provocazione della memoria\, di ciò che è andato perduto dentro di lei ma che sicuramente custodisce chiavi segrete così necessarie in questo momento. La saggezza di quella giovinezza può essere inquietante. Quell’”io” che ero un tempo la guarda\, e non c’è specchio più esigente che guardare negli occhi il tempo.
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SUMMARY:GIULIO CESARE O LA NOTTE DELLA REPUBBLICA
DESCRIPTION:Da William Shakespeare \nAdattamento drammaturgico e riscrittura Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo\nProgetto Il Mulino di Amleto / A.M.A. Factory\nRegia Marco Lorenzi\nCollaborazione artistica Barbara Mazzi\, Rebecca Rossetti\, Daniele Russo\nCon (in o.a.) Vittorio Camarota\, Yuri D’Agostino\, Raffaele Musella\, Rebecca Rossetti\, Francesco Sabatino\, Angelo Tronca\nCon la partecipazione in video di Ida Marinelli e Danilo Nigrelli\nDisegno sonoro Massimiliano Bressan \nproduzione A.M.A. Factory in coproduzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello  \nDurata 2 ore \nGIULIO CESARE o LA NOTTE DELLA REPUBBLICA\, da un adattamento drammaturgico di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo\, è un progetto nato per indagare il rapporto tra potere\, individuo e fragilità degli ordinamenti democratici nel nostro tempo. È pensato per coinvolgere emotivamente il pubblico in una delle congiure più celebri della Storia\, raccontata da Shakespeare con lucidità e contraddizione. \nLo spettacolo ha un duplice obiettivo: affrontare con radicalità uno dei testi shakespeariani più potenti e “usare” la storia di Bruto\, Cassio\, Antonio e del crollo della Repubblica romana\, per interrogare il nostro presente. Le domande sono molte: cosa spinge alcuni a ribellarsi\, anche con l’uso delle armi? Che rapporto abbiamo con la responsabilità legata alla libertà e alla democrazia? Quando smettiamo di credere nei nostri ideali? Che ruolo hanno i media nella costruzione del reale? \nNon si tratta di una ricostruzione storica\, ma di un’indagine del “nostro” rapporto\, oggi\, con questi temi e questo testo. \nCassio dice a Bruto: «La colpa non è nelle nostre stelle\, ma in noi stessi». Da lì\, parte il nostro viaggio nell’imperfezione umana di quel male che\, moltiplicato\, diventa motore delle forze sociali\, le quali impediscono che lo sviluppo si trasformi in progresso.
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