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DESCRIPTION:di Arthur Miller \ntraduzione Cristina Viti\nregia Elio De Capitani\nscene e costumi Carlo Sala\nmusiche originali e arrangiamenti Mario Arcari eseguite dal vivo\ncon gli attori della Compagnia dell’Accademia: Angelica Barelli\, Alessandro Buono\, Melissa Del Carmen Chaigan\, Chiara Casarin\, Laura Cestaro\, Flavio D’Andrea\, Edoardo De Padova\, Anna Demichelis\, Luca Duarte Di Gangi\, Vittorio Maria Mearelli\, Giorgio Petrotta\, Gabriele Maria Pizzurro\, Caterina Rugghia\, Pietro Saccomani\, Nicola Tagliatori\, Chiara Tognarini\, Chiara Trombini\, Nicola Vantaggi\nluci Nando Frigerio\nsuono Hubert Westkemper\nassistente alla regia Alessandro Frigerio\nassistenti di regia allievi Alessia Giglio e Gennaro Madonna\nassistente scene e costumi Ambra Santanicchio\ncostruzione scene Tommaso Frigerio\nscene e costumi realizzati dal Teatro dell’Elfo con la collaborazione degli allievi dell’Accademia di Brera: scenografi stagisti Giada Genoni\, Martina Mazzoleni\, Fabio Sciacca\, Sofia Villapiano\, Shujin Zhao\nsarti stagisti Lorenzo Talamonti\, Aurora Torre\, Chiara Cavazza\, Benedetta Bodini\nmaschere realizzate dalla classe di trucco e maschera dell’Accademia di Brera della prof.ssa Donatella Mondani \nco-produzione Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”\, Teatro dell’Elfo \nNel 1927\, all’apice del boom\, ho letto la notizia che la Società Aeronautica Wright aveva in costruzione l’aereo con cui Lindbergh avrebbe fatto la traversata dell’Atlantico. Così ho comprato le azioni della Wright. Bene\, quelle azioni sono salite da uno a sessantasette nel giro di una mattinata. E fu quel giorno che io smisi di credere nel boom permanente: solo un’illusione si può moltiplicare per sessantasette in tre ore. Quel giorno stesso ho iniziato a uscire dal mercato. Nel giro di due anni\, tutto andò a catafascio. \n(Arthur Robertson in L’orologio americano) \nElio De Capitani sceglie ancora Arthur Miller per parlarci di noi e di oggi\, spostando l’attenzione dai suoi capolavori più noti (Morte di un commesso viaggiatore ed Erano tutti miei figli che ha già affrontato) al suo testo più innovativo. L’orologio americano\, composto nel 1980\, aspira a un’originale forma di teatro totale\, che risente della lezione di Brecht – sia quello espressionista dei primi drammi che agli sviluppi successivi del teatro epico – per portarla verso esiti totalmente inediti\, ispirandosi a un genere teatrale tipicamente americano\, il vaudeville. È un testo corale e perfetto per mettere alla prova la giovane Compagnia dell’Accademia\, formata da attori e attrici che hanno appena concluso il percorso di studi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. \nDalle note di regia di Elio De Capitani\nPer incarnare la mia visione di quest’opera\, la più aperta e sperimentale di Miller\, ho subito pensato a un circo\, tra Brecht e Fellini\, un nuovo teatro-circo per quest’epoca di accelerazioni brutali. Sotto la maschera di un clown\, l’uomo si mostra nella sua sempre vulnerata grandezza. Dietro al ghigno di un ambiguo maestro di cerimonie\, come nel Kit-Kat Club del film Cabaret di Bob Fosse\, l’uomo mostra il suo lato mefistofelico. \nMiller ci porta nel pieno della Grande Depressione e della crisi che investe l’America nel 1929. Rispetto ai testi precedenti\, qui allarga il campo del suo racconto: il ring delle azioni non è circoscritto alla famiglia americana\, ma guarda all’intero paese\, da Brooklin alle pianure dell’Iowa\, dalle sponde del Mississippi a quelle dei grandi laghi in Michigan. \nLa famiglia Baum – che è lo specchio di quella di Arthur Miller – un tempo benestante\, vede restringersi i propri privilegi e scivola progressivamente nell’indigenza\, dopo che il capofamiglia perde il lavoro. La sua storia è raccontata intrecciando i ricordi del giovane figlio e di Arthur Robertson\, un uomo di affari che è scampato al collasso finanziario prevedendo gli esiti della grande bolla che ha trascinato il Paese nella più grave crisi economica e sociale conosciuta sino ad allora. I due evocano e mettono in scena una girandola di decine di personaggi\, una folla proveniente dai più diversi contesti sociali\, un grande affresco corale: la società stessa diventa protagonista e con essa la sua responsabilità nei confronti dell’individuo e quella del potere politico ed economico nei confronti della collettività. \nUna grande produzione che vede associati l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” e il Teatro dell’Elfo e che si avvale anche della collaborazione dell’Accademia di Brera. La traduzione è affidata a Cristina Viti (già autrice della versione italiana di Moby Dick alla prova)\, scene e costumi del circo-cabaret sono ideati da Carlo Sala e le musiche originali sono composte ed eseguite dal vivo da Mario Arcari.
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DESCRIPTION:Spettacolo in collaborazione con Romaeuropa Festival \nregia\, drammaturgia\, scene e video Giorgina Pi\ndramaturg Massimo Fusillo\ncon Gaia Insenga (Filottete)\, Giampiero Judica (Ulisse)\, Aurora Peres (Deus Ex)\, Gabriele Portoghese (Neottolemo)\, Alexia Sarantopoulou (Il Coro)\nambiente sonoro Collettivo Angelo Mai\narrangiamenti e cura del suono Cristiano De Fabritiis\, Valerio Vigliar\ncostumi Sandra Cardini\nluci Andrea Gallo\ncolorist Alessio Morglia \nproduzione Bluemotion /Teatro Nazionale di Genova / ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione –Teatro Nazionale / TPE Teatro Piemonte Europa in collaborazione Angelo Mai \ndurata 1 ora e 15’ \nLemnos è la prima tappa di un progetto performativo che attraversa mito\, poesia e paesaggio contemporaneo. Il lavoro prende avvio dalla figura di Filottete\, l’eroe abbandonato sull’isola di Lemnos dopo essere stato ferito da un serpente. La sua ferita\, incurabile e maleodorante\, lo rende intollerabile alla comunità dei guerrieri che lo lasciano solo sull’isola durante la spedizione verso Troia. Anni dopo\, quando la guerra sembra impossibile da vincere\, i Greci scoprono che solo il suo arco — l’arco di Eracle — può garantire la vittoria. Sono così costretti a tornare a cercare proprio colui che avevano espulso. Il mito narra che Ulisse e il giovane Neottolemo tornino a Lemnos\, per sottrargli l’arco con l’inganno. Alla fine\, però\, la rivoluzione interiore di Neottolemo modificherà l’esito della storia. Lemnos è una drammaturgia originale che nasce da scoperte e risonanze con il presente\, da viaggi nei luoghi della ricerca\, da incontri e interviste. \nDa diari scritti nei mesi di lavoro. Il progetto assume questo mito come una figura nodale per interrogare i meccanismi di esclusione che attraversano le comunità politiche e le narrazioni storiche. Nella riscrittura scenica di Lemnos\, Filottete è una donna: un gesto che si pone come omaggio alla poesia e al pensiero di Adrienne Rich\, che sceglie proprio Filottete come suo alter ego che re-visiona il mondo da una prospettiva femminista e radicale. La ferita di Filottete diventa così il punto di emergenza di un corpo che la comunità non riesce a contenere ma di cui continua ad avere bisogno. Anche Eracle è una donna\, ma ha perso le sue doti di deus ex machina. Queste due polarità circondano i due diversi modelli maschili: Ulisse archetipo di una strategia stanca accanto a Neottolemo che porta il peso di essere figlio di un eroe. E poi c’è il coro che dal presente racconta\, sa\, rende testimonianza parlando in greco. \nLa drammaturgia si costruisce come un montaggio di materiali poetici e teorici che attraversano il Novecento e la scrittura femminista. Tra questi\, la riscrittura del mito di Ghiannis Ritsos\, poeta greco che visse lunghi periodi di confino politico\, e le risonanze epiche e postcoloniali di Derek Walcott. A queste voci si intrecciano la scrittura di Rich e il pensiero di Hélène Cixous\, componendo un campo di forze poetiche in cui il mito viene riattivato come dispositivo critico sul presente. \nIl lavoro nasce parallelamente da una ricerca sul campo condotta in Grecia\, tra isole e paesaggi attraversati da stratificazioni di memoria politica. In particolare\, l’isola di Makronisos\, che è la vera isola del Filottete di Giorgina Pi\, luogo di deportazione e rieducazione durante e dopo la guerra civile greca entra nel progetto come controcampo storico del mito: un paesaggio reale in cui la ferita e l’esilio assumono una dimensione collettiva ancora irrisolta. \nVideo\, suono e parola costruiscono in scena un ambiente immersivo che nasce da queste indagini sul campo. Riprese video\, field recordings\, materiali raccolti nei luoghi della ricerca e frammenti poetici vengono montati come un dispositivo performativo in cui il paesaggio diventa parte attiva della drammaturgia. \nIn Lemnos il mito non viene rappresentato ma riattivato. Filottete diventa una figura attraverso cui interrogare le genealogie della violenza\, le forme dell’abbandono e il ritorno di ciò che la storia tenta di espellere. La scena si configura così come uno spazio di attraversamento tra mito e archivio\, tra poesia e paesaggio\, in cui la ferita continua a produrre voce. \nLemnos è un’isola. L’isola del confino\, dell’esclusione. Il luogo dove sopravvivere è il sogno più impossibile. Ma è anche il solo posto in cui Filottete\, dal margine\, legge chiaramente il passato e riconosce da dove viene. Sceglie la sua genealogia. Così come fecero e continuano a fare tante persone attraverso la politica e la poesia come atto di testimonianza. Lemnos è un viaggio sulla tragedia che abitò alcune isole di confino greche creando\, anche dopo la Seconda guerra mondiale\, veri campi di concentramento in Europa\, nel mar Egeo\, per chi non rinnegava il proprio antifascismo. Un’epica della crudeltà\, di cui non si conosce nulla. Abbiamo visitato Makronisos\, il cuore di quell’orrore e abbiamo scelto di raccontarne le atrocità. Lo facciamo a partire da Sofocle attraverso le voci contemporanee di chi ha raccontato con la poesia quanto il mito di Filottete fosse ancora necessario. Persone che come noi quella storia non l’hanno mai perdonata. L’isola è sospensione tra prima e dopo. La frattura\, la vertigine di cui si sceglie di non parlare. Il nostro Neottolemo si domanda “perché siamo venuti?” “perché abbiamo combattuto?” “dove e perché torniamo?”. E sono domande che ci poniamo noi\, oggi\, come oppositori e oppositrici dell’orrore in cui siamo cresciute e che non smette di circondarci\, dove stridono ancora armi e fascismo\, e il mare incombe scuro e luttuoso\, ancora con Filottete improvvisamente un vicolo una spiaggetta un secolo breve grida Non abbandonarmi. \nGiorgina Pi\n“Con Giorgina Pi abbiamo da tempo un dialogo fitto sul mito antico e sulle sue riscritture nella cultura contemporanea\, con uno sguardo sui temi del desiderio e del corpo (come a proposito della figura di Tiresia). Tornare a lavorare con lei sul mito di Filottete e sulla figura di Neottolemo (che avevo affrontato negli anni Ottanta collaborando con Mario Martone) è stata un’esperienza affascinante\, perché la drammaturgia si è costruita per gradi\, per sondaggi plurimi su innumerevoli testi moderni da far interagire con Sofocle (anche solo come suggestione) e per montaggi che hanno coinvolto il suo viaggio in Grecia\, e le risonanze politiche che questo mito può avere nella storia della Grecia moderna.” \nMassimo Fusillo\nDi ritorno al Romaeuropa Festival\, Giorgina Pi prosegue con Lemnos una ricerca che intreccia mito\, scrittura scenica e interrogazione politica del presente. Prima tappa di un progetto più ampio\, il lavoro prende avvio dalla figura di Filottete\, l’eroe abbandonato sull’isola di Lemno perché ferito\, maleodorante\, divenuto insostenibile per la comunità che pure\, anni dopo\, sarà costretta a tornare da lui. Nella riscrittura di Pi\, Filottete è una donna: non un semplice spostamento di genere\, ma un gesto che rilegge il mito come dispositivo di esclusione\, facendo della ferita il punto in cui un corpo diventa insieme intollerabile e necessario. Anche Eracle è una donna\, privata però di ogni funzione salvifica\, mentre Ulisse e Neottolemo restano a incarnare due diverse forme del maschile: la strategia consumata e il peso dell’eredità. Tra drammaturgia originale\, materiali di ricerca\, viaggi\, interviste e un coro che dal presente testimonia in greco\, Lemnos non cerca una rilettura archeologica del mito\, ma ne riattiva la forza per interrogare ciò che le comunità espellono\, e ciò di cui\, nonostante tutto\, continuano ad avere bisogno. \nBluemotion è una formazione nata a Roma all’interno dell’esperienza artistica e politica dell’Angelo Mai. Performer\, regist*\, musicist* e artist* visiv* si uniscono per creare a partire dalle proprie suggestioni\, confrontando i propri sguardi sul presente e sull’arte. Le opere di Bluemotion sono sempre creazioni collettive\, risultato dello scambio e delle visioni del gruppo. Bluemotion indaga vari linguaggi: il teatro contemporaneo\, la musica\, il cinema\, la letteratura\, la fotografia e soprattutto le loro ibridazioni. Crea\, vive e condivide nello spazio indipendente per le arti Angelo Mai. L*artist* di Bluemotion sono anche attivist* nel campo dei diritti umani e dei diritti dei lavorat_ dello spettacolo.
URL:https://cavalieridicultura.it/evento/lemnos/2026-10-11/
LOCATION:Teatro Vascello\, Via Giacinto Carini 78\, Roma\, RM\, 00152\, Italy
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La sua ferita\, incurabile e maleodorante\, lo rende intollerabile alla comunità dei guerrieri che lo lasciano solo sull’isola durante la spedizione verso Troia. Anni dopo\, quando la guerra sembra impossibile da vincere\, i Greci scoprono che solo il suo arco — l’arco di Eracle — può garantire la vittoria. Sono così costretti a tornare a cercare proprio colui che avevano espulso. Il mito narra che Ulisse e il giovane Neottolemo tornino a Lemnos\, per sottrargli l’arco con l’inganno. Alla fine\, però\, la rivoluzione interiore di Neottolemo modificherà l’esito della storia. Lemnos è una drammaturgia originale che nasce da scoperte e risonanze con il presente\, da viaggi nei luoghi della ricerca\, da incontri e interviste. \nDa diari scritti nei mesi di lavoro. Il progetto assume questo mito come una figura nodale per interrogare i meccanismi di esclusione che attraversano le comunità politiche e le narrazioni storiche. Nella riscrittura scenica di Lemnos\, Filottete è una donna: un gesto che si pone come omaggio alla poesia e al pensiero di Adrienne Rich\, che sceglie proprio Filottete come suo alter ego che re-visiona il mondo da una prospettiva femminista e radicale. La ferita di Filottete diventa così il punto di emergenza di un corpo che la comunità non riesce a contenere ma di cui continua ad avere bisogno. Anche Eracle è una donna\, ma ha perso le sue doti di deus ex machina. Queste due polarità circondano i due diversi modelli maschili: Ulisse archetipo di una strategia stanca accanto a Neottolemo che porta il peso di essere figlio di un eroe. E poi c’è il coro che dal presente racconta\, sa\, rende testimonianza parlando in greco. \nLa drammaturgia si costruisce come un montaggio di materiali poetici e teorici che attraversano il Novecento e la scrittura femminista. Tra questi\, la riscrittura del mito di Ghiannis Ritsos\, poeta greco che visse lunghi periodi di confino politico\, e le risonanze epiche e postcoloniali di Derek Walcott. A queste voci si intrecciano la scrittura di Rich e il pensiero di Hélène Cixous\, componendo un campo di forze poetiche in cui il mito viene riattivato come dispositivo critico sul presente. \nIl lavoro nasce parallelamente da una ricerca sul campo condotta in Grecia\, tra isole e paesaggi attraversati da stratificazioni di memoria politica. In particolare\, l’isola di Makronisos\, che è la vera isola del Filottete di Giorgina Pi\, luogo di deportazione e rieducazione durante e dopo la guerra civile greca entra nel progetto come controcampo storico del mito: un paesaggio reale in cui la ferita e l’esilio assumono una dimensione collettiva ancora irrisolta. \nVideo\, suono e parola costruiscono in scena un ambiente immersivo che nasce da queste indagini sul campo. 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Lemnos è un viaggio sulla tragedia che abitò alcune isole di confino greche creando\, anche dopo la Seconda guerra mondiale\, veri campi di concentramento in Europa\, nel mar Egeo\, per chi non rinnegava il proprio antifascismo. Un’epica della crudeltà\, di cui non si conosce nulla. Abbiamo visitato Makronisos\, il cuore di quell’orrore e abbiamo scelto di raccontarne le atrocità. Lo facciamo a partire da Sofocle attraverso le voci contemporanee di chi ha raccontato con la poesia quanto il mito di Filottete fosse ancora necessario. Persone che come noi quella storia non l’hanno mai perdonata. L’isola è sospensione tra prima e dopo. La frattura\, la vertigine di cui si sceglie di non parlare. Il nostro Neottolemo si domanda “perché siamo venuti?” “perché abbiamo combattuto?” “dove e perché torniamo?”. E sono domande che ci poniamo noi\, oggi\, come oppositori e oppositrici dell’orrore in cui siamo cresciute e che non smette di circondarci\, dove stridono ancora armi e fascismo\, e il mare incombe scuro e luttuoso\, ancora con Filottete improvvisamente un vicolo una spiaggetta un secolo breve grida Non abbandonarmi. \nGiorgina Pi\n“Con Giorgina Pi abbiamo da tempo un dialogo fitto sul mito antico e sulle sue riscritture nella cultura contemporanea\, con uno sguardo sui temi del desiderio e del corpo (come a proposito della figura di Tiresia). 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Nella riscrittura scenica di Lemnos\, Filottete è una donna: un gesto che si pone come omaggio alla poesia e al pensiero di Adrienne Rich\, che sceglie proprio Filottete come suo alter ego che re-visiona il mondo da una prospettiva femminista e radicale. La ferita di Filottete diventa così il punto di emergenza di un corpo che la comunità non riesce a contenere ma di cui continua ad avere bisogno. Anche Eracle è una donna\, ma ha perso le sue doti di deus ex machina. Queste due polarità circondano i due diversi modelli maschili: Ulisse archetipo di una strategia stanca accanto a Neottolemo che porta il peso di essere figlio di un eroe. E poi c’è il coro che dal presente racconta\, sa\, rende testimonianza parlando in greco. \nLa drammaturgia si costruisce come un montaggio di materiali poetici e teorici che attraversano il Novecento e la scrittura femminista. Tra questi\, la riscrittura del mito di Ghiannis Ritsos\, poeta greco che visse lunghi periodi di confino politico\, e le risonanze epiche e postcoloniali di Derek Walcott. A queste voci si intrecciano la scrittura di Rich e il pensiero di Hélène Cixous\, componendo un campo di forze poetiche in cui il mito viene riattivato come dispositivo critico sul presente. \nIl lavoro nasce parallelamente da una ricerca sul campo condotta in Grecia\, tra isole e paesaggi attraversati da stratificazioni di memoria politica. In particolare\, l’isola di Makronisos\, che è la vera isola del Filottete di Giorgina Pi\, luogo di deportazione e rieducazione durante e dopo la guerra civile greca entra nel progetto come controcampo storico del mito: un paesaggio reale in cui la ferita e l’esilio assumono una dimensione collettiva ancora irrisolta. \nVideo\, suono e parola costruiscono in scena un ambiente immersivo che nasce da queste indagini sul campo. Riprese video\, field recordings\, materiali raccolti nei luoghi della ricerca e frammenti poetici vengono montati come un dispositivo performativo in cui il paesaggio diventa parte attiva della drammaturgia. \nIn Lemnos il mito non viene rappresentato ma riattivato. Filottete diventa una figura attraverso cui interrogare le genealogie della violenza\, le forme dell’abbandono e il ritorno di ciò che la storia tenta di espellere. La scena si configura così come uno spazio di attraversamento tra mito e archivio\, tra poesia e paesaggio\, in cui la ferita continua a produrre voce. \nLemnos è un’isola. L’isola del confino\, dell’esclusione. Il luogo dove sopravvivere è il sogno più impossibile. Ma è anche il solo posto in cui Filottete\, dal margine\, legge chiaramente il passato e riconosce da dove viene. Sceglie la sua genealogia. Così come fecero e continuano a fare tante persone attraverso la politica e la poesia come atto di testimonianza. Lemnos è un viaggio sulla tragedia che abitò alcune isole di confino greche creando\, anche dopo la Seconda guerra mondiale\, veri campi di concentramento in Europa\, nel mar Egeo\, per chi non rinnegava il proprio antifascismo. Un’epica della crudeltà\, di cui non si conosce nulla. Abbiamo visitato Makronisos\, il cuore di quell’orrore e abbiamo scelto di raccontarne le atrocità. Lo facciamo a partire da Sofocle attraverso le voci contemporanee di chi ha raccontato con la poesia quanto il mito di Filottete fosse ancora necessario. Persone che come noi quella storia non l’hanno mai perdonata. L’isola è sospensione tra prima e dopo. La frattura\, la vertigine di cui si sceglie di non parlare. Il nostro Neottolemo si domanda “perché siamo venuti?” “perché abbiamo combattuto?” “dove e perché torniamo?”. 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Nella riscrittura scenica di Lemnos\, Filottete è una donna: un gesto che si pone come omaggio alla poesia e al pensiero di Adrienne Rich\, che sceglie proprio Filottete come suo alter ego che re-visiona il mondo da una prospettiva femminista e radicale. La ferita di Filottete diventa così il punto di emergenza di un corpo che la comunità non riesce a contenere ma di cui continua ad avere bisogno. Anche Eracle è una donna\, ma ha perso le sue doti di deus ex machina. Queste due polarità circondano i due diversi modelli maschili: Ulisse archetipo di una strategia stanca accanto a Neottolemo che porta il peso di essere figlio di un eroe. E poi c’è il coro che dal presente racconta\, sa\, rende testimonianza parlando in greco. \nLa drammaturgia si costruisce come un montaggio di materiali poetici e teorici che attraversano il Novecento e la scrittura femminista. Tra questi\, la riscrittura del mito di Ghiannis Ritsos\, poeta greco che visse lunghi periodi di confino politico\, e le risonanze epiche e postcoloniali di Derek Walcott. A queste voci si intrecciano la scrittura di Rich e il pensiero di Hélène Cixous\, componendo un campo di forze poetiche in cui il mito viene riattivato come dispositivo critico sul presente. \nIl lavoro nasce parallelamente da una ricerca sul campo condotta in Grecia\, tra isole e paesaggi attraversati da stratificazioni di memoria politica. In particolare\, l’isola di Makronisos\, che è la vera isola del Filottete di Giorgina Pi\, luogo di deportazione e rieducazione durante e dopo la guerra civile greca entra nel progetto come controcampo storico del mito: un paesaggio reale in cui la ferita e l’esilio assumono una dimensione collettiva ancora irrisolta. \nVideo\, suono e parola costruiscono in scena un ambiente immersivo che nasce da queste indagini sul campo. Riprese video\, field recordings\, materiali raccolti nei luoghi della ricerca e frammenti poetici vengono montati come un dispositivo performativo in cui il paesaggio diventa parte attiva della drammaturgia. \nIn Lemnos il mito non viene rappresentato ma riattivato. Filottete diventa una figura attraverso cui interrogare le genealogie della violenza\, le forme dell’abbandono e il ritorno di ciò che la storia tenta di espellere. La scena si configura così come uno spazio di attraversamento tra mito e archivio\, tra poesia e paesaggio\, in cui la ferita continua a produrre voce. \nLemnos è un’isola. L’isola del confino\, dell’esclusione. Il luogo dove sopravvivere è il sogno più impossibile. Ma è anche il solo posto in cui Filottete\, dal margine\, legge chiaramente il passato e riconosce da dove viene. Sceglie la sua genealogia. Così come fecero e continuano a fare tante persone attraverso la politica e la poesia come atto di testimonianza. Lemnos è un viaggio sulla tragedia che abitò alcune isole di confino greche creando\, anche dopo la Seconda guerra mondiale\, veri campi di concentramento in Europa\, nel mar Egeo\, per chi non rinnegava il proprio antifascismo. Un’epica della crudeltà\, di cui non si conosce nulla. Abbiamo visitato Makronisos\, il cuore di quell’orrore e abbiamo scelto di raccontarne le atrocità. Lo facciamo a partire da Sofocle attraverso le voci contemporanee di chi ha raccontato con la poesia quanto il mito di Filottete fosse ancora necessario. Persone che come noi quella storia non l’hanno mai perdonata. L’isola è sospensione tra prima e dopo. La frattura\, la vertigine di cui si sceglie di non parlare. Il nostro Neottolemo si domanda “perché siamo venuti?” “perché abbiamo combattuto?” “dove e perché torniamo?”. E sono domande che ci poniamo noi\, oggi\, come oppositori e oppositrici dell’orrore in cui siamo cresciute e che non smette di circondarci\, dove stridono ancora armi e fascismo\, e il mare incombe scuro e luttuoso\, ancora con Filottete improvvisamente un vicolo una spiaggetta un secolo breve grida Non abbandonarmi. \nGiorgina Pi\n“Con Giorgina Pi abbiamo da tempo un dialogo fitto sul mito antico e sulle sue riscritture nella cultura contemporanea\, con uno sguardo sui temi del desiderio e del corpo (come a proposito della figura di Tiresia). Tornare a lavorare con lei sul mito di Filottete e sulla figura di Neottolemo (che avevo affrontato negli anni Ottanta collaborando con Mario Martone) è stata un’esperienza affascinante\, perché la drammaturgia si è costruita per gradi\, per sondaggi plurimi su innumerevoli testi moderni da far interagire con Sofocle (anche solo come suggestione) e per montaggi che hanno coinvolto il suo viaggio in Grecia\, e le risonanze politiche che questo mito può avere nella storia della Grecia moderna.” \nMassimo Fusillo\nDi ritorno al Romaeuropa Festival\, Giorgina Pi prosegue con Lemnos una ricerca che intreccia mito\, scrittura scenica e interrogazione politica del presente. Prima tappa di un progetto più ampio\, il lavoro prende avvio dalla figura di Filottete\, l’eroe abbandonato sull’isola di Lemno perché ferito\, maleodorante\, divenuto insostenibile per la comunità che pure\, anni dopo\, sarà costretta a tornare da lui. Nella riscrittura di Pi\, Filottete è una donna: non un semplice spostamento di genere\, ma un gesto che rilegge il mito come dispositivo di esclusione\, facendo della ferita il punto in cui un corpo diventa insieme intollerabile e necessario. Anche Eracle è una donna\, privata però di ogni funzione salvifica\, mentre Ulisse e Neottolemo restano a incarnare due diverse forme del maschile: la strategia consumata e il peso dell’eredità. Tra drammaturgia originale\, materiali di ricerca\, viaggi\, interviste e un coro che dal presente testimonia in greco\, Lemnos non cerca una rilettura archeologica del mito\, ma ne riattiva la forza per interrogare ciò che le comunità espellono\, e ciò di cui\, nonostante tutto\, continuano ad avere bisogno. \nBluemotion è una formazione nata a Roma all’interno dell’esperienza artistica e politica dell’Angelo Mai. Performer\, regist*\, musicist* e artist* visiv* si uniscono per creare a partire dalle proprie suggestioni\, confrontando i propri sguardi sul presente e sull’arte. Le opere di Bluemotion sono sempre creazioni collettive\, risultato dello scambio e delle visioni del gruppo. Bluemotion indaga vari linguaggi: il teatro contemporaneo\, la musica\, il cinema\, la letteratura\, la fotografia e soprattutto le loro ibridazioni. Crea\, vive e condivide nello spazio indipendente per le arti Angelo Mai. L*artist* di Bluemotion sono anche attivist* nel campo dei diritti umani e dei diritti dei lavorat_ dello spettacolo.
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DESCRIPTION:liberamente ispirato alle opere di Sofocle e ai racconti del mito\nDi Alessandro Serra\nRegia Alessandro Serra\nCon Alessandro Burzotta\, Salvatore Drago\, Francesca Gabucci\, Sara Giannelli\, Jared McNeill\, Chiara Michelini\, Felice Montervino\nRegia\, scene\, luci\, suoni\, costumi Alessandro Serra\nTraduzione in lingua grecanica Salvino Nucera\nVoci e canti Bruno de Franceschi\nCollaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini\nCollaborazione al suono Gup Alcaro\nCollaborazione alle luci Stefano Bardelli\nCollaborazione ai costumi Serena Trevisi Marceddu\nTecnico del suono Alessandro Orrù\nCostruzione scena Daniele Lepori\, Serena Trevisi Marceddu\, Loic Francois Hamelin\nProduzione Sardegna Teatro\, Teatro Bellini\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale Fondazione Teatro Due Parma\nIn collaborazione con Compagnia Teatropersona\, I Teatri di Reggio Emilia \ndurata ’80 \n64th INTERNATIONAL THEATER FESTIVAL MESS:\n“Golden Laurel Wreath Award” Grand Prix per il miglior spettacolo\n“Golden Laurel Wreath Award”\, miglior regista Alessandro Serra\n“Golden Laurel Wreath Award”\, miglior attore/attrice Chiara Michelini\nPremio Radio Sarajevo “Sound of MESS” per il miglior uso dei suoni in teatro \nScrive Antifane nella commedia Poiesis:\nLa tragedia è un’arte fortunata\, perché gli spettatori conoscono l’intreccio già prima che il poeta lo racconti\, basta ricordarglielo. Appena pronunziato il nome di «Edipo»\, già si sa tutto il resto il padre Laio\, la madre Giocasta\, le figlie\, i figli\, che cosa ha sofferto\, la sua colpa.\nCome ricostruire oggi quel sapere collettivo che esonerava il poeta tragico dal dover volgere in prosa il mito e lo legittimava a sollecitare immediate visioni nel pubblico?\nCome compiere il tragico oggi?\nQuale linguaggio è\, ciò che tramite Sofocle\, vogliamo dire allo spettatore? E in quale lingua? Il greco di Sofocle era volutamente alto e musicale\, una lingua che ci strappa dal piano di realtà e ci pone su un livello di trascendenza.\nCome consegnare al pubblico la drammatizzazione perfetta del mito perfetto in una lingua non ostile e concettuale ma musicale\, istintiva e sensuale?\nL’italiano sembra abbassare il tragico a un fatto drammatico.\nAbbiamo perciò scelto il grecanico\, lingua che ancora oggi risuona in un angolo remoto di quella che fu la Magna Grecia\, una striscia di terra che dal mare si arrampica sull’Aspromonte scrutando all’orizzonte l’Etna.
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DESCRIPTION:Regia e Coreografie LUCINDA CHILDS\nDirettore Artistico MICHELE POGLIANI\nMusiche PHILIP GLASS\nVideo ROBERTO BERTA e BABETTE MANGOLTE\nInterpreti Danzatori MP3 Dance Project\nCostumi TIZIANA BARBARANELLI\nProject Manager MARTINA GALBIATI\nFoto di Scena DENISE PRANDINI\nCoordinatore di Produzione FABRIZIO DE ANGELIS\nproduzione MPTRE PROJECT e CHANGE PERFORMING ARTS\ndurata dello spettacolo 60 minuti \nProgramma:\nKatema dancers: SARA MIGNANI • IRENE VENUTA\nPhilip Glass: Etude#18 – dancers: AGNESE TRIPPA • NICOLO TROIANO\nCalico Mingling VIDEO 1973\nPastime dancers: SARA MIGNANI • IRENE VENUTA • AGNESE TRIPPA\nPhilip Glass: Etude#5 – dancers: NICOLO’TROIANO • SARA MIGNANI • IRENE VENUTA \nGlass whit SILENCE\nUn viaggio straordinario nell’universo coreografico di Lucinda Childs\, una delle voci più influenti e innovative della danza postmoderna americana.\nLa serata celebra la sua straordinaria capacità di intrecciare movimento\, spazio e tempo in un racconto visivo e corporeo che unisce passato e presente. \nIl programma si apre con Katema\, una video/installazione esclusiva che rivisita i l video originale del 1978. Grazie a un nuovo montaggio e all’intervento dal vivo di due danzatrici\, le immagini si trasformano in un dialogo vibrante tra storia e contemporaneità\, costruendo un ponte dinamico tra memoria e innovazione. \nLa serata prevede due nuove coreografie firmate dalla stessa Lucinda Childs\, ispirate alle celebri Études di Philip Glass. La struttura ipnotica e stratificata della musica diventa il terreno ideale per esplorare i temi cari alla coreografa: la ripetizione\, il minimalismo e la metamorfosi del movimento nello spazio. In questo dialogo profondo tra danza e musica\, l’eleganza e l’intensità della ricerca artistica di Childs trovano una nuova espressione. \nSegue la proiezione di Calico Mingling\, una delle coreografie più iconiche dell’artista datata 1973. Questo video storico offre al pubblico una preziosa retrospettiva sul suo linguaggio unico\, senza tempo\, e sulla visione rivoluzionaria che ha trasformato il mondo della danza contemporanea. \nA completare il programma Pastime il primo solo della coreografa riproposto in una nuova versione con un trio di danzatrici. \nUna serata che celebra la poesia del movimento e l’eredità immortale di una delle menti più visionarie della danza moderna.
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