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DESCRIPTION:Regia e Coreografie LUCINDA CHILDS\nDirettore Artistico MICHELE POGLIANI\nMusiche PHILIP GLASS\nVideo ROBERTO BERTA e BABETTE MANGOLTE\nInterpreti Danzatori MP3 Dance Project\nCostumi TIZIANA BARBARANELLI\nProject Manager MARTINA GALBIATI\nFoto di Scena DENISE PRANDINI\nCoordinatore di Produzione FABRIZIO DE ANGELIS\nproduzione MPTRE PROJECT e CHANGE PERFORMING ARTS\ndurata dello spettacolo 60 minuti \nProgramma:\nKatema dancers: SARA MIGNANI • IRENE VENUTA\nPhilip Glass: Etude#18 – dancers: AGNESE TRIPPA • NICOLO TROIANO\nCalico Mingling VIDEO 1973\nPastime dancers: SARA MIGNANI • IRENE VENUTA • AGNESE TRIPPA\nPhilip Glass: Etude#5 – dancers: NICOLO’TROIANO • SARA MIGNANI • IRENE VENUTA \nGlass whit SILENCE\nUn viaggio straordinario nell’universo coreografico di Lucinda Childs\, una delle voci più influenti e innovative della danza postmoderna americana.\nLa serata celebra la sua straordinaria capacità di intrecciare movimento\, spazio e tempo in un racconto visivo e corporeo che unisce passato e presente. \nIl programma si apre con Katema\, una video/installazione esclusiva che rivisita i l video originale del 1978. Grazie a un nuovo montaggio e all’intervento dal vivo di due danzatrici\, le immagini si trasformano in un dialogo vibrante tra storia e contemporaneità\, costruendo un ponte dinamico tra memoria e innovazione. \nLa serata prevede due nuove coreografie firmate dalla stessa Lucinda Childs\, ispirate alle celebri Études di Philip Glass. La struttura ipnotica e stratificata della musica diventa il terreno ideale per esplorare i temi cari alla coreografa: la ripetizione\, il minimalismo e la metamorfosi del movimento nello spazio. In questo dialogo profondo tra danza e musica\, l’eleganza e l’intensità della ricerca artistica di Childs trovano una nuova espressione. \nSegue la proiezione di Calico Mingling\, una delle coreografie più iconiche dell’artista datata 1973. Questo video storico offre al pubblico una preziosa retrospettiva sul suo linguaggio unico\, senza tempo\, e sulla visione rivoluzionaria che ha trasformato il mondo della danza contemporanea. \nA completare il programma Pastime il primo solo della coreografa riproposto in una nuova versione con un trio di danzatrici. \nUna serata che celebra la poesia del movimento e l’eredità immortale di una delle menti più visionarie della danza moderna.
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SUMMARY:TRAGUDIA IL CANTO DI EDIPO
DESCRIPTION:liberamente ispirato alle opere di Sofocle e ai racconti del mito\nDi Alessandro Serra\nRegia Alessandro Serra\nCon Alessandro Burzotta\, Salvatore Drago\, Francesca Gabucci\, Sara Giannelli\, Jared McNeill\, Chiara Michelini\, Felice Montervino\nRegia\, scene\, luci\, suoni\, costumi Alessandro Serra\nTraduzione in lingua grecanica Salvino Nucera\nVoci e canti Bruno de Franceschi\nCollaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini\nCollaborazione al suono Gup Alcaro\nCollaborazione alle luci Stefano Bardelli\nCollaborazione ai costumi Serena Trevisi Marceddu\nTecnico del suono Alessandro Orrù\nCostruzione scena Daniele Lepori\, Serena Trevisi Marceddu\, Loic Francois Hamelin\nProduzione Sardegna Teatro\, Teatro Bellini\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale Fondazione Teatro Due Parma\nIn collaborazione con Compagnia Teatropersona\, I Teatri di Reggio Emilia \ndurata ’80 \n64th INTERNATIONAL THEATER FESTIVAL MESS:\n“Golden Laurel Wreath Award” Grand Prix per il miglior spettacolo\n“Golden Laurel Wreath Award”\, miglior regista Alessandro Serra\n“Golden Laurel Wreath Award”\, miglior attore/attrice Chiara Michelini\nPremio Radio Sarajevo “Sound of MESS” per il miglior uso dei suoni in teatro \nScrive Antifane nella commedia Poiesis:\nLa tragedia è un’arte fortunata\, perché gli spettatori conoscono l’intreccio già prima che il poeta lo racconti\, basta ricordarglielo. Appena pronunziato il nome di «Edipo»\, già si sa tutto il resto il padre Laio\, la madre Giocasta\, le figlie\, i figli\, che cosa ha sofferto\, la sua colpa.\nCome ricostruire oggi quel sapere collettivo che esonerava il poeta tragico dal dover volgere in prosa il mito e lo legittimava a sollecitare immediate visioni nel pubblico?\nCome compiere il tragico oggi?\nQuale linguaggio è\, ciò che tramite Sofocle\, vogliamo dire allo spettatore? E in quale lingua? Il greco di Sofocle era volutamente alto e musicale\, una lingua che ci strappa dal piano di realtà e ci pone su un livello di trascendenza.\nCome consegnare al pubblico la drammatizzazione perfetta del mito perfetto in una lingua non ostile e concettuale ma musicale\, istintiva e sensuale?\nL’italiano sembra abbassare il tragico a un fatto drammatico.\nAbbiamo perciò scelto il grecanico\, lingua che ancora oggi risuona in un angolo remoto di quella che fu la Magna Grecia\, una striscia di terra che dal mare si arrampica sull’Aspromonte scrutando all’orizzonte l’Etna.
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DESCRIPTION:Spettacolo in collaborazione con Romaeuropa Festival \nregia\, drammaturgia\, scene e video Giorgina Pi\ndramaturg Massimo Fusillo\ncon Gaia Insenga (Filottete)\, Giampiero Judica (Ulisse)\, Aurora Peres (Deus Ex)\, Gabriele Portoghese (Neottolemo)\, Alexia Sarantopoulou (Il Coro)\nambiente sonoro Collettivo Angelo Mai\narrangiamenti e cura del suono Cristiano De Fabritiis\, Valerio Vigliar\ncostumi Sandra Cardini\nluci Andrea Gallo\ncolorist Alessio Morglia \nproduzione Bluemotion /Teatro Nazionale di Genova / ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione –Teatro Nazionale / TPE Teatro Piemonte Europa in collaborazione Angelo Mai \ndurata 1 ora e 15’ \nLemnos è la prima tappa di un progetto performativo che attraversa mito\, poesia e paesaggio contemporaneo. Il lavoro prende avvio dalla figura di Filottete\, l’eroe abbandonato sull’isola di Lemnos dopo essere stato ferito da un serpente. La sua ferita\, incurabile e maleodorante\, lo rende intollerabile alla comunità dei guerrieri che lo lasciano solo sull’isola durante la spedizione verso Troia. Anni dopo\, quando la guerra sembra impossibile da vincere\, i Greci scoprono che solo il suo arco — l’arco di Eracle — può garantire la vittoria. Sono così costretti a tornare a cercare proprio colui che avevano espulso. Il mito narra che Ulisse e il giovane Neottolemo tornino a Lemnos\, per sottrargli l’arco con l’inganno. Alla fine\, però\, la rivoluzione interiore di Neottolemo modificherà l’esito della storia. Lemnos è una drammaturgia originale che nasce da scoperte e risonanze con il presente\, da viaggi nei luoghi della ricerca\, da incontri e interviste. \nDa diari scritti nei mesi di lavoro. Il progetto assume questo mito come una figura nodale per interrogare i meccanismi di esclusione che attraversano le comunità politiche e le narrazioni storiche. Nella riscrittura scenica di Lemnos\, Filottete è una donna: un gesto che si pone come omaggio alla poesia e al pensiero di Adrienne Rich\, che sceglie proprio Filottete come suo alter ego che re-visiona il mondo da una prospettiva femminista e radicale. La ferita di Filottete diventa così il punto di emergenza di un corpo che la comunità non riesce a contenere ma di cui continua ad avere bisogno. Anche Eracle è una donna\, ma ha perso le sue doti di deus ex machina. Queste due polarità circondano i due diversi modelli maschili: Ulisse archetipo di una strategia stanca accanto a Neottolemo che porta il peso di essere figlio di un eroe. E poi c’è il coro che dal presente racconta\, sa\, rende testimonianza parlando in greco. \nLa drammaturgia si costruisce come un montaggio di materiali poetici e teorici che attraversano il Novecento e la scrittura femminista. Tra questi\, la riscrittura del mito di Ghiannis Ritsos\, poeta greco che visse lunghi periodi di confino politico\, e le risonanze epiche e postcoloniali di Derek Walcott. A queste voci si intrecciano la scrittura di Rich e il pensiero di Hélène Cixous\, componendo un campo di forze poetiche in cui il mito viene riattivato come dispositivo critico sul presente. \nIl lavoro nasce parallelamente da una ricerca sul campo condotta in Grecia\, tra isole e paesaggi attraversati da stratificazioni di memoria politica. In particolare\, l’isola di Makronisos\, che è la vera isola del Filottete di Giorgina Pi\, luogo di deportazione e rieducazione durante e dopo la guerra civile greca entra nel progetto come controcampo storico del mito: un paesaggio reale in cui la ferita e l’esilio assumono una dimensione collettiva ancora irrisolta. \nVideo\, suono e parola costruiscono in scena un ambiente immersivo che nasce da queste indagini sul campo. Riprese video\, field recordings\, materiali raccolti nei luoghi della ricerca e frammenti poetici vengono montati come un dispositivo performativo in cui il paesaggio diventa parte attiva della drammaturgia. \nIn Lemnos il mito non viene rappresentato ma riattivato. Filottete diventa una figura attraverso cui interrogare le genealogie della violenza\, le forme dell’abbandono e il ritorno di ciò che la storia tenta di espellere. La scena si configura così come uno spazio di attraversamento tra mito e archivio\, tra poesia e paesaggio\, in cui la ferita continua a produrre voce. \nLemnos è un’isola. L’isola del confino\, dell’esclusione. Il luogo dove sopravvivere è il sogno più impossibile. Ma è anche il solo posto in cui Filottete\, dal margine\, legge chiaramente il passato e riconosce da dove viene. Sceglie la sua genealogia. Così come fecero e continuano a fare tante persone attraverso la politica e la poesia come atto di testimonianza. Lemnos è un viaggio sulla tragedia che abitò alcune isole di confino greche creando\, anche dopo la Seconda guerra mondiale\, veri campi di concentramento in Europa\, nel mar Egeo\, per chi non rinnegava il proprio antifascismo. Un’epica della crudeltà\, di cui non si conosce nulla. Abbiamo visitato Makronisos\, il cuore di quell’orrore e abbiamo scelto di raccontarne le atrocità. Lo facciamo a partire da Sofocle attraverso le voci contemporanee di chi ha raccontato con la poesia quanto il mito di Filottete fosse ancora necessario. Persone che come noi quella storia non l’hanno mai perdonata. L’isola è sospensione tra prima e dopo. La frattura\, la vertigine di cui si sceglie di non parlare. Il nostro Neottolemo si domanda “perché siamo venuti?” “perché abbiamo combattuto?” “dove e perché torniamo?”. E sono domande che ci poniamo noi\, oggi\, come oppositori e oppositrici dell’orrore in cui siamo cresciute e che non smette di circondarci\, dove stridono ancora armi e fascismo\, e il mare incombe scuro e luttuoso\, ancora con Filottete improvvisamente un vicolo una spiaggetta un secolo breve grida Non abbandonarmi. \nGiorgina Pi\n“Con Giorgina Pi abbiamo da tempo un dialogo fitto sul mito antico e sulle sue riscritture nella cultura contemporanea\, con uno sguardo sui temi del desiderio e del corpo (come a proposito della figura di Tiresia). Tornare a lavorare con lei sul mito di Filottete e sulla figura di Neottolemo (che avevo affrontato negli anni Ottanta collaborando con Mario Martone) è stata un’esperienza affascinante\, perché la drammaturgia si è costruita per gradi\, per sondaggi plurimi su innumerevoli testi moderni da far interagire con Sofocle (anche solo come suggestione) e per montaggi che hanno coinvolto il suo viaggio in Grecia\, e le risonanze politiche che questo mito può avere nella storia della Grecia moderna.” \nMassimo Fusillo\nDi ritorno al Romaeuropa Festival\, Giorgina Pi prosegue con Lemnos una ricerca che intreccia mito\, scrittura scenica e interrogazione politica del presente. Prima tappa di un progetto più ampio\, il lavoro prende avvio dalla figura di Filottete\, l’eroe abbandonato sull’isola di Lemno perché ferito\, maleodorante\, divenuto insostenibile per la comunità che pure\, anni dopo\, sarà costretta a tornare da lui. Nella riscrittura di Pi\, Filottete è una donna: non un semplice spostamento di genere\, ma un gesto che rilegge il mito come dispositivo di esclusione\, facendo della ferita il punto in cui un corpo diventa insieme intollerabile e necessario. Anche Eracle è una donna\, privata però di ogni funzione salvifica\, mentre Ulisse e Neottolemo restano a incarnare due diverse forme del maschile: la strategia consumata e il peso dell’eredità. Tra drammaturgia originale\, materiali di ricerca\, viaggi\, interviste e un coro che dal presente testimonia in greco\, Lemnos non cerca una rilettura archeologica del mito\, ma ne riattiva la forza per interrogare ciò che le comunità espellono\, e ciò di cui\, nonostante tutto\, continuano ad avere bisogno. \nBluemotion è una formazione nata a Roma all’interno dell’esperienza artistica e politica dell’Angelo Mai. Performer\, regist*\, musicist* e artist* visiv* si uniscono per creare a partire dalle proprie suggestioni\, confrontando i propri sguardi sul presente e sull’arte. Le opere di Bluemotion sono sempre creazioni collettive\, risultato dello scambio e delle visioni del gruppo. Bluemotion indaga vari linguaggi: il teatro contemporaneo\, la musica\, il cinema\, la letteratura\, la fotografia e soprattutto le loro ibridazioni. Crea\, vive e condivide nello spazio indipendente per le arti Angelo Mai. L*artist* di Bluemotion sono anche attivist* nel campo dei diritti umani e dei diritti dei lavorat_ dello spettacolo.
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La sua ferita\, incurabile e maleodorante\, lo rende intollerabile alla comunità dei guerrieri che lo lasciano solo sull’isola durante la spedizione verso Troia. Anni dopo\, quando la guerra sembra impossibile da vincere\, i Greci scoprono che solo il suo arco — l’arco di Eracle — può garantire la vittoria. Sono così costretti a tornare a cercare proprio colui che avevano espulso. Il mito narra che Ulisse e il giovane Neottolemo tornino a Lemnos\, per sottrargli l’arco con l’inganno. Alla fine\, però\, la rivoluzione interiore di Neottolemo modificherà l’esito della storia. Lemnos è una drammaturgia originale che nasce da scoperte e risonanze con il presente\, da viaggi nei luoghi della ricerca\, da incontri e interviste. \nDa diari scritti nei mesi di lavoro. Il progetto assume questo mito come una figura nodale per interrogare i meccanismi di esclusione che attraversano le comunità politiche e le narrazioni storiche. Nella riscrittura scenica di Lemnos\, Filottete è una donna: un gesto che si pone come omaggio alla poesia e al pensiero di Adrienne Rich\, che sceglie proprio Filottete come suo alter ego che re-visiona il mondo da una prospettiva femminista e radicale. La ferita di Filottete diventa così il punto di emergenza di un corpo che la comunità non riesce a contenere ma di cui continua ad avere bisogno. Anche Eracle è una donna\, ma ha perso le sue doti di deus ex machina. Queste due polarità circondano i due diversi modelli maschili: Ulisse archetipo di una strategia stanca accanto a Neottolemo che porta il peso di essere figlio di un eroe. E poi c’è il coro che dal presente racconta\, sa\, rende testimonianza parlando in greco. \nLa drammaturgia si costruisce come un montaggio di materiali poetici e teorici che attraversano il Novecento e la scrittura femminista. Tra questi\, la riscrittura del mito di Ghiannis Ritsos\, poeta greco che visse lunghi periodi di confino politico\, e le risonanze epiche e postcoloniali di Derek Walcott. A queste voci si intrecciano la scrittura di Rich e il pensiero di Hélène Cixous\, componendo un campo di forze poetiche in cui il mito viene riattivato come dispositivo critico sul presente. \nIl lavoro nasce parallelamente da una ricerca sul campo condotta in Grecia\, tra isole e paesaggi attraversati da stratificazioni di memoria politica. In particolare\, l’isola di Makronisos\, che è la vera isola del Filottete di Giorgina Pi\, luogo di deportazione e rieducazione durante e dopo la guerra civile greca entra nel progetto come controcampo storico del mito: un paesaggio reale in cui la ferita e l’esilio assumono una dimensione collettiva ancora irrisolta. \nVideo\, suono e parola costruiscono in scena un ambiente immersivo che nasce da queste indagini sul campo. Riprese video\, field recordings\, materiali raccolti nei luoghi della ricerca e frammenti poetici vengono montati come un dispositivo performativo in cui il paesaggio diventa parte attiva della drammaturgia. \nIn Lemnos il mito non viene rappresentato ma riattivato. Filottete diventa una figura attraverso cui interrogare le genealogie della violenza\, le forme dell’abbandono e il ritorno di ciò che la storia tenta di espellere. La scena si configura così come uno spazio di attraversamento tra mito e archivio\, tra poesia e paesaggio\, in cui la ferita continua a produrre voce. \nLemnos è un’isola. L’isola del confino\, dell’esclusione. Il luogo dove sopravvivere è il sogno più impossibile. Ma è anche il solo posto in cui Filottete\, dal margine\, legge chiaramente il passato e riconosce da dove viene. Sceglie la sua genealogia. Così come fecero e continuano a fare tante persone attraverso la politica e la poesia come atto di testimonianza. Lemnos è un viaggio sulla tragedia che abitò alcune isole di confino greche creando\, anche dopo la Seconda guerra mondiale\, veri campi di concentramento in Europa\, nel mar Egeo\, per chi non rinnegava il proprio antifascismo. Un’epica della crudeltà\, di cui non si conosce nulla. Abbiamo visitato Makronisos\, il cuore di quell’orrore e abbiamo scelto di raccontarne le atrocità. Lo facciamo a partire da Sofocle attraverso le voci contemporanee di chi ha raccontato con la poesia quanto il mito di Filottete fosse ancora necessario. Persone che come noi quella storia non l’hanno mai perdonata. L’isola è sospensione tra prima e dopo. La frattura\, la vertigine di cui si sceglie di non parlare. Il nostro Neottolemo si domanda “perché siamo venuti?” “perché abbiamo combattuto?” “dove e perché torniamo?”. E sono domande che ci poniamo noi\, oggi\, come oppositori e oppositrici dell’orrore in cui siamo cresciute e che non smette di circondarci\, dove stridono ancora armi e fascismo\, e il mare incombe scuro e luttuoso\, ancora con Filottete improvvisamente un vicolo una spiaggetta un secolo breve grida Non abbandonarmi. \nGiorgina Pi\n“Con Giorgina Pi abbiamo da tempo un dialogo fitto sul mito antico e sulle sue riscritture nella cultura contemporanea\, con uno sguardo sui temi del desiderio e del corpo (come a proposito della figura di Tiresia). 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Nella riscrittura di Pi\, Filottete è una donna: non un semplice spostamento di genere\, ma un gesto che rilegge il mito come dispositivo di esclusione\, facendo della ferita il punto in cui un corpo diventa insieme intollerabile e necessario. Anche Eracle è una donna\, privata però di ogni funzione salvifica\, mentre Ulisse e Neottolemo restano a incarnare due diverse forme del maschile: la strategia consumata e il peso dell’eredità. Tra drammaturgia originale\, materiali di ricerca\, viaggi\, interviste e un coro che dal presente testimonia in greco\, Lemnos non cerca una rilettura archeologica del mito\, ma ne riattiva la forza per interrogare ciò che le comunità espellono\, e ciò di cui\, nonostante tutto\, continuano ad avere bisogno. \nBluemotion è una formazione nata a Roma all’interno dell’esperienza artistica e politica dell’Angelo Mai. 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La sua ferita\, incurabile e maleodorante\, lo rende intollerabile alla comunità dei guerrieri che lo lasciano solo sull’isola durante la spedizione verso Troia. Anni dopo\, quando la guerra sembra impossibile da vincere\, i Greci scoprono che solo il suo arco — l’arco di Eracle — può garantire la vittoria. Sono così costretti a tornare a cercare proprio colui che avevano espulso. Il mito narra che Ulisse e il giovane Neottolemo tornino a Lemnos\, per sottrargli l’arco con l’inganno. Alla fine\, però\, la rivoluzione interiore di Neottolemo modificherà l’esito della storia. Lemnos è una drammaturgia originale che nasce da scoperte e risonanze con il presente\, da viaggi nei luoghi della ricerca\, da incontri e interviste. \nDa diari scritti nei mesi di lavoro. Il progetto assume questo mito come una figura nodale per interrogare i meccanismi di esclusione che attraversano le comunità politiche e le narrazioni storiche. Nella riscrittura scenica di Lemnos\, Filottete è una donna: un gesto che si pone come omaggio alla poesia e al pensiero di Adrienne Rich\, che sceglie proprio Filottete come suo alter ego che re-visiona il mondo da una prospettiva femminista e radicale. La ferita di Filottete diventa così il punto di emergenza di un corpo che la comunità non riesce a contenere ma di cui continua ad avere bisogno. Anche Eracle è una donna\, ma ha perso le sue doti di deus ex machina. Queste due polarità circondano i due diversi modelli maschili: Ulisse archetipo di una strategia stanca accanto a Neottolemo che porta il peso di essere figlio di un eroe. E poi c’è il coro che dal presente racconta\, sa\, rende testimonianza parlando in greco. \nLa drammaturgia si costruisce come un montaggio di materiali poetici e teorici che attraversano il Novecento e la scrittura femminista. Tra questi\, la riscrittura del mito di Ghiannis Ritsos\, poeta greco che visse lunghi periodi di confino politico\, e le risonanze epiche e postcoloniali di Derek Walcott. A queste voci si intrecciano la scrittura di Rich e il pensiero di Hélène Cixous\, componendo un campo di forze poetiche in cui il mito viene riattivato come dispositivo critico sul presente. \nIl lavoro nasce parallelamente da una ricerca sul campo condotta in Grecia\, tra isole e paesaggi attraversati da stratificazioni di memoria politica. In particolare\, l’isola di Makronisos\, che è la vera isola del Filottete di Giorgina Pi\, luogo di deportazione e rieducazione durante e dopo la guerra civile greca entra nel progetto come controcampo storico del mito: un paesaggio reale in cui la ferita e l’esilio assumono una dimensione collettiva ancora irrisolta. \nVideo\, suono e parola costruiscono in scena un ambiente immersivo che nasce da queste indagini sul campo. 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Lemnos è un viaggio sulla tragedia che abitò alcune isole di confino greche creando\, anche dopo la Seconda guerra mondiale\, veri campi di concentramento in Europa\, nel mar Egeo\, per chi non rinnegava il proprio antifascismo. Un’epica della crudeltà\, di cui non si conosce nulla. Abbiamo visitato Makronisos\, il cuore di quell’orrore e abbiamo scelto di raccontarne le atrocità. Lo facciamo a partire da Sofocle attraverso le voci contemporanee di chi ha raccontato con la poesia quanto il mito di Filottete fosse ancora necessario. Persone che come noi quella storia non l’hanno mai perdonata. L’isola è sospensione tra prima e dopo. La frattura\, la vertigine di cui si sceglie di non parlare. Il nostro Neottolemo si domanda “perché siamo venuti?” “perché abbiamo combattuto?” “dove e perché torniamo?”. E sono domande che ci poniamo noi\, oggi\, come oppositori e oppositrici dell’orrore in cui siamo cresciute e che non smette di circondarci\, dove stridono ancora armi e fascismo\, e il mare incombe scuro e luttuoso\, ancora con Filottete improvvisamente un vicolo una spiaggetta un secolo breve grida Non abbandonarmi. \nGiorgina Pi\n“Con Giorgina Pi abbiamo da tempo un dialogo fitto sul mito antico e sulle sue riscritture nella cultura contemporanea\, con uno sguardo sui temi del desiderio e del corpo (come a proposito della figura di Tiresia). Tornare a lavorare con lei sul mito di Filottete e sulla figura di Neottolemo (che avevo affrontato negli anni Ottanta collaborando con Mario Martone) è stata un’esperienza affascinante\, perché la drammaturgia si è costruita per gradi\, per sondaggi plurimi su innumerevoli testi moderni da far interagire con Sofocle (anche solo come suggestione) e per montaggi che hanno coinvolto il suo viaggio in Grecia\, e le risonanze politiche che questo mito può avere nella storia della Grecia moderna.” \nMassimo Fusillo\nDi ritorno al Romaeuropa Festival\, Giorgina Pi prosegue con Lemnos una ricerca che intreccia mito\, scrittura scenica e interrogazione politica del presente. Prima tappa di un progetto più ampio\, il lavoro prende avvio dalla figura di Filottete\, l’eroe abbandonato sull’isola di Lemno perché ferito\, maleodorante\, divenuto insostenibile per la comunità che pure\, anni dopo\, sarà costretta a tornare da lui. Nella riscrittura di Pi\, Filottete è una donna: non un semplice spostamento di genere\, ma un gesto che rilegge il mito come dispositivo di esclusione\, facendo della ferita il punto in cui un corpo diventa insieme intollerabile e necessario. Anche Eracle è una donna\, privata però di ogni funzione salvifica\, mentre Ulisse e Neottolemo restano a incarnare due diverse forme del maschile: la strategia consumata e il peso dell’eredità. Tra drammaturgia originale\, materiali di ricerca\, viaggi\, interviste e un coro che dal presente testimonia in greco\, Lemnos non cerca una rilettura archeologica del mito\, ma ne riattiva la forza per interrogare ciò che le comunità espellono\, e ciò di cui\, nonostante tutto\, continuano ad avere bisogno. \nBluemotion è una formazione nata a Roma all’interno dell’esperienza artistica e politica dell’Angelo Mai. 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La sua ferita\, incurabile e maleodorante\, lo rende intollerabile alla comunità dei guerrieri che lo lasciano solo sull’isola durante la spedizione verso Troia. Anni dopo\, quando la guerra sembra impossibile da vincere\, i Greci scoprono che solo il suo arco — l’arco di Eracle — può garantire la vittoria. Sono così costretti a tornare a cercare proprio colui che avevano espulso. Il mito narra che Ulisse e il giovane Neottolemo tornino a Lemnos\, per sottrargli l’arco con l’inganno. Alla fine\, però\, la rivoluzione interiore di Neottolemo modificherà l’esito della storia. Lemnos è una drammaturgia originale che nasce da scoperte e risonanze con il presente\, da viaggi nei luoghi della ricerca\, da incontri e interviste. \nDa diari scritti nei mesi di lavoro. Il progetto assume questo mito come una figura nodale per interrogare i meccanismi di esclusione che attraversano le comunità politiche e le narrazioni storiche. Nella riscrittura scenica di Lemnos\, Filottete è una donna: un gesto che si pone come omaggio alla poesia e al pensiero di Adrienne Rich\, che sceglie proprio Filottete come suo alter ego che re-visiona il mondo da una prospettiva femminista e radicale. La ferita di Filottete diventa così il punto di emergenza di un corpo che la comunità non riesce a contenere ma di cui continua ad avere bisogno. Anche Eracle è una donna\, ma ha perso le sue doti di deus ex machina. Queste due polarità circondano i due diversi modelli maschili: Ulisse archetipo di una strategia stanca accanto a Neottolemo che porta il peso di essere figlio di un eroe. E poi c’è il coro che dal presente racconta\, sa\, rende testimonianza parlando in greco. \nLa drammaturgia si costruisce come un montaggio di materiali poetici e teorici che attraversano il Novecento e la scrittura femminista. Tra questi\, la riscrittura del mito di Ghiannis Ritsos\, poeta greco che visse lunghi periodi di confino politico\, e le risonanze epiche e postcoloniali di Derek Walcott. A queste voci si intrecciano la scrittura di Rich e il pensiero di Hélène Cixous\, componendo un campo di forze poetiche in cui il mito viene riattivato come dispositivo critico sul presente. \nIl lavoro nasce parallelamente da una ricerca sul campo condotta in Grecia\, tra isole e paesaggi attraversati da stratificazioni di memoria politica. In particolare\, l’isola di Makronisos\, che è la vera isola del Filottete di Giorgina Pi\, luogo di deportazione e rieducazione durante e dopo la guerra civile greca entra nel progetto come controcampo storico del mito: un paesaggio reale in cui la ferita e l’esilio assumono una dimensione collettiva ancora irrisolta. \nVideo\, suono e parola costruiscono in scena un ambiente immersivo che nasce da queste indagini sul campo. Riprese video\, field recordings\, materiali raccolti nei luoghi della ricerca e frammenti poetici vengono montati come un dispositivo performativo in cui il paesaggio diventa parte attiva della drammaturgia. \nIn Lemnos il mito non viene rappresentato ma riattivato. Filottete diventa una figura attraverso cui interrogare le genealogie della violenza\, le forme dell’abbandono e il ritorno di ciò che la storia tenta di espellere. La scena si configura così come uno spazio di attraversamento tra mito e archivio\, tra poesia e paesaggio\, in cui la ferita continua a produrre voce. \nLemnos è un’isola. L’isola del confino\, dell’esclusione. Il luogo dove sopravvivere è il sogno più impossibile. Ma è anche il solo posto in cui Filottete\, dal margine\, legge chiaramente il passato e riconosce da dove viene. Sceglie la sua genealogia. Così come fecero e continuano a fare tante persone attraverso la politica e la poesia come atto di testimonianza. Lemnos è un viaggio sulla tragedia che abitò alcune isole di confino greche creando\, anche dopo la Seconda guerra mondiale\, veri campi di concentramento in Europa\, nel mar Egeo\, per chi non rinnegava il proprio antifascismo. Un’epica della crudeltà\, di cui non si conosce nulla. Abbiamo visitato Makronisos\, il cuore di quell’orrore e abbiamo scelto di raccontarne le atrocità. Lo facciamo a partire da Sofocle attraverso le voci contemporanee di chi ha raccontato con la poesia quanto il mito di Filottete fosse ancora necessario. Persone che come noi quella storia non l’hanno mai perdonata. L’isola è sospensione tra prima e dopo. La frattura\, la vertigine di cui si sceglie di non parlare. Il nostro Neottolemo si domanda “perché siamo venuti?” “perché abbiamo combattuto?” “dove e perché torniamo?”. E sono domande che ci poniamo noi\, oggi\, come oppositori e oppositrici dell’orrore in cui siamo cresciute e che non smette di circondarci\, dove stridono ancora armi e fascismo\, e il mare incombe scuro e luttuoso\, ancora con Filottete improvvisamente un vicolo una spiaggetta un secolo breve grida Non abbandonarmi. \nGiorgina Pi\n“Con Giorgina Pi abbiamo da tempo un dialogo fitto sul mito antico e sulle sue riscritture nella cultura contemporanea\, con uno sguardo sui temi del desiderio e del corpo (come a proposito della figura di Tiresia). Tornare a lavorare con lei sul mito di Filottete e sulla figura di Neottolemo (che avevo affrontato negli anni Ottanta collaborando con Mario Martone) è stata un’esperienza affascinante\, perché la drammaturgia si è costruita per gradi\, per sondaggi plurimi su innumerevoli testi moderni da far interagire con Sofocle (anche solo come suggestione) e per montaggi che hanno coinvolto il suo viaggio in Grecia\, e le risonanze politiche che questo mito può avere nella storia della Grecia moderna.” \nMassimo Fusillo\nDi ritorno al Romaeuropa Festival\, Giorgina Pi prosegue con Lemnos una ricerca che intreccia mito\, scrittura scenica e interrogazione politica del presente. Prima tappa di un progetto più ampio\, il lavoro prende avvio dalla figura di Filottete\, l’eroe abbandonato sull’isola di Lemno perché ferito\, maleodorante\, divenuto insostenibile per la comunità che pure\, anni dopo\, sarà costretta a tornare da lui. 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DESCRIPTION:uno spettacolo di mentalismo femminista ispirato alla storia vera di Hersilie Rouy \ndi e con Marta Cuscunàliberamente tratto da Incantagioni di Mariano Tomatisset & lighting design Paola Villaniassistenza alla regia e direzione tecnica Marco Rogante \nFoto © Alessandro Ruzzier \nproduzione Etnorama – Cultura per nuovi ecosistemiin coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa\, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia\, Centro Teatrale Bresciano\, Teatro Stabile di Bolzanocon il sostegno di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia \nin corealizzazione con Teatro Vascello \nin collaborazione con Teatro Piccolo di Milano \ndurata prevista di circa 60 minuti senza intervallo \n  \nCon La Medium\, Marta Cuscunà prosegue il suo percorso di ricerca tra artigianalità scenica\, teatro di figura e sperimentazione\, tornando a misurarsi con i dispositivi del potere e con le radici storiche della violenza di genere. Al centro dello spettacolo c’è la storia vera di Hersilie Rouy\, figlia dell’illusionista Charles Rouy (celebre per il numero de La Donna Invisibile in cui delle donne venivano fatte scomparire attraverso scatole magiche)\, rinchiusa in manicomio per quattordici anni.  Durante la prigionia\, Hersilie scrive con il proprio sangue un diario-denuncia in cui registra i soprusi subiti\, diventando la voce ribelle delle internate della Salpêtrière\, luogo simbolico della psichiatria ottocentesca e degli studi sull’isteria femminile.Tra illusionismo\, sedute spiritiche\, guarattelle napoletane e dispositivi tecnologici\, Cuscunà costruisce un immaginario scenico che riporta alla luce le “donne invisibili” dello spettacolo e delle istituzioni manicomiali del XIX secolo. La magia\, qui\, non serve a produrre meraviglia\, ma a rendere visibile ciò che è stato rimosso. La vicenda di Hersilie (che dopo la liberazione riuscì a incidere sulla modifica della legge francese del 1838 sull’internamento) diventa così il punto di partenza per una riflessione lucida su emancipazione\, resistenza e memoria\, ma anche sui meccanismi con cui le istituzioni disciplinano\, cancellano e riducono al silenzio i corpi femminili.
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DESCRIPTION:n’idea originale di Marta Ciappina\, Marco D’Agostin\, Damien Modolo\ncreazioni di Silvia Gribaudi\, Francesca Pennini / CollettivO CineticO\, Sotteraneo\, Emio Greco | Pieter C. Scholten\ncon Marta Ciappina\nsuono Simone Arganini\ndrammaturgia Marco D’Agostin\ncura\, promozione Damien Modolo\norganizzazione\, amministrazione Eleonora Cavallo\, Irene Maiolin\, Paola Miolano \nproduzione VAN\ncoproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa; ERT Emilia Romagna Teatro; Romaeuropa Festival; CDCN Pôle Sud; ICK Dans Amsterdam\ncon il sostegno di Centro di Residenza delle Arti Performative del Friuli Venezia Giulia / La Contrada Teatro stabile di Trieste; Atcl / Spazio Rossellini\nin collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane \nin corealizzazione con Teatro Vascello \nDurata: 60 minuti circa (senza intervallo) \nCome si orchestra la propria sparizione?\nM. è una danzatrice che intende congedarsi dalle scene. Ogni suo giorno in sala prove sembra essere l’ultimo. Ogni frammento di danza è un affondo in un’estetica\, in un linguaggio\, in un tempo specifico.\nMarco D’Agostin e Marta Ciappina orchestrano Catalogo come una rete di collaborazioni\, sguardi\, intenzioni e prospettive intorno al corpo e alla danza\, riunendo in un’unica serata gli sguardi di alcuni tra i più importanti coreografi della scena italiana e internazionale.\nSilvia Gribaudi\, Francesca Pennini per CollettivO CineticO\, Sotterraneo ed Emio Greco insieme a Pieter C. Scholten compongono un brano per M. senza averla mai incontrata prima. Ne nasce un blind date coreografico\, come lo definisce D’Agostin\, dagli esiti imprevedibili\, in cui i diversi pezzi\, cuciti dalla drammaturgia del coreografo Premio Ubu\, compongono una partitura sull’addio\, sulla fine e sulla sopravvivenza.
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DESCRIPTION:Di e con Pietro Giannini\nProduzione Teatro Nazionale di Genova \ndurata di 50 minuti \nChi è Leon Skum?\nL’uomo più ricco del mondo\, genio visionario\, imprenditore discusso\, pioniere dello spazio e delle nuove tecnologie.\nMa cosa si nasconde davvero dietro questo mito?\nCon STARMAN. La vera storia di Leon Skum Pietro Giannini porta in scena la ricostruzione della vita di un Leonardo ai tempi di Elon Musk mettendo insieme tasselli o tracce che compongono un nero mosaico del XXI secolo. Dall’infanzia in Sudafrica fino alla costruzione dell’impero economico che tutti conosciamo. Da un vortice di testimonianze e quadri in salsa barbecue\, linguaggio contaminato dai musical e dai talk-show\, saghe galattiche e l’enigmatica presenza del robot Prometheus\, prende forma la figura prismatica e controversa di Leon. Un ritratto tra mito e spettacolo\, frutto di un percorso di studio e letture onnivore di saggistica americana per raccontare la morte dei “padri”\, tra ambizione smisurata e fantasmi del passato\, per provare a capire come nasce – e cosa diventa – un uomo deciso a cambiare il destino dell’umanità. \nBio\nPietro Giannini (Genova\, 2000). Si forma all’ Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”\, dove lavora sotto la guida di Massimiliano Civica\, Arturo Cirillo\, Giovanni Ortoleva e Liv Ferracchiati. Inizia nel 2022 un proprio percorso di ricerca teatrale che sfocia nel primo lavoro La costanza della mia vita\, prodotto dal Metastasio\, che entra a far parte della generazione Scenario 2022. Prosegue con il monologo La trattoria calante\, racconto di inchiesta sui fatti che hanno portato alla tragedia del ponte Morandi\, che ha debuttato al Romaeuropa Festival\, nell’ambito della rassegna Anni Luce- PoweredbyRef\, prodotto dal Teatro Nazionale di Genova. Sempre per il TNG\, è stato il giovane protagonista di Equus di Peter Schaffer\, con la regia di Carlo Sciaccaluga (stagione 2024 -25). Suo maestro è Antonio Latella\, con cui collabora come attore stabilmente nel biennio 2024-25 per il progetto World War bomb\, che debutta all’interno del programma della Biennale Teatro di Venezia 2025. Conclude inoltre il proprio percorso formativo di ricerca con figure di spicco della scena teatrale Europea come Thom Luz e Alessio Maria Romano.\nNel 2025\, vince il premio Ubu come migliore attore o performer Under 35.
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SUMMARY:C’ERA UNA VOLTA
DESCRIPTION:Coreografia\, Danzatori LIM Jinho\, JI Kyung Min\, LEE Kyunggu\nStrumentista (Gayageum) KIM Minjeog\nLighting Designer LEE Seungho\nStage Manager KWAK Yongmin\nProducer LEE Yeong Chan \nDurata 60 minuti \nC’era una volta è un’opera basata sul movimento; utilizziamo elementi come l’hanbok (abito tradizionale coreano)\, il ventaglio\, la pipa coreana\, e il cappello tradizionale realizzato in bambù e crine di cavallo\, oggetti impiegati nelle performance tradizionali coreane. Attraverso questi elementi\, diamo nuovi significati alle figure storiche e reinterpretiamo eventi della storia. \n«Sai\, quando me ne vado in giro\, vedo questi strumenti sempre lì a farsi prendere a botte… e ai miei occhi non sono mai belli\, per niente.\nÈ per questo che mi sono arrabbiato e ho deciso di portarli fuori e mostrare loro un po’ il mondo!» \nQuest’opera\, che rappresenta anche una riflessione su come i giovani artisti contemporanei possano portare avanti la tradizione\, porta in scena elementi del passato coreano tramandati nel tempo; i costumi tradizionali hanbok\, il pansori\, l’immagine degli aristocratici yangban e i racconti antichi. Una volta sul palco\, questi elementi vengono smembrati e\, con l’aggiunta dell’immaginazione\, viene costruito il racconto trasmesso al pubblico. Allo stesso tempo\, l’opera può essere considerata un rito in danza contemporanea dedicato agli antenati che ci hanno lasciato tale eredità. \nLe epoche passate\, le persone di un tempo e gli oggetti antichi vengono reinterpretati e ricreati attraverso i molteplici strumenti espressivi dei danzatori\, come la danza\, il canto e la recitazione. Avvicinandosi a ciò che appartiene al passato in modo nuovo\, l’opera infonde vitalità a questi elementi e\, allo stesso tempo\, cerca di comunicare e di scoprire insieme al pubblico\, come se si visitasse una scena del passato che forse potrebbe essere reale. \n<C’era una volta> è un’opera che\, grazie all’immaginazione capace di riscoprire la tradizione e al talento vivace e arguto degli interpreti\, riesce anche a regalare risate e leggerezza al pubblico. \nPresentazione della compagnia\nLa compagnia di danza contemporanea Goblin Party è un partito(party) formato dai dokkaebi(goblin); creature degli antichi racconti coreani\, capaci di affascinare le persone con abilità straordinarie\, ma anche dotate di uno sguardo e di comportamenti birichini e dispettosi. Goblin Party non ha un rappresentante unico: tutti i membri sono coreografi e insieme creano un racconto. \nNel “partito” dei goblin esistono persone che propongono la direzione delle opere\, co-creatori e anche il pubblico\, che condivide il percorso dell’opera. Goblin Party lavora sulla base della danza contemporanea e pone la massima attenzione alla comunicazione con gli spettatori. Allo stesso tempo\, si impegna costantemente nello studio e nella ricerca per creare opere capaci di ampliare il punto di vista del pubblico. \nPremi e riconoscimenti\n2025 Premio Sangnoksu di ASSITEJ Korea\n2023 Premio della Korean Dance Critics Association – Best 6 dell’anno <Kkokdugaksi>\n2021 Premio per l’opera – Changmu Dance Art Award (Changmu Art Center) <Noritho>\nPremio della Korean Dance Critics Association – Best 6 dell’anno <Noritho>\n2020 Premio speciale della giuria – Seoul Dance Film Festival <Eunjangdo>\n2018 Premio Miglior danzatore – Korean Contemporary Dance Promotion Association (Goblin Party)\n2017 Premio “Giovane artista dell’anno” – Ministero della Cultura\, Sport e Turismo\n2017 Premio della giuria – 22ª Competizione Masdanza (Spagna) <Natgarim>\n2016 Selezionato tra i Best 5 dell’anno – Korean Dance Critics Association <C’era una volta> \nDicembre 2016\nSelezionato come opera eccellente finale –\nPiattaforma di creazione coreutica (Dance Creation Support Program)\norganizzata dal Korea Arts Council
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SUMMARY:IL GIORNO DELLA CIVETTA
DESCRIPTION:Musiche originali e direzione artistica Paolo Vivaldi\nPianoforte Paolo Vivaldi\nVoce recitante Vita Villi\nI Solisti dell’Augusteo ensemble musicale\nOrganico musicale Quintetto d’archi\, batteria\, clarinetto\, fisarmonica e pianoforte\nMusiche originali: Paolo Vivaldi \nDurata: circa 60 minuti \nPRESENTAZIONE \nIl Giorno della Civetta – Lettura Concerto è un omaggio intenso e raffinato alla letteratura\, alla legalità e alla memoria civile. \nIspirato al capolavoro di Leonardo Sciascia\, lo spettacolo intreccia la forza della parola recitata con la potenza evocativa della musica dal vivo\, dando vita a un’esperienza scenica capace di emozionare\, interrogare e coinvolgere profondamente il pubblico. \nLa voce di Vita Villi attraversa le pagine più significative del romanzo\, restituendo la tensione morale dell’indagine\, la solitudine del Capitano Bellodi\, il peso dell’omertà e la presenza invisibile di un potere che condiziona vite\, coscienze e destini. \nLe musiche originali del M° Paolo Vivaldi\, eseguite dal vivo\, creano una partitura intensa e cinematografica\, in cui ogni nota diventa memoria\, sospensione e denuncia. \nIl Giorno della Civetta non è soltanto un romanzo sulla mafia. È una riflessione universale sulla verità\, sul coraggio e sulla responsabilità. È la storia di chi cerca giustizia in un mondo che preferisce tacere. È una domanda ancora aperta rivolta a ciascuno di noi.
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DESCRIPTION:dal romanzo omonimo di Fabrizio Sinisi edito da Mondadori\npremio Intersezioni 2026\nadattamento di Giacomo Bisordi e Fabrizio Sinisi\nregia Giacomo Bisordi\ncon (in o.a.) Chiara Ferrara\, Candida Nieri\, Gabriele Portoghese\, Federica Rosellini\nscene Marco Giusti\ncostumi e scenografa collaboratrice Caterina Rossi\nsuono Dario Felli \naiuto regia Paolo Costantini\nassistente regia Marta Dellabona\ndramaturg Dimitri Galli Rohl \nproduzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello\nin coproduzione Romaeuropa Festival e LAC – Lugano Arte e Cultura \nGiacomo Bisordi porta in scena Il Prodigio\, primo romanzo del drammaturgo Fabrizio Sinisi Premio Intersezioni 2026\, accolto con entusiasmo dalla critica\, trasformandolo in un dispositivo scenico visionario che interroga il nostro bisogno di credere. Più che una semplice trasposizione\, il lavoro prende forma come un’apocalisse contemporanea nel senso originario del termine: una rivelazione. Nel cielo di una grande città italiana appare un volto dai tratti rozzi\, quasi infantili; all’inizio è un’anomalia\, poi una presenza\, infine un enigma capace di catalizzare desideri\, paure e tensioni collettive. Attorno a quell’apparizione si moltiplicano segni\, guarigioni\, eventi inspiegabili: proiezione\, inganno o manifestazione divina? Al centro di questo smottamento del reale ci sono Don Luca\, sacerdote mediatico più abituato a raccontare la fede che a praticarla\, Marta\, figura enigmatica e sfuggente\, e Folker\, profeta magnetico capace di intercettare il bisogno di spiritualità e trasformarlo in una nuova\, inquietante forma di culto. \nCon la sua regia tesa e lucidissima\, Bisordi attraversa il romanzo come un libro di visioni\, costruendo una sequenza di immagini\, crolli e apparizioni che incrinano ogni sistema di senso. In scena\, Gabriele Portoghese\, Federica Rosellini\, Chiara Ferrara e Candida Nieri danno corpo a un universo sospeso tra desiderio\, fede e dissoluzione. Di fronte all’inspiegabile\, quando ogni certezza vacilla\, a che cosa scegliamo di credere? \nIn scena\, Gabriele Portoghese\, Federica Rosellini\, Chiara Ferrara e Candida Nieri
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DESCRIPTION:dal romanzo omonimo di Fabrizio Sinisi edito da Mondadori\npremio Intersezioni 2026\nadattamento di Giacomo Bisordi e Fabrizio Sinisi\nregia Giacomo Bisordi\ncon (in o.a.) Chiara Ferrara\, Candida Nieri\, Gabriele Portoghese\, Federica Rosellini\nscene Marco Giusti\ncostumi e scenografa collaboratrice Caterina Rossi\nsuono Dario Felli \naiuto regia Paolo Costantini\nassistente regia Marta Dellabona\ndramaturg Dimitri Galli Rohl \nproduzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello\nin coproduzione Romaeuropa Festival e LAC – Lugano Arte e Cultura \nGiacomo Bisordi porta in scena Il Prodigio\, primo romanzo del drammaturgo Fabrizio Sinisi Premio Intersezioni 2026\, accolto con entusiasmo dalla critica\, trasformandolo in un dispositivo scenico visionario che interroga il nostro bisogno di credere. Più che una semplice trasposizione\, il lavoro prende forma come un’apocalisse contemporanea nel senso originario del termine: una rivelazione. Nel cielo di una grande città italiana appare un volto dai tratti rozzi\, quasi infantili; all’inizio è un’anomalia\, poi una presenza\, infine un enigma capace di catalizzare desideri\, paure e tensioni collettive. Attorno a quell’apparizione si moltiplicano segni\, guarigioni\, eventi inspiegabili: proiezione\, inganno o manifestazione divina? Al centro di questo smottamento del reale ci sono Don Luca\, sacerdote mediatico più abituato a raccontare la fede che a praticarla\, Marta\, figura enigmatica e sfuggente\, e Folker\, profeta magnetico capace di intercettare il bisogno di spiritualità e trasformarlo in una nuova\, inquietante forma di culto. \nCon la sua regia tesa e lucidissima\, Bisordi attraversa il romanzo come un libro di visioni\, costruendo una sequenza di immagini\, crolli e apparizioni che incrinano ogni sistema di senso. In scena\, Gabriele Portoghese\, Federica Rosellini\, Chiara Ferrara e Candida Nieri danno corpo a un universo sospeso tra desiderio\, fede e dissoluzione. Di fronte all’inspiegabile\, quando ogni certezza vacilla\, a che cosa scegliamo di credere? \nIn scena\, Gabriele Portoghese\, Federica Rosellini\, Chiara Ferrara e Candida Nieri
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DESCRIPTION:dal romanzo omonimo di Fabrizio Sinisi edito da Mondadori\npremio Intersezioni 2026\nadattamento di Giacomo Bisordi e Fabrizio Sinisi\nregia Giacomo Bisordi\ncon (in o.a.) Chiara Ferrara\, Candida Nieri\, Gabriele Portoghese\, Federica Rosellini\nscene Marco Giusti\ncostumi e scenografa collaboratrice Caterina Rossi\nsuono Dario Felli \naiuto regia Paolo Costantini\nassistente regia Marta Dellabona\ndramaturg Dimitri Galli Rohl \nproduzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello\nin coproduzione Romaeuropa Festival e LAC – Lugano Arte e Cultura \nGiacomo Bisordi porta in scena Il Prodigio\, primo romanzo del drammaturgo Fabrizio Sinisi Premio Intersezioni 2026\, accolto con entusiasmo dalla critica\, trasformandolo in un dispositivo scenico visionario che interroga il nostro bisogno di credere. Più che una semplice trasposizione\, il lavoro prende forma come un’apocalisse contemporanea nel senso originario del termine: una rivelazione. Nel cielo di una grande città italiana appare un volto dai tratti rozzi\, quasi infantili; all’inizio è un’anomalia\, poi una presenza\, infine un enigma capace di catalizzare desideri\, paure e tensioni collettive. Attorno a quell’apparizione si moltiplicano segni\, guarigioni\, eventi inspiegabili: proiezione\, inganno o manifestazione divina? Al centro di questo smottamento del reale ci sono Don Luca\, sacerdote mediatico più abituato a raccontare la fede che a praticarla\, Marta\, figura enigmatica e sfuggente\, e Folker\, profeta magnetico capace di intercettare il bisogno di spiritualità e trasformarlo in una nuova\, inquietante forma di culto. \nCon la sua regia tesa e lucidissima\, Bisordi attraversa il romanzo come un libro di visioni\, costruendo una sequenza di immagini\, crolli e apparizioni che incrinano ogni sistema di senso. In scena\, Gabriele Portoghese\, Federica Rosellini\, Chiara Ferrara e Candida Nieri danno corpo a un universo sospeso tra desiderio\, fede e dissoluzione. Di fronte all’inspiegabile\, quando ogni certezza vacilla\, a che cosa scegliamo di credere? \nIn scena\, Gabriele Portoghese\, Federica Rosellini\, Chiara Ferrara e Candida Nieri
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SUMMARY:QUINTO: NON UCCIDERE
DESCRIPTION:uno spettacolo di Massimiliano Civica \ncon Maria Vittoria Argenti\, Monica Demuru\, Luigi Fedele\, Francesco Rotelli\, Marcello Sambati\, Paola Tintinelli\ncollaborazione all’elaborazione del testo Maria Vittoria Argenti\nscene Loris Giancola\ncostumi Daniela Salernitano\nluci Gianni Staropoli\nproduzione Teatro Metastasio di Prato\, TPE – Teatro Piemonte Europa \nriproduzione in scena di un’opera di Annibale Carracci\nsu concessione del MiC – Museo e Real Bosco di Capodimonte \ndurata 80 minuti \nSi può chiedere perdono per un gesto irreparabile? Si può perdonare chi ha ucciso il proprio figlio? \nDurante la Prima Guerra Mondiale\, Henri\, un giovane soldato francese\, ha ucciso Peter\, un soldato tedesco\, suo coetaneo. \nNel primo anniversario dell’Armistizio\, in una Parigi in festa\, Henri è nella chiesa di Notre-Dame per chiedere l’assoluzione per l’omicidio che ha commesso. Non riesce a fuggire dallo sguardo dell’uomo che ha ucciso. Il prete\, dopo aver ascoltato la sua confessione\, lo benedice dicendogli che non ha nessun crimine da farsi perdonare: ha solo compiuto il suo dovere di soldato. \n“Io sono venuto qui per trovare pace. E tu non me l’hai data”\, risponde Henri\, decidendo così di partire per andare in Germania dai genitori di Peter e chiedere a loro il perdono. \nUna volta conosciuti gli anziani genitori di Peter e la sua promessa sposa\, Annette\, Henri si rende però conto di essere andato lì a chiedere loro un gesto dis-umano: ripetere “lo scandalo” di Gesù che perdona i suoi assassini\, di Dio che perdona agli uomini l’uccisione del figlio. \nDi fronte a questo\, Henri esiterà tra il suo bisogno di trovare pace e quello umano\, troppo umano\, di dire una bugia. \nLo spettacolo è ispirato al film Broken Lullaby di Ernst Lubitsch.
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