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DESCRIPTION:Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo\nPremio della Critica A.N.C.T. 2025 \nDrammaturgia Gabriele Di Luca\nRegia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti\nCon (in o.a.) Elsa Bossi (Lori)\, Marina Occhionero (Iris)\, Chiara Stoppa (Betti)\nAssistente alla regia Matteo Berardinelli Musiche originali Massimiliano Setti\nScene Enzo Mologni Costumi Elisabetta Zinelli Ideazione luci Carrozzeria Orfeo\nDirezione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi\nRealizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due\nRealizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due\nIllustrazione locandina Federico Bassi\, Giacomo Trivellini Foto di scena Simone Infantino\nOrganizzazione Luisa Supino e Giulia Zaccherini Ufficio stampa Raffaella Ilari \nUna produzione Fondazione Teatro Due\, Accademia Perduta/Romagna Teatri\, Teatro Stabile d’Abruzzo\, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival in collaborazione con Asti Teatro 47 \ndurata 1 ora e 40’  \nVincitore del Premio della Critica A.N.C.T. 2025\, arriva al Teatro Vascello\, dal 27 gennaio all’8 febbraio\, “Misurare il salto delle rane” uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo\, testo di Gabriele Di Luca\, anche regista insieme a Massimiliano Setti\, che vede in scena le tre attrici Elsa Bossi\, Marina Occhionero e Chiara Stoppa. Una produzione Fondazione Teatro Due\, Accademia Perduta/Romagna Teatri\, Teatro Stabile d’Abruzzo\, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival in collaborazione con Asti Teatro 47. \nAmbientata in un piccolo paese di pescatori negli anni ’90\, Misurare il salto delle rane è una dark comedy che vede protagoniste tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che si intrecciano nelle loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. Nucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. \nIl testo è stato pubblicato nel 2025 da Cue Press\, con Prefazione di Rodolfo di Giammarco\, Introduzione di Giulio Baffi e Postfazione/Lettera ai personaggi di Maura Gancitano.
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DESCRIPTION:progetto teatrale di NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI \ndrammaturgia NICCOLÒ FETTARAPPA\naiuto regia MARIA CHIARA ARRIGHINI\ncontributo intellettuale di CHRISTIAN RAIMO\nsound designer LORENZO MINOZZI\nregia e interpretazione di NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI\nproduzione AGIDI – ArtistiAssociati-Centro di Produzione Teatrale \ncon il sostegno del MiC e SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea” 2024 \ndurata 60 minuti senza intervallo \nLe città sono un inferno\, ma in campagna manco morto. I mezzi non passano\, allora resto a casa. Ma a casa mi sfrattano e sono di nuovo per strada. Daspo\, zone rosse\, aiuole e carrarmati: tutto aspira al malessere pubblico. Turisti e militari fanno festa per il centro\, mentre gli ultimi vengono scortati in periferia. Le città diventano sempre più macchine di espulsione\, enclave chiuse di ricchi privilegiati. Venezia può essere affittata per eventi privati\, mentre intanto i centri sociali vengono sgomberati. Insomma\, come “stiamo insieme” nelle nostre città? Male\, ci stiamo molto male. \nSCEMI DEL VILLAGGIO è un grido teatrale che vuole riscoprire la città con lo sguardo satirico e surreale\, tipico di Fettarappa/Guerrieri. Protagonista è il territorio e il nostro rapporto conflittuale con i diversi spazi sociali\, dai paesi di provincia alle metropoli. Al centro dello spettacolo\, le nevrosi del vivere cittadino\, le citta di tutto il mondo che tendono sempre più ad assomigliarsi e ad omologarsi secondo i diktat del mercato e del turismo.
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DESCRIPTION:di William Shakespeare \ntraduzione Federico Bellini\nadattamento Antonio Latella e Federico Bellini\nregia Antonio Latella\ncon Vinicio Marchioni (Riccardo III)\nSilvia Ajelli (Regina Elisabetta)\, Anna Coppola (Regina madre\, Duchessa di York)\, Flavio Capuzzo Dolcetta (custode)\, Sebastian Luque Herrera (Principe York\, Richmond)\, Luca Ingravalle (Principe Edoardo)\, Giulia Mazzarino (Lady Anna)\, Candida Nieri (Regina Margherita)\, Stefano Patti (Buckingham)\, Annibale Pavone (Clarence – Re Edoardo – Stanley)\, Andrea Sorrentino (Hastings\, Sindaco)\ndramaturg Linda Dalisi\nscene Annelisa Zaccheria\ncostumi Simona D’Amico\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nregista assistente e movimenti Alessio Maria Romano\nassistente volontario Riccardo Rampazzo \nproduzione Teatro Stabile dell’Umbria e LAC Lugano Arte e Cultura \ndurata 2 ore e 40 minuti compreso intervallo \nIl male è. Non è una forma\, non è uno zoppo. Non è un gobbo. Il male è vita. Il male è natura. Il male è divinità. Il nostro intento è quello di provare ad andare oltre l’esteriorità del male cercando di percepirne l’incanto. È chiaro che se il male stesso viene rappresentato attraverso un segno fisico il pubblico è portato ad accettarlo\, vede la “mostruosità” e la giustifica. Anzi\, prova empatia se non simpatia con e per il protagonista. Ma è ancora accettabile questo “alibi di deformità” nel ventunesimo secolo? Probabilmente il Bardo ne aveva bisogno per giustificare al pubblico\, in qualche modo\, tutte le malefatte del protagonista. Difatti utilizzò un corpo maschera\, molto più vicino a un giullare di corte\, al fool\, la cui figura era spesso caricata di segni esteriori – come la gobba – che\, nel tempo\, hanno assunto significati ambivalenti: grotteschi ma anche propiziatori. Non è un caso che nella cultura popolare si corresse a toccare la gobba per buon auspicio. \nIn alcuni Paesi\, Riccardo III viene tolto dai cartelloni di programmazione teatrale perché potrebbe risultare offensivo per chi convive con una disabilità fisica; argomento delicato in questi tempi dove il politically correct\, nel bene e nel male\, rischia di diventare censura che muta l’originalità delle opere decontestualizzandole dal periodo storico a cui appartengono. \nA noi interessa la forza della parola\, la seduzione della parola\, e\, perché no\, la scorrettezza della parola. Il serpente incantò Eva con le parole\, o\, in ogni caso\, bisognerebbe pensare che il serpente fu abile in quanto riuscì a far staccare la mela dall’albero ad Eva ma fu Adamo a morderla. Quindi\, chi dei due peccò? Il male che mi interessa è nella bellezza\, non nella disarmonia. Il male è il giardino dell’Eden. Una bellezza accecante\, una bellezza che pretende un ritorno al figurativo. Una bellezza opulenta e ingannatrice\, fatta di relazioni pericolose\, di giochi di seduzione continui. E\, in questo\, Riccardo III è il maggiore dei maestri. La sua battaglia non è per la corona\, non è per l’ascesa al trono\, ma è per la sottomissione del femminile\, quando è proprio il femminile che gli darà scacco matto; difatti sarà la Regina madre a portare a termine una tremenda maledizione.
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DESCRIPTION:di William Shakespeare \ntraduzione Federico Bellini\nadattamento Antonio Latella e Federico Bellini\nregia Antonio Latella\ncon Vinicio Marchioni (Riccardo III)\nSilvia Ajelli (Regina Elisabetta)\, Anna Coppola (Regina madre\, Duchessa di York)\, Flavio Capuzzo Dolcetta (custode)\, Sebastian Luque Herrera (Principe York\, Richmond)\, Luca Ingravalle (Principe Edoardo)\, Giulia Mazzarino (Lady Anna)\, Candida Nieri (Regina Margherita)\, Stefano Patti (Buckingham)\, Annibale Pavone (Clarence – Re Edoardo – Stanley)\, Andrea Sorrentino (Hastings\, Sindaco)\ndramaturg Linda Dalisi\nscene Annelisa Zaccheria\ncostumi Simona D’Amico\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nregista assistente e movimenti Alessio Maria Romano\nassistente volontario Riccardo Rampazzo \nproduzione Teatro Stabile dell’Umbria e LAC Lugano Arte e Cultura \ndurata 2 ore e 40 minuti compreso intervallo \nIl male è. Non è una forma\, non è uno zoppo. Non è un gobbo. Il male è vita. Il male è natura. Il male è divinità. Il nostro intento è quello di provare ad andare oltre l’esteriorità del male cercando di percepirne l’incanto. È chiaro che se il male stesso viene rappresentato attraverso un segno fisico il pubblico è portato ad accettarlo\, vede la “mostruosità” e la giustifica. Anzi\, prova empatia se non simpatia con e per il protagonista. Ma è ancora accettabile questo “alibi di deformità” nel ventunesimo secolo? Probabilmente il Bardo ne aveva bisogno per giustificare al pubblico\, in qualche modo\, tutte le malefatte del protagonista. Difatti utilizzò un corpo maschera\, molto più vicino a un giullare di corte\, al fool\, la cui figura era spesso caricata di segni esteriori – come la gobba – che\, nel tempo\, hanno assunto significati ambivalenti: grotteschi ma anche propiziatori. Non è un caso che nella cultura popolare si corresse a toccare la gobba per buon auspicio. \nIn alcuni Paesi\, Riccardo III viene tolto dai cartelloni di programmazione teatrale perché potrebbe risultare offensivo per chi convive con una disabilità fisica; argomento delicato in questi tempi dove il politically correct\, nel bene e nel male\, rischia di diventare censura che muta l’originalità delle opere decontestualizzandole dal periodo storico a cui appartengono. \nA noi interessa la forza della parola\, la seduzione della parola\, e\, perché no\, la scorrettezza della parola. Il serpente incantò Eva con le parole\, o\, in ogni caso\, bisognerebbe pensare che il serpente fu abile in quanto riuscì a far staccare la mela dall’albero ad Eva ma fu Adamo a morderla. Quindi\, chi dei due peccò? Il male che mi interessa è nella bellezza\, non nella disarmonia. Il male è il giardino dell’Eden. Una bellezza accecante\, una bellezza che pretende un ritorno al figurativo. Una bellezza opulenta e ingannatrice\, fatta di relazioni pericolose\, di giochi di seduzione continui. E\, in questo\, Riccardo III è il maggiore dei maestri. La sua battaglia non è per la corona\, non è per l’ascesa al trono\, ma è per la sottomissione del femminile\, quando è proprio il femminile che gli darà scacco matto; difatti sarà la Regina madre a portare a termine una tremenda maledizione.
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DESCRIPTION:di Jon Fosse; traduzione Thea Dellavalle \nun progetto di DELLAVALLE/PETRIS \ncon (in o.a.): Anna Bonaiuto NORA; Irene Petris DONNA; Roberta Ricciardi RAGAZZA; Emanuele Righi OMBRA; Giuseppe Sartori UOMO\nregia Thea Dellavalle\nsuono Franco Visioli; scene Francesco Esposito; costumi Marta Balduinotti\nproduzione Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa\nin collaborazione con Lido51\nin accordo con Arcadia & Ricono Ltd; per gentile concessione di Colombine Teaterförlag \ndurata 1 ora e 10 minuti \nIn TOO LATE\, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris\, Jon Fosse ci mette di fronte alla scelta di una “nuova Nora”(Anna Bonaiuto)\, una donna che ha lasciato il marito e i figli per diventare un’artista. \nSi è lasciata la vita alle spalle per ricominciare e non è mai tornata indietro. \nSiamo nel suo sguardo e nel suo pensiero mentre\, a distanza di anni\, si lascia visitare dalle ombre e dai ricordi della sua vita e si accorge che quei frammenti di passato non si ricompongono. \nTOO LATE nasce come idea originale del duo Dellavalle\Petris\, a partire dall’opera lirica NORA_ Too late – libretto di Jon Fosse\, su musica dell’autrice Du Wei – mai rappresentata in Italia. \nRegia\, traduzione e adattamento sono a cura di Thea Dellavalle. \nIrene Petris\, Roberta Ricciardi\, Emanuele Righi\, Giuseppe Sartori condividono la scena con Anna Bonaiuto. \nDrammaturgia del suono di Franco Visioli\, Leone d’Oro – Biennale di Venezia 2020. \nProduzione Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa \nin collaborazione con Lido51 \nTOO LATE nasce come progetto\, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris\, a partire da un testo inedito con una radice non puramente teatrale (un libretto d’opera) da cui trapelano atmosfere che vanno oltre il tempo e lo spazio e\, nella maestria della scrittura di Jon Fosse\, si evocano fantasmi o accenti del teatro di Henrik Ibsen\, ma anche di Čechov e Samuel Beckett. \nBenché l’autore norvegese abbia più volte sottolineato che non bisogna «leggere i suoi testi per la trama» e che «scrivere dischiude dimensioni dell’esistenza che non si possono spiegare»\, TOO LATE ritorna ai temi cari a Ibsen\, immaginando un “ritorno alla di Casa di bambola”\, con una Nora anziana che fa i conti con le scelte di una vita\, scoprendo che il “troppo tardi” le fa scoprire che i conti con il passato e i frammenti di una vita non sempre si ricompongono. Le ombre si allungano\, ma\, sono ombre che appartengono a tutti. La vita\, i rapporti\, i momenti\, le fratture si ripetono: abbandoniamo e siamo abbandonati\, siamo egoisti per noia o per necessità interiore\, amiamo e non siamo ricambiati\, spesso non riusciamo a non mentire\, raramente ci sentiamo compresi. \nIl titolo lo dice\, è troppo tardi (“c’è qualcosa per cui è troppo tardi?”). \nLa trama \nUna donna anziana inizia la sua giornata ripercorrendo\, attraverso i ricordi\, i momenti decisivi della sua vita. Il suo ricordo chiama in scena altre presenze\, non solo una sé stessa più giovane\, protagonista in pochi quadri insieme al marito che delineano un rapporto di coppia in cui si possono leggere passione\, stanchezza\, insoddisfazione e crisi\, fino alla ribellione e il nuovo amore del marito\, una ragazza più giovane. Nora rimane sempre in scena\, mentre le apparizioni si susseguono\, legata ai gesti concreti del suo dipingere. Si va ricostruendo un filo e la certezza si scioglie in un andamento ondivago. Nel flusso dei pensieri e dei ricordi\, Nora si interroga e l’inquietudine diventa ossessione\, gli slanci perdono di impeto e brillantezza\, finché ritrovano nuove energie in una mano da stringere o in una tela da ricoprire di vernice bianca\, per avere la sensazione di ricominciare da capo. La donna anziana è riflessa in tre donne\, compresenti senza incontrarsi\, sono tre donne di età diverse\, ognuna è Nora ma è anche altro da lei. E anche l’Uomo non è solo\, è doppio\, si muove nello spazio sempre accompagnato dalla sua Ombra. La loro compresenza apre degli squarci di riflessione sul passato\, ma anche sul futuro.
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DESCRIPTION:di Jon Fosse; traduzione Thea Dellavalle \nun progetto di DELLAVALLE/PETRIS \ncon (in o.a.): Anna Bonaiuto NORA; Irene Petris DONNA; Roberta Ricciardi RAGAZZA; Emanuele Righi OMBRA; Giuseppe Sartori UOMO\nregia Thea Dellavalle\nsuono Franco Visioli; scene Francesco Esposito; costumi Marta Balduinotti\nproduzione Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa\nin collaborazione con Lido51\nin accordo con Arcadia & Ricono Ltd; per gentile concessione di Colombine Teaterförlag \ndurata 1 ora e 10 minuti \nIn TOO LATE\, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris\, Jon Fosse ci mette di fronte alla scelta di una “nuova Nora”(Anna Bonaiuto)\, una donna che ha lasciato il marito e i figli per diventare un’artista. \nSi è lasciata la vita alle spalle per ricominciare e non è mai tornata indietro. \nSiamo nel suo sguardo e nel suo pensiero mentre\, a distanza di anni\, si lascia visitare dalle ombre e dai ricordi della sua vita e si accorge che quei frammenti di passato non si ricompongono. \nTOO LATE nasce come idea originale del duo Dellavalle\Petris\, a partire dall’opera lirica NORA_ Too late – libretto di Jon Fosse\, su musica dell’autrice Du Wei – mai rappresentata in Italia. \nRegia\, traduzione e adattamento sono a cura di Thea Dellavalle. \nIrene Petris\, Roberta Ricciardi\, Emanuele Righi\, Giuseppe Sartori condividono la scena con Anna Bonaiuto. \nDrammaturgia del suono di Franco Visioli\, Leone d’Oro – Biennale di Venezia 2020. \nProduzione Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa \nin collaborazione con Lido51 \nTOO LATE nasce come progetto\, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris\, a partire da un testo inedito con una radice non puramente teatrale (un libretto d’opera) da cui trapelano atmosfere che vanno oltre il tempo e lo spazio e\, nella maestria della scrittura di Jon Fosse\, si evocano fantasmi o accenti del teatro di Henrik Ibsen\, ma anche di Čechov e Samuel Beckett. \nBenché l’autore norvegese abbia più volte sottolineato che non bisogna «leggere i suoi testi per la trama» e che «scrivere dischiude dimensioni dell’esistenza che non si possono spiegare»\, TOO LATE ritorna ai temi cari a Ibsen\, immaginando un “ritorno alla di Casa di bambola”\, con una Nora anziana che fa i conti con le scelte di una vita\, scoprendo che il “troppo tardi” le fa scoprire che i conti con il passato e i frammenti di una vita non sempre si ricompongono. Le ombre si allungano\, ma\, sono ombre che appartengono a tutti. La vita\, i rapporti\, i momenti\, le fratture si ripetono: abbandoniamo e siamo abbandonati\, siamo egoisti per noia o per necessità interiore\, amiamo e non siamo ricambiati\, spesso non riusciamo a non mentire\, raramente ci sentiamo compresi. \nIl titolo lo dice\, è troppo tardi (“c’è qualcosa per cui è troppo tardi?”). \nLa trama \nUna donna anziana inizia la sua giornata ripercorrendo\, attraverso i ricordi\, i momenti decisivi della sua vita. Il suo ricordo chiama in scena altre presenze\, non solo una sé stessa più giovane\, protagonista in pochi quadri insieme al marito che delineano un rapporto di coppia in cui si possono leggere passione\, stanchezza\, insoddisfazione e crisi\, fino alla ribellione e il nuovo amore del marito\, una ragazza più giovane. Nora rimane sempre in scena\, mentre le apparizioni si susseguono\, legata ai gesti concreti del suo dipingere. Si va ricostruendo un filo e la certezza si scioglie in un andamento ondivago. Nel flusso dei pensieri e dei ricordi\, Nora si interroga e l’inquietudine diventa ossessione\, gli slanci perdono di impeto e brillantezza\, finché ritrovano nuove energie in una mano da stringere o in una tela da ricoprire di vernice bianca\, per avere la sensazione di ricominciare da capo. La donna anziana è riflessa in tre donne\, compresenti senza incontrarsi\, sono tre donne di età diverse\, ognuna è Nora ma è anche altro da lei. E anche l’Uomo non è solo\, è doppio\, si muove nello spazio sempre accompagnato dalla sua Ombra. La loro compresenza apre degli squarci di riflessione sul passato\, ma anche sul futuro.
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SUMMARY:LA POÉSIE DE LA RÉSISTANCE
DESCRIPTION:Ideazione\, testo e regia di Jan Fabre\nTraduzione in italiano di Franco Paris\nCon Annabelle Chambon e Cédric Charron\nDrammaturgia Miet Martens\nMusiche con improvvisazioni al corno Gustav Koenigs\nLuci e progetto tecnico Wout Janssens\nSpettacolo in francese\, con sopratitoli in italiano. Traduzione di Franco Paris.\nproduzione Troubleyn/Jan Fabre – Carnezzeria\nLa compagnia Troubleyn/Jan Fabre è sponsorizzata da Katoen Natie \nDurata: un’ora \nLa poésie de la résistance è un testo teatrale potente e impegnato\, scritto da Jan Fabre nel 2024\, che celebra la forza dell’arte\, della poesia e della resistenza contro l’oppressione. In un manifesto poetico e ritmico\, due performer si presentano come membri di un movimento di resistenza artistica\, che lotta in modo non violento contro la censura\, la soppressione e il conformismo. I loro corpi e le loro parole diventano armi di bellezza\, amore e creatività. L’opera è ricca di simbolismi e ripetizioni. I performer vengono “giustiziati” più e più volte da revolver\, fucili\, mitragliatrici\, ma si rialzano\, trasformando la violenza in movimento e poesia. Motivo ricorrente è l’atto di tatuare un nome sul corpo\, presentato come una tela vivente\, uno strumento di sfida che pensa e sente. Dai piedi alla lingua\, dal cuore al cervello\, ogni parte porta l’impronta dell’amore\, della memoria e della lotta. Il nome inciso ancora e ancora è sempre lo stesso: Libertà. \n“Créer\, c’est résister. Résister c’est créer” \n(Creare è resistere. Resistere è creare) – Stéphane Hessel\, Indignez-vous! \nLa vera libertà vive nell’arte e in coloro che continuano a sognare\, a danzare\, a parlare e ad amare\, anche se i proiettili continuano ad arrivare. \nLo spettacolo è ispirato al pamphlet Indignez-vous! di Stéphane Hessel e alla poesia \nLiberté di Paul Eluard.
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