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SUMMARY:MISURARE IL SALTO DELLE RANE
DESCRIPTION:Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo \nDrammaturgia Gabriele Di Luca\nRegia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti\nCon Elsa Bossi\, Marina Occhionero e Chiara Stoppa\nAssistente alla regia Matteo Berardinelli\nMusiche originali Massimiliano Setti\nScene Enzo Mologni\nCostumi Elisabetta Zinelli\nDirezione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi\nRealizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due\nRealizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due\nIllustrazione locandina Federico Bassi e Giacomo Trivellini\nFoto di scena Simone Infantino\n Organizzazione Luisa Supino e Francesco Pietrella\nUfficio stampa Raffaella Ilari \nUna produzione Fondazione Teatro Due\, Accademia Perduta/Romagna Teatri\, Teatro Stabile d’Abruzzo\, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival\nin collaborazione con Asti Teatro 47 \nMisurare il salto delle rane è una dark comedy ambientata in un piccolo paese di pescatori tra gli anni ’80 e ’90. Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. Dal 2008 collabora stabilmente con ATIR Milano\, di cui è anche presidente per sei anni\, e prende parte a numerosi spettacoli diretti da Serena Sinigaglia. Dal 2023 lavora con la compagnia Orsini e Massimo Popolizio. Affianca all’attività attoriale la regia e la conduzione di laboratori e spettacoli con persone con disabilità e con bambini e ragazzi. È co-autrice e interprete di testi teatrali originali.
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LOCATION:Teatro Vascello\, Via Giacinto Carini\, 78\, Roma\, RM\, 00152
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SUMMARY:ORLANDO
DESCRIPTION:Andrea De Rosa / Fabrizio Sinisi / Anna Della Rosa / Virginia Woolf\nTPE Teatro Astra \ndal romanzo di Virginia Woolf\ne dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West Scrivi sempre a mezzanotte (Donzelli) \ndrammaturgia Fabrizio Sinisi\ntraduzione Nadia Fusini\nregia Andrea De Rosa\ncon Anna Della Rosa\nscene Giuseppe Stellato\nluci Pasquale Mari\nsuono G.U.P. Alcaro\ncostumi Ilaria Ariemme\naiuto regia Paolo Costantini\nmusica di scena Sinfonia n.6 (Patetica) di Čajkovskij \nproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa \ndurata 60 min \nIl 9 ottobre del 1927\, Virginia Woolf scrive una lettera all’amata Vita Sackville-West: “Supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Di’ sì o no”. Vita non si sottrae\, accettando di diventare oggetto\, musa\, modello e interlocutrice di uno dei romanzi più originali della letteratura moderna. La scrittura di Orlandonasce così: come un omaggio d’amore\, un atto di gioia offerto a una donna e al mondo. Intersecandosi continuamente con la vita della scrittrice\, in un enigmatico intreccio tra opera e biografia\, la vicenda di Orlando – nato uomo nel XVI secolo\, vissuto per più di quattrocento anni\, e mistericamente transitato nel Femminile – si trasforma in questo spettacolo in un inno all’estasi ma anche all’ossessione della letteratura: una lunga\, straordinaria lettera d’amore in forma di romanzo. \n“Oltre che un classico di sconvolgente attualità\, Orlando è un inno alla gioia esuberante dell’avventura\, alla libertà\, al godimento sessuale; un manifesto alla possibilità di prenderselo\, il piacere\, secondo modelli alternativi alle leggi del conformismo patriarcale.” \nNadia Fusini \n“L’identità è un fantasma. Dal momento in cui cominciamo a definirci come esseri umani adulti\, stabiliamo dei confini entro i quali ci rintaniamo. Ma\, per fortuna o per avventura\, la vita spazza via tutto e travolge quegli steccati che tanto pazientemente avevamo costruito per proteggerci. Trascinati dalla inesauribile vitalità del suo Orlando\, Virginia Woolf ci invita a viaggiare nello spazio e nel tempo\, a oltrepassare quello steccato che ci tiene imprigionati nella trappola dell’identità\, del maschile\, del femminile\, e di tutte quelle convenzioni che sono solo il frutto del tempo in cui viviamo.” \nAndrea De Rosa \n“Può un’opera letteraria essere al contempo una lettera d’amore? Orlando dimostra di sì: uno dei più straordinari romanzi del Novecento è anche la più spericolata lettera d’amore che la storia ricordi. Un vero e proprio monumento di parole che Virginia Woolf erige a e per l’amata Vita Sackville-West – scrittrice e poetessa con cui Woolf ebbe una lunga relazione e un intenso sodalizio. Un amore che abbiamo voluto rendere ancora più esplicito\, punteggiando la drammaturgia del romanzo con brani dell’epistolario a Vita. Orlando è un inno a Vita e alla Vita\, nonché la testimonianza di una speranza estrema: mentre la vita dei corpi finisce\, quella delle parole è più lunga e diversa – abbatte i confini dei sessi\, delle identità\, perfino della morte.” \nFabrizio Sinisi / drammaturgia \n“La luce di Orlando è la luce bianca del cielo di una mattina radiosa. La luce di Orlando è la luce bianca della carta da scrivere\, prima di cominciare. Questi i pensieri che hanno guidato la disposizione del grappolo di proiettori tra i quali si innalza il tronco robusto di un albero senza chioma\, come poeticamente disegnato da Giuseppe Stellato. Sono anzi sia la chioma che il cielo sotto il quale stanno Orlando\, Virginia\, Anna ed il suo pubblico assorto ad ascoltarla. Mi piace pensare che sia tutta quella luce bianca a condensarsi e raggiungere il suolo trasformandosi in carta\, in tanti fogli bianchi che attendono che le parole si trasformino in segni. Ancora una volta la luce è convocata a testimoniare e rendere possibile che l’astrazione si trasformi sulla scena in realtà da abitare. “Orlando alzò gli occhi e vide qualcosa di astratto che sta tra le colline o nel cielo oltre il quale non c’è nulla che conti; in cui io riposo e continuerò a esistere. Questa cosa io chiamo realtà.” (Virginia Woolf – Diari)” \nPasquale Mari / luce \n“Immaginare uno spazio scenico che accogliesse le parole scritte da Virginia Woolf per Orlando\, è stata una sfida per nulla semplice. Un testo che\, tra le altre cose\, racconta proprio la difficoltà della parola di descrivere la natura\, la bellezza. Alla fine\, tutto confluiva qui\, nella ricerca di un connubio\, di un punto d’incontro tra natura e letteratura\, tra la bellezza di un albero e il fallimento di qualsiasi forma d’arte che provi a raccontare questa bellezza. E quindi un tronco di quercia in mezzo ad un prato quadrato\, un albero la cui chioma è fatta da luci\, tralicci\, americane: una fetta di realtà trasportata in uno spazio teatrale\, quel luogo magico dove da un albero\, al posto di una foglia\, può cadere un foglio bianco…” \nGiuseppe Stellato / spazio scenico \n“Il suono\, lontano e intimo\, di una campana scandisce un tempo indefinito e sospeso. Una musica nasce da quelle pagine così tormentate e vitali; è la Sinfonia n. 6 (Patetica) di Čajkovskij. L’ultima.” \nG.U.P. Alcaro / musica \n“Un abito veste e spesso determina\, un costume teatrale veste e crea mondi. In scena c’è Virginia Woolf e il momento in cui visse\, ma anche un blu polveroso che ricorda il vasto cielo comune a tutte le epoche\, una seta impalpabile e ariosa che rimanda ai fasti del ‘500\, un cinturone maschile e una gonna femminile pronta a gonfiarsi a ogni danzante giravolta. Il costume accompagna discretamente il racconto di un’anima appassionata e in ricerca di sé grazie ai piccoli dettagli che lo compongono\, senza troppo definire e chiudere\, mettendosi in dialogo con il corpo l’attrice che lo veste e lo sveste – magnificamente – e con il vasto e concettuale spazio che li contiene entrambi.” \nIlaria Ariemme / costumi
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Ma\, per fortuna o per avventura\, la vita spazza via tutto e travolge quegli steccati che tanto pazientemente avevamo costruito per proteggerci. Trascinati dalla inesauribile vitalità del suo Orlando\, Virginia Woolf ci invita a viaggiare nello spazio e nel tempo\, a oltrepassare quello steccato che ci tiene imprigionati nella trappola dell’identità\, del maschile\, del femminile\, e di tutte quelle convenzioni che sono solo il frutto del tempo in cui viviamo.” \nAndrea De Rosa \n“Può un’opera letteraria essere al contempo una lettera d’amore? Orlando dimostra di sì: uno dei più straordinari romanzi del Novecento è anche la più spericolata lettera d’amore che la storia ricordi. Un vero e proprio monumento di parole che Virginia Woolf erige a e per l’amata Vita Sackville-West – scrittrice e poetessa con cui Woolf ebbe una lunga relazione e un intenso sodalizio. Un amore che abbiamo voluto rendere ancora più esplicito\, punteggiando la drammaturgia del romanzo con brani dell’epistolario a Vita. Orlando è un inno a Vita e alla Vita\, nonché la testimonianza di una speranza estrema: mentre la vita dei corpi finisce\, quella delle parole è più lunga e diversa – abbatte i confini dei sessi\, delle identità\, perfino della morte.” \nFabrizio Sinisi / drammaturgia \n“La luce di Orlando è la luce bianca del cielo di una mattina radiosa. La luce di Orlando è la luce bianca della carta da scrivere\, prima di cominciare. Questi i pensieri che hanno guidato la disposizione del grappolo di proiettori tra i quali si innalza il tronco robusto di un albero senza chioma\, come poeticamente disegnato da Giuseppe Stellato. Sono anzi sia la chioma che il cielo sotto il quale stanno Orlando\, Virginia\, Anna ed il suo pubblico assorto ad ascoltarla. Mi piace pensare che sia tutta quella luce bianca a condensarsi e raggiungere il suolo trasformandosi in carta\, in tanti fogli bianchi che attendono che le parole si trasformino in segni. Ancora una volta la luce è convocata a testimoniare e rendere possibile che l’astrazione si trasformi sulla scena in realtà da abitare. “Orlando alzò gli occhi e vide qualcosa di astratto che sta tra le colline o nel cielo oltre il quale non c’è nulla che conti; in cui io riposo e continuerò a esistere. Questa cosa io chiamo realtà.” (Virginia Woolf – Diari)” \nPasquale Mari / luce \n“Immaginare uno spazio scenico che accogliesse le parole scritte da Virginia Woolf per Orlando\, è stata una sfida per nulla semplice. Un testo che\, tra le altre cose\, racconta proprio la difficoltà della parola di descrivere la natura\, la bellezza. Alla fine\, tutto confluiva qui\, nella ricerca di un connubio\, di un punto d’incontro tra natura e letteratura\, tra la bellezza di un albero e il fallimento di qualsiasi forma d’arte che provi a raccontare questa bellezza. E quindi un tronco di quercia in mezzo ad un prato quadrato\, un albero la cui chioma è fatta da luci\, tralicci\, americane: una fetta di realtà trasportata in uno spazio teatrale\, quel luogo magico dove da un albero\, al posto di una foglia\, può cadere un foglio bianco…” \nGiuseppe Stellato / spazio scenico \n“Il suono\, lontano e intimo\, di una campana scandisce un tempo indefinito e sospeso. Una musica nasce da quelle pagine così tormentate e vitali; è la Sinfonia n. 6 (Patetica) di Čajkovskij. L’ultima.” \nG.U.P. Alcaro / musica \n“Un abito veste e spesso determina\, un costume teatrale veste e crea mondi. In scena c’è Virginia Woolf e il momento in cui visse\, ma anche un blu polveroso che ricorda il vasto cielo comune a tutte le epoche\, una seta impalpabile e ariosa che rimanda ai fasti del ‘500\, un cinturone maschile e una gonna femminile pronta a gonfiarsi a ogni danzante giravolta. Il costume accompagna discretamente il racconto di un’anima appassionata e in ricerca di sé grazie ai piccoli dettagli che lo compongono\, senza troppo definire e chiudere\, mettendosi in dialogo con il corpo l’attrice che lo veste e lo sveste – magnificamente – e con il vasto e concettuale spazio che li contiene entrambi.” \nIlaria Ariemme / costumi
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DESCRIPTION:Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo \nDrammaturgia Gabriele Di Luca\nRegia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti\nCon Elsa Bossi\, Marina Occhionero e Chiara Stoppa\nAssistente alla regia Matteo Berardinelli\nMusiche originali Massimiliano Setti\nScene Enzo Mologni\nCostumi Elisabetta Zinelli\nDirezione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi\nRealizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due\nRealizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due\nIllustrazione locandina Federico Bassi e Giacomo Trivellini\nFoto di scena Simone Infantino\n Organizzazione Luisa Supino e Francesco Pietrella\nUfficio stampa Raffaella Ilari \nUna produzione Fondazione Teatro Due\, Accademia Perduta/Romagna Teatri\, Teatro Stabile d’Abruzzo\, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival\nin collaborazione con Asti Teatro 47 \nMisurare il salto delle rane è una dark comedy ambientata in un piccolo paese di pescatori tra gli anni ’80 e ’90. Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. Dal 2008 collabora stabilmente con ATIR Milano\, di cui è anche presidente per sei anni\, e prende parte a numerosi spettacoli diretti da Serena Sinigaglia. Dal 2023 lavora con la compagnia Orsini e Massimo Popolizio. Affianca all’attività attoriale la regia e la conduzione di laboratori e spettacoli con persone con disabilità e con bambini e ragazzi. È co-autrice e interprete di testi teatrali originali.
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Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. 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Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. 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DESCRIPTION:Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo \nDrammaturgia Gabriele Di Luca\nRegia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti\nCon Elsa Bossi\, Marina Occhionero e Chiara Stoppa\nAssistente alla regia Matteo Berardinelli\nMusiche originali Massimiliano Setti\nScene Enzo Mologni\nCostumi Elisabetta Zinelli\nDirezione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi\nRealizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due\nRealizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due\nIllustrazione locandina Federico Bassi e Giacomo Trivellini\nFoto di scena Simone Infantino\n Organizzazione Luisa Supino e Francesco Pietrella\nUfficio stampa Raffaella Ilari \nUna produzione Fondazione Teatro Due\, Accademia Perduta/Romagna Teatri\, Teatro Stabile d’Abruzzo\, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival\nin collaborazione con Asti Teatro 47 \nMisurare il salto delle rane è una dark comedy ambientata in un piccolo paese di pescatori tra gli anni ’80 e ’90. Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. Dal 2008 collabora stabilmente con ATIR Milano\, di cui è anche presidente per sei anni\, e prende parte a numerosi spettacoli diretti da Serena Sinigaglia. Dal 2023 lavora con la compagnia Orsini e Massimo Popolizio. Affianca all’attività attoriale la regia e la conduzione di laboratori e spettacoli con persone con disabilità e con bambini e ragazzi. È co-autrice e interprete di testi teatrali originali.
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LOCATION:Teatro Vascello\, Via Giacinto Carini\, 78\, Roma\, RM\, 00152
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DESCRIPTION:Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo \nDrammaturgia Gabriele Di Luca\nRegia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti\nCon Elsa Bossi\, Marina Occhionero e Chiara Stoppa\nAssistente alla regia Matteo Berardinelli\nMusiche originali Massimiliano Setti\nScene Enzo Mologni\nCostumi Elisabetta Zinelli\nDirezione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi\nRealizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due\nRealizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due\nIllustrazione locandina Federico Bassi e Giacomo Trivellini\nFoto di scena Simone Infantino\n Organizzazione Luisa Supino e Francesco Pietrella\nUfficio stampa Raffaella Ilari \nUna produzione Fondazione Teatro Due\, Accademia Perduta/Romagna Teatri\, Teatro Stabile d’Abruzzo\, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival\nin collaborazione con Asti Teatro 47 \nMisurare il salto delle rane è una dark comedy ambientata in un piccolo paese di pescatori tra gli anni ’80 e ’90. Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. Dal 2008 collabora stabilmente con ATIR Milano\, di cui è anche presidente per sei anni\, e prende parte a numerosi spettacoli diretti da Serena Sinigaglia. Dal 2023 lavora con la compagnia Orsini e Massimo Popolizio. Affianca all’attività attoriale la regia e la conduzione di laboratori e spettacoli con persone con disabilità e con bambini e ragazzi. È co-autrice e interprete di testi teatrali originali.
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Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. Dal 2008 collabora stabilmente con ATIR Milano\, di cui è anche presidente per sei anni\, e prende parte a numerosi spettacoli diretti da Serena Sinigaglia. Dal 2023 lavora con la compagnia Orsini e Massimo Popolizio. Affianca all’attività attoriale la regia e la conduzione di laboratori e spettacoli con persone con disabilità e con bambini e ragazzi. È co-autrice e interprete di testi teatrali originali.
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Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. 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Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. Dal 2008 collabora stabilmente con ATIR Milano\, di cui è anche presidente per sei anni\, e prende parte a numerosi spettacoli diretti da Serena Sinigaglia. Dal 2023 lavora con la compagnia Orsini e Massimo Popolizio. Affianca all’attività attoriale la regia e la conduzione di laboratori e spettacoli con persone con disabilità e con bambini e ragazzi. È co-autrice e interprete di testi teatrali originali.
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Questo è il nostro destino: amare senza limiti. Amare la nostra carenza d’amore» \nCarlos Drummond De Andrade \n  \nIl progetto nasce dall’incontro e dall’amicizia fra Pippo Delbono e il produttore teatrale italiano da anni attivo in Portogallo Renzo Barsotti e dal loro desiderio di realizzare insieme uno spettacolo sul Portogallo. Da qui inizia la ricerca sull’“amore” come sentimento\, stato dell’anima. Un vero e proprio ingranaggio nell’organismo umano\, che seleziona\, sposta\, frantuma e ricompone tutto ciò che vediamo\, che sentiamo\, tutto ciò che desideriamo. \nAmore è un viaggio musicale e lirico attraverso una geografia esterna – oltre al Portogallo\, l’Angola\, Capo Verde – e una interna\, quella delle corde dell’anima che vibrano al minimo colpo della vita. Le note sono quelle malinconiche del fado\, che esplodono in slanci energici attraverso la voce dei suoi cantanti\, spalancata a raggiungere ogni angolo della sala; il ritmo quello ora di una parata\, ora di un tableau vivant\, ora di una lenta processione; l’immagine è un quadro che muta nei colori\, si scalda e si raffredda. \nE c’è\, poi\, la parola poetica\, restituita dal registro caldo dell’artista ligure attraverso il suo consueto\, ipnotico\, salmodiare al microfono. Le parole sono quelle di Carlos Drummond de Andrade\, Eugénio De Andrade\, Daniel Damásio Ascensão Filipe\, Sophia de Mello Breyner Andresen\, Jacques Prévert\, Rainer Maria Rilke e Florbela Espanca. \n“Questo spettacolo – racconta Pippo Delbono – presenta una duplice visione dell’amore. Da una parte – e sono i testi a prendere voce – ci mettiamo\, tutti\, alla ricerca di quell’amore\, cercando di sfuggire alla paura che ci assale. In questo viaggio si cerca di evitarlo\, questo amore\, anche se ne riconosciamo costantemente l’urgenza; io lo ricerco\, ma anche lo voglio\, ed è proprio questo che fa paura. Ma il cammino – fatto di musiche\, voci\, immagini – riesce poi\, forse\, a portarci verso una riconciliazione\, un momento di pace in cui quell’amore possa manifestarsi al di là di ogni singola paura”. \nA tenere insieme un montaggio emotivo mai del tutto pacificato è una grammatica scenica che alterna il pieno al vuoto\, il canto alla musica\, la voce viva al silenzio\, alla ricerca di una rappresentazione onirica ed elegiaca della crudele risacca di distacco e ricongiungimento. Protagonista è l’assenza\, è la distanza\, è la nostalgia\, una mappatura di emozioni che scava nell’animo dell’autore\, dei suoi interpreti e dello stesso spettatore\, chiamato a cercare sempre con gli occhi ciò che manca e che\, inesorabilmente\, tarda a manifestarsi. \nAmore vuole essere il tentativo di condivisione di un incontro fugace: l’amore è «un uccello rapace» che afferra e porta via e che\, così facendo\, si presenta come qualità totalmente umana. Le lingue diverse che si abbracciano nella trama sonora sono espressione di questa terra\, il Portogallo\, che accoglie e che lascia tracce; lo slancio poetico ci ricorda quale forma di rispetto dovremmo sempre offrire a quei moti dell’anima altrimenti sempre messi sotto assedio dalla paura\, dalla diffidenza\, dalla vergogna. \nAmore è ancora una volta il tentativo di portare dentro al teatro la vita. Nominando questa parola\, invocandola in maniera laica e sognante\, abbiamo forse la possibilità di darle voce e\, a lungo grande assente nei discorsi pubblici\, liberarla dalla confusione che ha regnato sull’intera narrazione di questa odissea globale\, spaventosa\, terribilmente umana. \nPippo Delbono \nAutore\, attore e regista\, Pippo Delbono nasce a Varazze nel 1959. Negli anni ‘80 fonda la Compagnia Pippo Delbono\, dando vita a numerosi spettacoli che hanno segnato la storia del teatro contemporaneo. L’incontro con persone in situazioni di emarginazione e diversità determina una svolta nella sua ricerca. Nasce così Barboni – Premio Speciale UBU nel 1997 “per una ricerca condotta tra arte e vita”. Da oltre vent’anni gli spettacoli realizzati con la sua Compagnia in un flusso di ricerca continua fra teatro\, poesia\, musica\, cinema e danza\, sono presentati in prestigiosi teatri e festival di tutto il mondo\, inclusi il Festival d’Avignon\, la Biennale di Venezia\, l’Holland Festival\, l’Hong Kong Arts Festival\, il Festival de Otoño\, il Festival Grec di Barcellona\, il Theater Spektakel di Zurigo\, il Wiener Festwochen\, il Festival TransAmeriques di Montréal: Il tempo degli assassini\, La rabbia\, Guerra\, Esodo\, Gente di plastica\, Urlo\, Il silenzio\, Racconti di giugno\, Questo buio feroce\, La menzogna\, Dopo la bataglia\, Orchidee\, Vangelo e La Gioia. Nel 2003 Delbono realizza il film Guerra (Mostra del Cinema di Venezia e Miglior film documentario David di Donatello 2004); a seguire: Grido (2006)\, La paura (Festival di Locarno 2009)\, Amore carne (68° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2011)\, Blue Sofa (miglior film alla 32° edizione del Festival International du Court Métrage à Clermont-Ferrand)\, Sangue (66° Festival di Locarno)\, La Visite-Versailles (2016) e Vangelo (2017). Nella lirica ha firmato le regie: Studio per Obra Maestra (Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto 2007)\, Don Giovanni (Teatr Wielki di Poznan\, Polonia 2014)\, Cavalleria rusticana e Madama Butterfly (Teatro San Carlo di Napoli 2012 e 2014)\, La Passione secondo Giovanni (Teatro Massimo di Palermo 2017) e I Pagliacci (Opera di Roma 2018). Realizza con grandi musicisti i concerti: Amore e carne con Alexander Balanescu\, Il sangue sull’Edipo di Sofocle con Petra Magoni\, Bestemmia d’amore con Enzo Avitabile e La notte con Piero Corso. Ha pubblicato Barboni – Il teatro di Pippo Delbono\, Racconti di giugno\, Corpi senza menzogna\, Dopo la battaglia – scritti poetico-politici\, Sangue. Dialogo tra un artista buddista e un ex terrorista tornato in libertà\, L’uomo che cadde sulla terra\, Le don de soi. Ha ottenuto il Premio Speciale Ubu per Barboni\, il Premio della Critica per Guerra\, i Premi Olimpici per Gente di plastica e Urlo\, a Wroclaw\, Polonia (2009)\, il Premio Europa per le nuove realtà teatrali e un Premio alla Carriera all’International Theatre Festival IKSV di Istanbul nel 2021. \nAline Frazão è un’artista angolana nata a Luanda nel 1988. Come cantautrice\, ha pubblicato quattro album. È autrice della colonna sonora del film angolano “Aria Condizionata” (2020). Oltre alla musica\, scrive saggi\, racconti e altre rime. \nPedro Jóia inizia a suonare la chitarra classica all’età di sette anni a Lisbona\, prima con Paulo Valente Pereira\, poi con Manuel Morais\, fino al diploma al Conservatorio Nazionale. Ha studiato chitarra flamenca con Paco Peña\, Gerardo Núñez e con Manolo Sanlúcar. Compone regolarmente per produzioni teatrali\, cinematografiche e televisive. Ha vissuto e lavorato a Rio de Janeiro\, dove ha suonato tra gli altri con Ney Matogrosso\, Simone e Gilberto Gil. Si esibisce come solista e in formazioni musicali tra cui l’Orchestra Sinfonica Portoghese\, l’Orchestra Nazionale del Venezuela\, l’Orchestra Classica di Madeira\, l’Orchestra Cinese di Macao e l’Orchestra Sinfonietta di Lisbona. Ha suonato e inciso con Mariza\, attualmente tra le più grandi interpreti di fado. Nel 2020 ha inciso l’album “Zeca” dedicato a José Afonso\, per il quale ha vinto il Premio Carlos Paredes 2021. \nMiguel Ramos è nato a Lisbona nel 1976 in una famiglia di cantanti di fado con una lunghissima tradizione. Fin da giovanissimo ha accompagnato il padre Vitor che si esibiva in numerose Case di Fado di Lisbona.\nHa iniziato la sua carriera come fadista a 14 anni presso la Casa di Fado “Os Ferreiras”. Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti nei principali concorsi grazie ai quali ha potuto esibirsi nelle principali case di fado in Portogallo e all’estero. Ha collaborato e suonato con i più importanti cantanti di fado professionisti. In teatro ha fatto parte del cast del musical “Amalia” di Filipe La Feria. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo album “Aqui na Alma” (Tejo Music Lab). Miguel Ramos è sicuramente uno dei più grandi nomi della nuova generazione del fado. \nJoana Villaverde è nata a Lisbona nel 1970\, vive e lavora ad Avis (Portogallo). I suoi lavori sono esposti al MAAT Foundation EDP di Lisbona\, nella collezione quARTel Fernando Ribeiro\, alla Fundação Carmona e Costa di Lisbona\, nella Diocesi di Beja (Portogallo) e in numerose collezioni private in Portogallo\, Spagna\, Francia\, Belgio\, Regno Unito\, Stati Uniti e Palestina. \nTiago Bartolomeu Costa dal 2002 ha sviluppato un lavoro diversificato nel campo delle arti dello spettacolo. Come ricercatore e critico\, si è dedicato al rapporto tra linguaggio e discorso. È anche autore e si occupa di coordinare l’edizione di testi e di pubblicazioni specialistiche. In qualità di curatore culturale ha collaborato\, come ospite\, con numerose istituzioni pubbliche: il São Luiz Teatro Municipal di Lisbona\, il Théâtre de la Ville di Parigi\, il Teatro Coliseo di Porto\, la Cinemateca Portuguesa di Lisbona.
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Questo è il nostro destino: amare senza limiti. Amare la nostra carenza d’amore» \nCarlos Drummond De Andrade \n  \nIl progetto nasce dall’incontro e dall’amicizia fra Pippo Delbono e il produttore teatrale italiano da anni attivo in Portogallo Renzo Barsotti e dal loro desiderio di realizzare insieme uno spettacolo sul Portogallo. Da qui inizia la ricerca sull’“amore” come sentimento\, stato dell’anima. Un vero e proprio ingranaggio nell’organismo umano\, che seleziona\, sposta\, frantuma e ricompone tutto ciò che vediamo\, che sentiamo\, tutto ciò che desideriamo. \nAmore è un viaggio musicale e lirico attraverso una geografia esterna – oltre al Portogallo\, l’Angola\, Capo Verde – e una interna\, quella delle corde dell’anima che vibrano al minimo colpo della vita. 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Nel 2003 Delbono realizza il film Guerra (Mostra del Cinema di Venezia e Miglior film documentario David di Donatello 2004); a seguire: Grido (2006)\, La paura (Festival di Locarno 2009)\, Amore carne (68° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2011)\, Blue Sofa (miglior film alla 32° edizione del Festival International du Court Métrage à Clermont-Ferrand)\, Sangue (66° Festival di Locarno)\, La Visite-Versailles (2016) e Vangelo (2017). Nella lirica ha firmato le regie: Studio per Obra Maestra (Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto 2007)\, Don Giovanni (Teatr Wielki di Poznan\, Polonia 2014)\, Cavalleria rusticana e Madama Butterfly (Teatro San Carlo di Napoli 2012 e 2014)\, La Passione secondo Giovanni (Teatro Massimo di Palermo 2017) e I Pagliacci (Opera di Roma 2018). Realizza con grandi musicisti i concerti: Amore e carne con Alexander Balanescu\, Il sangue sull’Edipo di Sofocle con Petra Magoni\, Bestemmia d’amore con Enzo Avitabile e La notte con Piero Corso. 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I suoi lavori sono esposti al MAAT Foundation EDP di Lisbona\, nella collezione quARTel Fernando Ribeiro\, alla Fundação Carmona e Costa di Lisbona\, nella Diocesi di Beja (Portogallo) e in numerose collezioni private in Portogallo\, Spagna\, Francia\, Belgio\, Regno Unito\, Stati Uniti e Palestina. \nTiago Bartolomeu Costa dal 2002 ha sviluppato un lavoro diversificato nel campo delle arti dello spettacolo. Come ricercatore e critico\, si è dedicato al rapporto tra linguaggio e discorso. È anche autore e si occupa di coordinare l’edizione di testi e di pubblicazioni specialistiche. In qualità di curatore culturale ha collaborato\, come ospite\, con numerose istituzioni pubbliche: il São Luiz Teatro Municipal di Lisbona\, il Théâtre de la Ville di Parigi\, il Teatro Coliseo di Porto\, la Cinemateca Portuguesa di Lisbona.
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In questo viaggio si cerca di evitarlo\, questo amore\, anche se ne riconosciamo costantemente l’urgenza; io lo ricerco\, ma anche lo voglio\, ed è proprio questo che fa paura. Ma il cammino – fatto di musiche\, voci\, immagini – riesce poi\, forse\, a portarci verso una riconciliazione\, un momento di pace in cui quell’amore possa manifestarsi al di là di ogni singola paura”. \nA tenere insieme un montaggio emotivo mai del tutto pacificato è una grammatica scenica che alterna il pieno al vuoto\, il canto alla musica\, la voce viva al silenzio\, alla ricerca di una rappresentazione onirica ed elegiaca della crudele risacca di distacco e ricongiungimento. Protagonista è l’assenza\, è la distanza\, è la nostalgia\, una mappatura di emozioni che scava nell’animo dell’autore\, dei suoi interpreti e dello stesso spettatore\, chiamato a cercare sempre con gli occhi ciò che manca e che\, inesorabilmente\, tarda a manifestarsi. \nAmore vuole essere il tentativo di condivisione di un incontro fugace: l’amore è «un uccello rapace» che afferra e porta via e che\, così facendo\, si presenta come qualità totalmente umana. Le lingue diverse che si abbracciano nella trama sonora sono espressione di questa terra\, il Portogallo\, che accoglie e che lascia tracce; lo slancio poetico ci ricorda quale forma di rispetto dovremmo sempre offrire a quei moti dell’anima altrimenti sempre messi sotto assedio dalla paura\, dalla diffidenza\, dalla vergogna. \nAmore è ancora una volta il tentativo di portare dentro al teatro la vita. Nominando questa parola\, invocandola in maniera laica e sognante\, abbiamo forse la possibilità di darle voce e\, a lungo grande assente nei discorsi pubblici\, liberarla dalla confusione che ha regnato sull’intera narrazione di questa odissea globale\, spaventosa\, terribilmente umana. \nPippo Delbono \nAutore\, attore e regista\, Pippo Delbono nasce a Varazze nel 1959. Negli anni ‘80 fonda la Compagnia Pippo Delbono\, dando vita a numerosi spettacoli che hanno segnato la storia del teatro contemporaneo. L’incontro con persone in situazioni di emarginazione e diversità determina una svolta nella sua ricerca. Nasce così Barboni – Premio Speciale UBU nel 1997 “per una ricerca condotta tra arte e vita”. Da oltre vent’anni gli spettacoli realizzati con la sua Compagnia in un flusso di ricerca continua fra teatro\, poesia\, musica\, cinema e danza\, sono presentati in prestigiosi teatri e festival di tutto il mondo\, inclusi il Festival d’Avignon\, la Biennale di Venezia\, l’Holland Festival\, l’Hong Kong Arts Festival\, il Festival de Otoño\, il Festival Grec di Barcellona\, il Theater Spektakel di Zurigo\, il Wiener Festwochen\, il Festival TransAmeriques di Montréal: Il tempo degli assassini\, La rabbia\, Guerra\, Esodo\, Gente di plastica\, Urlo\, Il silenzio\, Racconti di giugno\, Questo buio feroce\, La menzogna\, Dopo la bataglia\, Orchidee\, Vangelo e La Gioia. Nel 2003 Delbono realizza il film Guerra (Mostra del Cinema di Venezia e Miglior film documentario David di Donatello 2004); a seguire: Grido (2006)\, La paura (Festival di Locarno 2009)\, Amore carne (68° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2011)\, Blue Sofa (miglior film alla 32° edizione del Festival International du Court Métrage à Clermont-Ferrand)\, Sangue (66° Festival di Locarno)\, La Visite-Versailles (2016) e Vangelo (2017). Nella lirica ha firmato le regie: Studio per Obra Maestra (Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto 2007)\, Don Giovanni (Teatr Wielki di Poznan\, Polonia 2014)\, Cavalleria rusticana e Madama Butterfly (Teatro San Carlo di Napoli 2012 e 2014)\, La Passione secondo Giovanni (Teatro Massimo di Palermo 2017) e I Pagliacci (Opera di Roma 2018). Realizza con grandi musicisti i concerti: Amore e carne con Alexander Balanescu\, Il sangue sull’Edipo di Sofocle con Petra Magoni\, Bestemmia d’amore con Enzo Avitabile e La notte con Piero Corso. Ha pubblicato Barboni – Il teatro di Pippo Delbono\, Racconti di giugno\, Corpi senza menzogna\, Dopo la battaglia – scritti poetico-politici\, Sangue. Dialogo tra un artista buddista e un ex terrorista tornato in libertà\, L’uomo che cadde sulla terra\, Le don de soi. Ha ottenuto il Premio Speciale Ubu per Barboni\, il Premio della Critica per Guerra\, i Premi Olimpici per Gente di plastica e Urlo\, a Wroclaw\, Polonia (2009)\, il Premio Europa per le nuove realtà teatrali e un Premio alla Carriera all’International Theatre Festival IKSV di Istanbul nel 2021. \nAline Frazão è un’artista angolana nata a Luanda nel 1988. Come cantautrice\, ha pubblicato quattro album. È autrice della colonna sonora del film angolano “Aria Condizionata” (2020). Oltre alla musica\, scrive saggi\, racconti e altre rime. \nPedro Jóia inizia a suonare la chitarra classica all’età di sette anni a Lisbona\, prima con Paulo Valente Pereira\, poi con Manuel Morais\, fino al diploma al Conservatorio Nazionale. Ha studiato chitarra flamenca con Paco Peña\, Gerardo Núñez e con Manolo Sanlúcar. Compone regolarmente per produzioni teatrali\, cinematografiche e televisive. Ha vissuto e lavorato a Rio de Janeiro\, dove ha suonato tra gli altri con Ney Matogrosso\, Simone e Gilberto Gil. Si esibisce come solista e in formazioni musicali tra cui l’Orchestra Sinfonica Portoghese\, l’Orchestra Nazionale del Venezuela\, l’Orchestra Classica di Madeira\, l’Orchestra Cinese di Macao e l’Orchestra Sinfonietta di Lisbona. Ha suonato e inciso con Mariza\, attualmente tra le più grandi interpreti di fado. Nel 2020 ha inciso l’album “Zeca” dedicato a José Afonso\, per il quale ha vinto il Premio Carlos Paredes 2021. \nMiguel Ramos è nato a Lisbona nel 1976 in una famiglia di cantanti di fado con una lunghissima tradizione. Fin da giovanissimo ha accompagnato il padre Vitor che si esibiva in numerose Case di Fado di Lisbona.\nHa iniziato la sua carriera come fadista a 14 anni presso la Casa di Fado “Os Ferreiras”. Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti nei principali concorsi grazie ai quali ha potuto esibirsi nelle principali case di fado in Portogallo e all’estero. Ha collaborato e suonato con i più importanti cantanti di fado professionisti. In teatro ha fatto parte del cast del musical “Amalia” di Filipe La Feria. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo album “Aqui na Alma” (Tejo Music Lab). Miguel Ramos è sicuramente uno dei più grandi nomi della nuova generazione del fado. \nJoana Villaverde è nata a Lisbona nel 1970\, vive e lavora ad Avis (Portogallo). I suoi lavori sono esposti al MAAT Foundation EDP di Lisbona\, nella collezione quARTel Fernando Ribeiro\, alla Fundação Carmona e Costa di Lisbona\, nella Diocesi di Beja (Portogallo) e in numerose collezioni private in Portogallo\, Spagna\, Francia\, Belgio\, Regno Unito\, Stati Uniti e Palestina. \nTiago Bartolomeu Costa dal 2002 ha sviluppato un lavoro diversificato nel campo delle arti dello spettacolo. Come ricercatore e critico\, si è dedicato al rapporto tra linguaggio e discorso. È anche autore e si occupa di coordinare l’edizione di testi e di pubblicazioni specialistiche. In qualità di curatore culturale ha collaborato\, come ospite\, con numerose istituzioni pubbliche: il São Luiz Teatro Municipal di Lisbona\, il Théâtre de la Ville di Parigi\, il Teatro Coliseo di Porto\, la Cinemateca Portuguesa di Lisbona.
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Questo è il nostro destino: amare senza limiti. Amare la nostra carenza d’amore» \nCarlos Drummond De Andrade \n  \nIl progetto nasce dall’incontro e dall’amicizia fra Pippo Delbono e il produttore teatrale italiano da anni attivo in Portogallo Renzo Barsotti e dal loro desiderio di realizzare insieme uno spettacolo sul Portogallo. Da qui inizia la ricerca sull’“amore” come sentimento\, stato dell’anima. Un vero e proprio ingranaggio nell’organismo umano\, che seleziona\, sposta\, frantuma e ricompone tutto ciò che vediamo\, che sentiamo\, tutto ciò che desideriamo. \nAmore è un viaggio musicale e lirico attraverso una geografia esterna – oltre al Portogallo\, l’Angola\, Capo Verde – e una interna\, quella delle corde dell’anima che vibrano al minimo colpo della vita. Le note sono quelle malinconiche del fado\, che esplodono in slanci energici attraverso la voce dei suoi cantanti\, spalancata a raggiungere ogni angolo della sala; il ritmo quello ora di una parata\, ora di un tableau vivant\, ora di una lenta processione; l’immagine è un quadro che muta nei colori\, si scalda e si raffredda. \nE c’è\, poi\, la parola poetica\, restituita dal registro caldo dell’artista ligure attraverso il suo consueto\, ipnotico\, salmodiare al microfono. Le parole sono quelle di Carlos Drummond de Andrade\, Eugénio De Andrade\, Daniel Damásio Ascensão Filipe\, Sophia de Mello Breyner Andresen\, Jacques Prévert\, Rainer Maria Rilke e Florbela Espanca. \n“Questo spettacolo – racconta Pippo Delbono – presenta una duplice visione dell’amore. Da una parte – e sono i testi a prendere voce – ci mettiamo\, tutti\, alla ricerca di quell’amore\, cercando di sfuggire alla paura che ci assale. In questo viaggio si cerca di evitarlo\, questo amore\, anche se ne riconosciamo costantemente l’urgenza; io lo ricerco\, ma anche lo voglio\, ed è proprio questo che fa paura. Ma il cammino – fatto di musiche\, voci\, immagini – riesce poi\, forse\, a portarci verso una riconciliazione\, un momento di pace in cui quell’amore possa manifestarsi al di là di ogni singola paura”. \nA tenere insieme un montaggio emotivo mai del tutto pacificato è una grammatica scenica che alterna il pieno al vuoto\, il canto alla musica\, la voce viva al silenzio\, alla ricerca di una rappresentazione onirica ed elegiaca della crudele risacca di distacco e ricongiungimento. Protagonista è l’assenza\, è la distanza\, è la nostalgia\, una mappatura di emozioni che scava nell’animo dell’autore\, dei suoi interpreti e dello stesso spettatore\, chiamato a cercare sempre con gli occhi ciò che manca e che\, inesorabilmente\, tarda a manifestarsi. \nAmore vuole essere il tentativo di condivisione di un incontro fugace: l’amore è «un uccello rapace» che afferra e porta via e che\, così facendo\, si presenta come qualità totalmente umana. Le lingue diverse che si abbracciano nella trama sonora sono espressione di questa terra\, il Portogallo\, che accoglie e che lascia tracce; lo slancio poetico ci ricorda quale forma di rispetto dovremmo sempre offrire a quei moti dell’anima altrimenti sempre messi sotto assedio dalla paura\, dalla diffidenza\, dalla vergogna. \nAmore è ancora una volta il tentativo di portare dentro al teatro la vita. Nominando questa parola\, invocandola in maniera laica e sognante\, abbiamo forse la possibilità di darle voce e\, a lungo grande assente nei discorsi pubblici\, liberarla dalla confusione che ha regnato sull’intera narrazione di questa odissea globale\, spaventosa\, terribilmente umana. \nPippo Delbono \nAutore\, attore e regista\, Pippo Delbono nasce a Varazze nel 1959. Negli anni ‘80 fonda la Compagnia Pippo Delbono\, dando vita a numerosi spettacoli che hanno segnato la storia del teatro contemporaneo. L’incontro con persone in situazioni di emarginazione e diversità determina una svolta nella sua ricerca. Nasce così Barboni – Premio Speciale UBU nel 1997 “per una ricerca condotta tra arte e vita”. Da oltre vent’anni gli spettacoli realizzati con la sua Compagnia in un flusso di ricerca continua fra teatro\, poesia\, musica\, cinema e danza\, sono presentati in prestigiosi teatri e festival di tutto il mondo\, inclusi il Festival d’Avignon\, la Biennale di Venezia\, l’Holland Festival\, l’Hong Kong Arts Festival\, il Festival de Otoño\, il Festival Grec di Barcellona\, il Theater Spektakel di Zurigo\, il Wiener Festwochen\, il Festival TransAmeriques di Montréal: Il tempo degli assassini\, La rabbia\, Guerra\, Esodo\, Gente di plastica\, Urlo\, Il silenzio\, Racconti di giugno\, Questo buio feroce\, La menzogna\, Dopo la bataglia\, Orchidee\, Vangelo e La Gioia. Nel 2003 Delbono realizza il film Guerra (Mostra del Cinema di Venezia e Miglior film documentario David di Donatello 2004); a seguire: Grido (2006)\, La paura (Festival di Locarno 2009)\, Amore carne (68° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2011)\, Blue Sofa (miglior film alla 32° edizione del Festival International du Court Métrage à Clermont-Ferrand)\, Sangue (66° Festival di Locarno)\, La Visite-Versailles (2016) e Vangelo (2017). Nella lirica ha firmato le regie: Studio per Obra Maestra (Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto 2007)\, Don Giovanni (Teatr Wielki di Poznan\, Polonia 2014)\, Cavalleria rusticana e Madama Butterfly (Teatro San Carlo di Napoli 2012 e 2014)\, La Passione secondo Giovanni (Teatro Massimo di Palermo 2017) e I Pagliacci (Opera di Roma 2018). Realizza con grandi musicisti i concerti: Amore e carne con Alexander Balanescu\, Il sangue sull’Edipo di Sofocle con Petra Magoni\, Bestemmia d’amore con Enzo Avitabile e La notte con Piero Corso. Ha pubblicato Barboni – Il teatro di Pippo Delbono\, Racconti di giugno\, Corpi senza menzogna\, Dopo la battaglia – scritti poetico-politici\, Sangue. Dialogo tra un artista buddista e un ex terrorista tornato in libertà\, L’uomo che cadde sulla terra\, Le don de soi. Ha ottenuto il Premio Speciale Ubu per Barboni\, il Premio della Critica per Guerra\, i Premi Olimpici per Gente di plastica e Urlo\, a Wroclaw\, Polonia (2009)\, il Premio Europa per le nuove realtà teatrali e un Premio alla Carriera all’International Theatre Festival IKSV di Istanbul nel 2021. \nAline Frazão è un’artista angolana nata a Luanda nel 1988. Come cantautrice\, ha pubblicato quattro album. È autrice della colonna sonora del film angolano “Aria Condizionata” (2020). Oltre alla musica\, scrive saggi\, racconti e altre rime. \nPedro Jóia inizia a suonare la chitarra classica all’età di sette anni a Lisbona\, prima con Paulo Valente Pereira\, poi con Manuel Morais\, fino al diploma al Conservatorio Nazionale. Ha studiato chitarra flamenca con Paco Peña\, Gerardo Núñez e con Manolo Sanlúcar. Compone regolarmente per produzioni teatrali\, cinematografiche e televisive. Ha vissuto e lavorato a Rio de Janeiro\, dove ha suonato tra gli altri con Ney Matogrosso\, Simone e Gilberto Gil. Si esibisce come solista e in formazioni musicali tra cui l’Orchestra Sinfonica Portoghese\, l’Orchestra Nazionale del Venezuela\, l’Orchestra Classica di Madeira\, l’Orchestra Cinese di Macao e l’Orchestra Sinfonietta di Lisbona. Ha suonato e inciso con Mariza\, attualmente tra le più grandi interpreti di fado. Nel 2020 ha inciso l’album “Zeca” dedicato a José Afonso\, per il quale ha vinto il Premio Carlos Paredes 2021. \nMiguel Ramos è nato a Lisbona nel 1976 in una famiglia di cantanti di fado con una lunghissima tradizione. Fin da giovanissimo ha accompagnato il padre Vitor che si esibiva in numerose Case di Fado di Lisbona.\nHa iniziato la sua carriera come fadista a 14 anni presso la Casa di Fado “Os Ferreiras”. Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti nei principali concorsi grazie ai quali ha potuto esibirsi nelle principali case di fado in Portogallo e all’estero. Ha collaborato e suonato con i più importanti cantanti di fado professionisti. In teatro ha fatto parte del cast del musical “Amalia” di Filipe La Feria. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo album “Aqui na Alma” (Tejo Music Lab). Miguel Ramos è sicuramente uno dei più grandi nomi della nuova generazione del fado. \nJoana Villaverde è nata a Lisbona nel 1970\, vive e lavora ad Avis (Portogallo). I suoi lavori sono esposti al MAAT Foundation EDP di Lisbona\, nella collezione quARTel Fernando Ribeiro\, alla Fundação Carmona e Costa di Lisbona\, nella Diocesi di Beja (Portogallo) e in numerose collezioni private in Portogallo\, Spagna\, Francia\, Belgio\, Regno Unito\, Stati Uniti e Palestina. \nTiago Bartolomeu Costa dal 2002 ha sviluppato un lavoro diversificato nel campo delle arti dello spettacolo. Come ricercatore e critico\, si è dedicato al rapporto tra linguaggio e discorso. È anche autore e si occupa di coordinare l’edizione di testi e di pubblicazioni specialistiche. In qualità di curatore culturale ha collaborato\, come ospite\, con numerose istituzioni pubbliche: il São Luiz Teatro Municipal di Lisbona\, il Théâtre de la Ville di Parigi\, il Teatro Coliseo di Porto\, la Cinemateca Portuguesa di Lisbona.
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Questo è il nostro destino: amare senza limiti. Amare la nostra carenza d’amore» \nCarlos Drummond De Andrade \n  \nIl progetto nasce dall’incontro e dall’amicizia fra Pippo Delbono e il produttore teatrale italiano da anni attivo in Portogallo Renzo Barsotti e dal loro desiderio di realizzare insieme uno spettacolo sul Portogallo. Da qui inizia la ricerca sull’“amore” come sentimento\, stato dell’anima. Un vero e proprio ingranaggio nell’organismo umano\, che seleziona\, sposta\, frantuma e ricompone tutto ciò che vediamo\, che sentiamo\, tutto ciò che desideriamo. \nAmore è un viaggio musicale e lirico attraverso una geografia esterna – oltre al Portogallo\, l’Angola\, Capo Verde – e una interna\, quella delle corde dell’anima che vibrano al minimo colpo della vita. Le note sono quelle malinconiche del fado\, che esplodono in slanci energici attraverso la voce dei suoi cantanti\, spalancata a raggiungere ogni angolo della sala; il ritmo quello ora di una parata\, ora di un tableau vivant\, ora di una lenta processione; l’immagine è un quadro che muta nei colori\, si scalda e si raffredda. \nE c’è\, poi\, la parola poetica\, restituita dal registro caldo dell’artista ligure attraverso il suo consueto\, ipnotico\, salmodiare al microfono. Le parole sono quelle di Carlos Drummond de Andrade\, Eugénio De Andrade\, Daniel Damásio Ascensão Filipe\, Sophia de Mello Breyner Andresen\, Jacques Prévert\, Rainer Maria Rilke e Florbela Espanca. \n“Questo spettacolo – racconta Pippo Delbono – presenta una duplice visione dell’amore. Da una parte – e sono i testi a prendere voce – ci mettiamo\, tutti\, alla ricerca di quell’amore\, cercando di sfuggire alla paura che ci assale. In questo viaggio si cerca di evitarlo\, questo amore\, anche se ne riconosciamo costantemente l’urgenza; io lo ricerco\, ma anche lo voglio\, ed è proprio questo che fa paura. Ma il cammino – fatto di musiche\, voci\, immagini – riesce poi\, forse\, a portarci verso una riconciliazione\, un momento di pace in cui quell’amore possa manifestarsi al di là di ogni singola paura”. \nA tenere insieme un montaggio emotivo mai del tutto pacificato è una grammatica scenica che alterna il pieno al vuoto\, il canto alla musica\, la voce viva al silenzio\, alla ricerca di una rappresentazione onirica ed elegiaca della crudele risacca di distacco e ricongiungimento. Protagonista è l’assenza\, è la distanza\, è la nostalgia\, una mappatura di emozioni che scava nell’animo dell’autore\, dei suoi interpreti e dello stesso spettatore\, chiamato a cercare sempre con gli occhi ciò che manca e che\, inesorabilmente\, tarda a manifestarsi. \nAmore vuole essere il tentativo di condivisione di un incontro fugace: l’amore è «un uccello rapace» che afferra e porta via e che\, così facendo\, si presenta come qualità totalmente umana. Le lingue diverse che si abbracciano nella trama sonora sono espressione di questa terra\, il Portogallo\, che accoglie e che lascia tracce; lo slancio poetico ci ricorda quale forma di rispetto dovremmo sempre offrire a quei moti dell’anima altrimenti sempre messi sotto assedio dalla paura\, dalla diffidenza\, dalla vergogna. \nAmore è ancora una volta il tentativo di portare dentro al teatro la vita. Nominando questa parola\, invocandola in maniera laica e sognante\, abbiamo forse la possibilità di darle voce e\, a lungo grande assente nei discorsi pubblici\, liberarla dalla confusione che ha regnato sull’intera narrazione di questa odissea globale\, spaventosa\, terribilmente umana. \nPippo Delbono \nAutore\, attore e regista\, Pippo Delbono nasce a Varazze nel 1959. Negli anni ‘80 fonda la Compagnia Pippo Delbono\, dando vita a numerosi spettacoli che hanno segnato la storia del teatro contemporaneo. L’incontro con persone in situazioni di emarginazione e diversità determina una svolta nella sua ricerca. Nasce così Barboni – Premio Speciale UBU nel 1997 “per una ricerca condotta tra arte e vita”. Da oltre vent’anni gli spettacoli realizzati con la sua Compagnia in un flusso di ricerca continua fra teatro\, poesia\, musica\, cinema e danza\, sono presentati in prestigiosi teatri e festival di tutto il mondo\, inclusi il Festival d’Avignon\, la Biennale di Venezia\, l’Holland Festival\, l’Hong Kong Arts Festival\, il Festival de Otoño\, il Festival Grec di Barcellona\, il Theater Spektakel di Zurigo\, il Wiener Festwochen\, il Festival TransAmeriques di Montréal: Il tempo degli assassini\, La rabbia\, Guerra\, Esodo\, Gente di plastica\, Urlo\, Il silenzio\, Racconti di giugno\, Questo buio feroce\, La menzogna\, Dopo la bataglia\, Orchidee\, Vangelo e La Gioia. Nel 2003 Delbono realizza il film Guerra (Mostra del Cinema di Venezia e Miglior film documentario David di Donatello 2004); a seguire: Grido (2006)\, La paura (Festival di Locarno 2009)\, Amore carne (68° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2011)\, Blue Sofa (miglior film alla 32° edizione del Festival International du Court Métrage à Clermont-Ferrand)\, Sangue (66° Festival di Locarno)\, La Visite-Versailles (2016) e Vangelo (2017). Nella lirica ha firmato le regie: Studio per Obra Maestra (Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto 2007)\, Don Giovanni (Teatr Wielki di Poznan\, Polonia 2014)\, Cavalleria rusticana e Madama Butterfly (Teatro San Carlo di Napoli 2012 e 2014)\, La Passione secondo Giovanni (Teatro Massimo di Palermo 2017) e I Pagliacci (Opera di Roma 2018). Realizza con grandi musicisti i concerti: Amore e carne con Alexander Balanescu\, Il sangue sull’Edipo di Sofocle con Petra Magoni\, Bestemmia d’amore con Enzo Avitabile e La notte con Piero Corso. Ha pubblicato Barboni – Il teatro di Pippo Delbono\, Racconti di giugno\, Corpi senza menzogna\, Dopo la battaglia – scritti poetico-politici\, Sangue. Dialogo tra un artista buddista e un ex terrorista tornato in libertà\, L’uomo che cadde sulla terra\, Le don de soi. Ha ottenuto il Premio Speciale Ubu per Barboni\, il Premio della Critica per Guerra\, i Premi Olimpici per Gente di plastica e Urlo\, a Wroclaw\, Polonia (2009)\, il Premio Europa per le nuove realtà teatrali e un Premio alla Carriera all’International Theatre Festival IKSV di Istanbul nel 2021. \nAline Frazão è un’artista angolana nata a Luanda nel 1988. Come cantautrice\, ha pubblicato quattro album. È autrice della colonna sonora del film angolano “Aria Condizionata” (2020). Oltre alla musica\, scrive saggi\, racconti e altre rime. \nPedro Jóia inizia a suonare la chitarra classica all’età di sette anni a Lisbona\, prima con Paulo Valente Pereira\, poi con Manuel Morais\, fino al diploma al Conservatorio Nazionale. 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Fin da giovanissimo ha accompagnato il padre Vitor che si esibiva in numerose Case di Fado di Lisbona.\nHa iniziato la sua carriera come fadista a 14 anni presso la Casa di Fado “Os Ferreiras”. Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti nei principali concorsi grazie ai quali ha potuto esibirsi nelle principali case di fado in Portogallo e all’estero. Ha collaborato e suonato con i più importanti cantanti di fado professionisti. In teatro ha fatto parte del cast del musical “Amalia” di Filipe La Feria. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo album “Aqui na Alma” (Tejo Music Lab). Miguel Ramos è sicuramente uno dei più grandi nomi della nuova generazione del fado. \nJoana Villaverde è nata a Lisbona nel 1970\, vive e lavora ad Avis (Portogallo). I suoi lavori sono esposti al MAAT Foundation EDP di Lisbona\, nella collezione quARTel Fernando Ribeiro\, alla Fundação Carmona e Costa di Lisbona\, nella Diocesi di Beja (Portogallo) e in numerose collezioni private in Portogallo\, Spagna\, Francia\, Belgio\, Regno Unito\, Stati Uniti e Palestina. \nTiago Bartolomeu Costa dal 2002 ha sviluppato un lavoro diversificato nel campo delle arti dello spettacolo. Come ricercatore e critico\, si è dedicato al rapporto tra linguaggio e discorso. È anche autore e si occupa di coordinare l’edizione di testi e di pubblicazioni specialistiche. In qualità di curatore culturale ha collaborato\, come ospite\, con numerose istituzioni pubbliche: il São Luiz Teatro Municipal di Lisbona\, il Théâtre de la Ville di Parigi\, il Teatro Coliseo di Porto\, la Cinemateca Portuguesa di Lisbona.
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Questo è il nostro destino: amare senza limiti. Amare la nostra carenza d’amore» \nCarlos Drummond De Andrade \n  \nIl progetto nasce dall’incontro e dall’amicizia fra Pippo Delbono e il produttore teatrale italiano da anni attivo in Portogallo Renzo Barsotti e dal loro desiderio di realizzare insieme uno spettacolo sul Portogallo. Da qui inizia la ricerca sull’“amore” come sentimento\, stato dell’anima. Un vero e proprio ingranaggio nell’organismo umano\, che seleziona\, sposta\, frantuma e ricompone tutto ciò che vediamo\, che sentiamo\, tutto ciò che desideriamo. \nAmore è un viaggio musicale e lirico attraverso una geografia esterna – oltre al Portogallo\, l’Angola\, Capo Verde – e una interna\, quella delle corde dell’anima che vibrano al minimo colpo della vita. Le note sono quelle malinconiche del fado\, che esplodono in slanci energici attraverso la voce dei suoi cantanti\, spalancata a raggiungere ogni angolo della sala; il ritmo quello ora di una parata\, ora di un tableau vivant\, ora di una lenta processione; l’immagine è un quadro che muta nei colori\, si scalda e si raffredda. \nE c’è\, poi\, la parola poetica\, restituita dal registro caldo dell’artista ligure attraverso il suo consueto\, ipnotico\, salmodiare al microfono. Le parole sono quelle di Carlos Drummond de Andrade\, Eugénio De Andrade\, Daniel Damásio Ascensão Filipe\, Sophia de Mello Breyner Andresen\, Jacques Prévert\, Rainer Maria Rilke e Florbela Espanca. \n“Questo spettacolo – racconta Pippo Delbono – presenta una duplice visione dell’amore. Da una parte – e sono i testi a prendere voce – ci mettiamo\, tutti\, alla ricerca di quell’amore\, cercando di sfuggire alla paura che ci assale. In questo viaggio si cerca di evitarlo\, questo amore\, anche se ne riconosciamo costantemente l’urgenza; io lo ricerco\, ma anche lo voglio\, ed è proprio questo che fa paura. Ma il cammino – fatto di musiche\, voci\, immagini – riesce poi\, forse\, a portarci verso una riconciliazione\, un momento di pace in cui quell’amore possa manifestarsi al di là di ogni singola paura”. \nA tenere insieme un montaggio emotivo mai del tutto pacificato è una grammatica scenica che alterna il pieno al vuoto\, il canto alla musica\, la voce viva al silenzio\, alla ricerca di una rappresentazione onirica ed elegiaca della crudele risacca di distacco e ricongiungimento. Protagonista è l’assenza\, è la distanza\, è la nostalgia\, una mappatura di emozioni che scava nell’animo dell’autore\, dei suoi interpreti e dello stesso spettatore\, chiamato a cercare sempre con gli occhi ciò che manca e che\, inesorabilmente\, tarda a manifestarsi. \nAmore vuole essere il tentativo di condivisione di un incontro fugace: l’amore è «un uccello rapace» che afferra e porta via e che\, così facendo\, si presenta come qualità totalmente umana. Le lingue diverse che si abbracciano nella trama sonora sono espressione di questa terra\, il Portogallo\, che accoglie e che lascia tracce; lo slancio poetico ci ricorda quale forma di rispetto dovremmo sempre offrire a quei moti dell’anima altrimenti sempre messi sotto assedio dalla paura\, dalla diffidenza\, dalla vergogna. \nAmore è ancora una volta il tentativo di portare dentro al teatro la vita. Nominando questa parola\, invocandola in maniera laica e sognante\, abbiamo forse la possibilità di darle voce e\, a lungo grande assente nei discorsi pubblici\, liberarla dalla confusione che ha regnato sull’intera narrazione di questa odissea globale\, spaventosa\, terribilmente umana. \nPippo Delbono \nAutore\, attore e regista\, Pippo Delbono nasce a Varazze nel 1959. Negli anni ‘80 fonda la Compagnia Pippo Delbono\, dando vita a numerosi spettacoli che hanno segnato la storia del teatro contemporaneo. L’incontro con persone in situazioni di emarginazione e diversità determina una svolta nella sua ricerca. Nasce così Barboni – Premio Speciale UBU nel 1997 “per una ricerca condotta tra arte e vita”. Da oltre vent’anni gli spettacoli realizzati con la sua Compagnia in un flusso di ricerca continua fra teatro\, poesia\, musica\, cinema e danza\, sono presentati in prestigiosi teatri e festival di tutto il mondo\, inclusi il Festival d’Avignon\, la Biennale di Venezia\, l’Holland Festival\, l’Hong Kong Arts Festival\, il Festival de Otoño\, il Festival Grec di Barcellona\, il Theater Spektakel di Zurigo\, il Wiener Festwochen\, il Festival TransAmeriques di Montréal: Il tempo degli assassini\, La rabbia\, Guerra\, Esodo\, Gente di plastica\, Urlo\, Il silenzio\, Racconti di giugno\, Questo buio feroce\, La menzogna\, Dopo la bataglia\, Orchidee\, Vangelo e La Gioia. Nel 2003 Delbono realizza il film Guerra (Mostra del Cinema di Venezia e Miglior film documentario David di Donatello 2004); a seguire: Grido (2006)\, La paura (Festival di Locarno 2009)\, Amore carne (68° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2011)\, Blue Sofa (miglior film alla 32° edizione del Festival International du Court Métrage à Clermont-Ferrand)\, Sangue (66° Festival di Locarno)\, La Visite-Versailles (2016) e Vangelo (2017). Nella lirica ha firmato le regie: Studio per Obra Maestra (Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto 2007)\, Don Giovanni (Teatr Wielki di Poznan\, Polonia 2014)\, Cavalleria rusticana e Madama Butterfly (Teatro San Carlo di Napoli 2012 e 2014)\, La Passione secondo Giovanni (Teatro Massimo di Palermo 2017) e I Pagliacci (Opera di Roma 2018). Realizza con grandi musicisti i concerti: Amore e carne con Alexander Balanescu\, Il sangue sull’Edipo di Sofocle con Petra Magoni\, Bestemmia d’amore con Enzo Avitabile e La notte con Piero Corso. Ha pubblicato Barboni – Il teatro di Pippo Delbono\, Racconti di giugno\, Corpi senza menzogna\, Dopo la battaglia – scritti poetico-politici\, Sangue. Dialogo tra un artista buddista e un ex terrorista tornato in libertà\, L’uomo che cadde sulla terra\, Le don de soi. Ha ottenuto il Premio Speciale Ubu per Barboni\, il Premio della Critica per Guerra\, i Premi Olimpici per Gente di plastica e Urlo\, a Wroclaw\, Polonia (2009)\, il Premio Europa per le nuove realtà teatrali e un Premio alla Carriera all’International Theatre Festival IKSV di Istanbul nel 2021. \nAline Frazão è un’artista angolana nata a Luanda nel 1988. Come cantautrice\, ha pubblicato quattro album. È autrice della colonna sonora del film angolano “Aria Condizionata” (2020). Oltre alla musica\, scrive saggi\, racconti e altre rime. \nPedro Jóia inizia a suonare la chitarra classica all’età di sette anni a Lisbona\, prima con Paulo Valente Pereira\, poi con Manuel Morais\, fino al diploma al Conservatorio Nazionale. Ha studiato chitarra flamenca con Paco Peña\, Gerardo Núñez e con Manolo Sanlúcar. Compone regolarmente per produzioni teatrali\, cinematografiche e televisive. Ha vissuto e lavorato a Rio de Janeiro\, dove ha suonato tra gli altri con Ney Matogrosso\, Simone e Gilberto Gil. Si esibisce come solista e in formazioni musicali tra cui l’Orchestra Sinfonica Portoghese\, l’Orchestra Nazionale del Venezuela\, l’Orchestra Classica di Madeira\, l’Orchestra Cinese di Macao e l’Orchestra Sinfonietta di Lisbona. Ha suonato e inciso con Mariza\, attualmente tra le più grandi interpreti di fado. Nel 2020 ha inciso l’album “Zeca” dedicato a José Afonso\, per il quale ha vinto il Premio Carlos Paredes 2021. \nMiguel Ramos è nato a Lisbona nel 1976 in una famiglia di cantanti di fado con una lunghissima tradizione. Fin da giovanissimo ha accompagnato il padre Vitor che si esibiva in numerose Case di Fado di Lisbona.\nHa iniziato la sua carriera come fadista a 14 anni presso la Casa di Fado “Os Ferreiras”. Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti nei principali concorsi grazie ai quali ha potuto esibirsi nelle principali case di fado in Portogallo e all’estero. Ha collaborato e suonato con i più importanti cantanti di fado professionisti. In teatro ha fatto parte del cast del musical “Amalia” di Filipe La Feria. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo album “Aqui na Alma” (Tejo Music Lab). Miguel Ramos è sicuramente uno dei più grandi nomi della nuova generazione del fado. \nJoana Villaverde è nata a Lisbona nel 1970\, vive e lavora ad Avis (Portogallo). I suoi lavori sono esposti al MAAT Foundation EDP di Lisbona\, nella collezione quARTel Fernando Ribeiro\, alla Fundação Carmona e Costa di Lisbona\, nella Diocesi di Beja (Portogallo) e in numerose collezioni private in Portogallo\, Spagna\, Francia\, Belgio\, Regno Unito\, Stati Uniti e Palestina. \nTiago Bartolomeu Costa dal 2002 ha sviluppato un lavoro diversificato nel campo delle arti dello spettacolo. Come ricercatore e critico\, si è dedicato al rapporto tra linguaggio e discorso. È anche autore e si occupa di coordinare l’edizione di testi e di pubblicazioni specialistiche. In qualità di curatore culturale ha collaborato\, come ospite\, con numerose istituzioni pubbliche: il São Luiz Teatro Municipal di Lisbona\, il Théâtre de la Ville di Parigi\, il Teatro Coliseo di Porto\, la Cinemateca Portuguesa di Lisbona.
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SUMMARY:LE GRANDI COLONNE SONORE 2
DESCRIPTION:M° Paolo Vivaldi dirige l’Orchestra Giovanile di Roma \nomaggio a Nino Rota\, Ennio Morricone\, Ryūichi Sakamoto e altri.  \nDopo il grande successo dello scorso anno proponiamo una nuova edizione del concerto con l’esecuzione sinfonica delle più celebri colonne sonore che hanno fatto la storia del cinema\, verranno eseguite e introdotte da una breve introduzione del Maestro Vivaldi che ne spiegherà la loro attinenza al film e le loro caratteristiche espressive Il concerto sarà eseguito con il supporto delle immagini dei film sullo schermo
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DESCRIPTION:di Flavia Mastrella Antonio Rezza  \ncon Antonio Rezza\ne con Daniele Cavaioli\nhabitat Flavia Mastrella\n(mai) scritto da Antonio Rezza\nassistente alla creazione Massimo Camilli\nluci e tecnica Alice Mollica\nvoci fuori campo Noemi Pirastru e Mauro Ranucci\nmontaggio traccia sonora Barbara Faonio\nmix traccia sonora Stefano Falcone\nmacchinista Eughenij Razzeca\norganizzazione generale Tamara Viola\, Stefania Saltarelli\nmetalli Cisall\nfoto Flavia Mastrella\nAnnalisa Gonnella\, Giulio Mazzi\nufficio stampa Artinconnessione \nuna produzione\nLa Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello – Rezza Mastrella \nL’ammutinamento è sempre auspicabile in un organismo sano. Un ammiraglio blu elettrico tenta di portare in salvo la sua nave spalleggiato da una frotta che lo stordisce con ossessioni di mercato: la salvezza di chi ti è vicino non è la via di fuga per chi vive delle proprie idee. In ogni caso nessuno è colpevole\, c’è solo un gran divario nello stare al mondo. Tra visioni difformi si consuma l’ennesimo espatrio\, che non è la migrazione di un popolo\, ma l’allontanamento inesorabile dalla propria volontà. \nE vissero tutti relitti e portenti. \nTornare alla dimensione naturale e selvaggia è impossibile. Viviamo una nuova preistoria; la mansione umana è mortificata\, confusa e inadeguata. Nello spazio virtuale fatto materia\, un ecopentagono provoca il vuoto\, personaggi invisibili fiancheggiano l’egocentrico edificio: non sono fantasmi ma sollecitazioni induttive e\, nonostante tutto\, la realtà non è mai uniforme\, scombina sempre i programmi prestabiliti e nutre in modo imprevedibile la funzione della fantasia. \nLa crudeltà tecnologica permea l’essere vivente. \nÈ la scomparsa dell’eroe.
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SUMMARY:WONDER WOMAN
DESCRIPTION:di Antonio Latella e Federico Bellini \nregia Antonio Latella\ncon Maria Chiara Arrighini\, Giulia Heathfield Di Renzi\, Chiara Ferrara\, Beatrice Verzotti\nCostumi Simona D’amico\nMusiche e suono Franco Visioli\nMovimenti Francesco Manetti e Isacco Venturini \nproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Stabilemobile \nDurata 80 minuti \nNel 2015\, ad Ancona\, una ragazza peruviana è con ogni probabilità vittima di uno stupro di gruppo; con una sentenza che suscitò molto scalpore\, le giudici della Corte d’Appello chiamate ad emettere una sentenza sul fatto decisero di assolvere gli imputati con motivazioni quantomeno discutibili. Secondo le giudici\, la ragazza risultava “troppo mascolina” per essere attraente e causa di violenza sessuale. La Corte di Cassazione\, fortunatamente\, ha ribaltato il giudizio condannando i ragazzi autori dello stupro; eppure rimane nella memoria il precedente indelebile di un giudizio emesso per ragioni che fanno riferimento all’estetica della vittima\, in un singolare rovesciamento in cui pare che la vittima stessa sia in pratica l’imputato\, come fosse colpevole del proprio aspetto. \nLo spettacolo si muove da questa vicenda ripercorrendone i contenuti essenziali e affidando a quattro giovani donne il racconto\, immaginato e teatralizzato\, del caso giudiziario; Vichingo\, questo il soprannome con cui\, nella realtà\,  era chiamata dai ragazzi la vittima\, diviene qui una Wonder Woman contemporanea in lotta per ristabilire una verità che viene continuamente negata\, dove ogni incontro\, dai poliziotti di quartiere alle giudici stesse\, finisce per rafforzare l’idea di una comunità in cui non c’è spazio né per la pietà né tantomeno per la giustizia stessa. Un flusso di parole senza interruzioni che corre\, palpita e a volte quasi s’arresta come il cuore della ragazza\, sottoposta a continui interrogatori\, richieste\, spiegazioni che la violenza subita non può rendere coerenti\, logiche e senza contraddizioni. Eppure\, come la Wonder Woman disegnata e creata da William Marston\, l’eroina di questo racconto teatrale non si darà mai per vinta\, forte della propria volontà interiore\, qui metaforicamente simboleggiata dal lazo della verità\, l’arma che costringe chiunque ne venga avvolto a non mentire. Lo stesso Marston che\, oltre ad aver creato il fumetto della super-eroina figlia delle Amazzoni\, è conosciuto per aver brevettato la cosiddetta “macchina della verità”; lo sforzo di una vita tesa a individuare le storture della società cercando di risolvere\, se non di rimuovere\, quel confine spesso troppo arbitrario tra verità e menzogna. \nAntonio Latella e Federico Bellini \n  \nWONDER WOMAN – note di drammaturgia  \nIspirato a un fatto di cronaca realmente accaduto\, “Wonder Woman” ripercorre la vicenda di una ragazza peruviana vittima di uno stupro di gruppo e di una sentenza dove gli imputati vennero assolti in secondo grado di giudizio\, grazie a criteri assai discutibili quali l’estetica della giovane donna. La scrittura del testo si muove provando a ricostruire con l’immaginazione non solo il fatto in sé\, quanto i continui ostacoli affrontati dalla ragazza per provare ad affermare la propria verità; un flusso di parole\, spesso senza punteggiatura\, che pare assecondare il ritmo\, il battito cardiaco e il susseguirsi dei pensieri della giovane\, sottoposta a interrogatori o richieste che sembrano non tener conto del trauma subito e del dolore provato. L’intera vicenda contribuisce a creare una sorta di eroina contemporanea\, una Wonder Woman che\, come nel fumetto creato da William Marston\, sembra essere parte di quelle Amazzoni costrette a combattere contro gli uomini oppressori guidati da Ercole. Una donna guerriera dei nostri tempi che non esita a denunciare i propri assalitori e a farsi carico della fatica e della sofferenza che provoca ogni tentativo di far emergere l’autenticità dei fatti\, come ben sapeva William Marston stesso\, a cui si deve\, oltre all’invenzione di Wonder Woman\, la creazione della cosiddetta macchina della verità.  Seguendo queste linee guida\, il testo diviene quasi un nastro di registrazione che di continuo si arresta e si riavvolge per tornare al punto di partenza\, accettando e raccogliendo in sé anche le contraddizioni che caratterizzano quasi ogni deposizione\, in un contesto anche sociale dove la ricerca della verità\, più che promossa\, pare piuttosto scoraggiata o strumentalizzata. In questo modo\, il testo prova a mettere su un ideale banco degli imputati non soltanto gli autori stessi del crimine qui citato\, quanto un’intera comunità\, media inclusi\, che non riesce ad evitare di muoversi tra due estremi\, l’omertà o la spettacolarizzazione del dolore.
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DESCRIPTION:di Flavia Mastrella Antonio Rezza  \ncon Antonio Rezza\ne con Daniele Cavaioli\nhabitat Flavia Mastrella\n(mai) scritto da Antonio Rezza\nassistente alla creazione Massimo Camilli\nluci e tecnica Alice Mollica\nvoci fuori campo Noemi Pirastru e Mauro Ranucci\nmontaggio traccia sonora Barbara Faonio\nmix traccia sonora Stefano Falcone\nmacchinista Eughenij Razzeca\norganizzazione generale Tamara Viola\, Stefania Saltarelli\nmetalli Cisall\nfoto Flavia Mastrella\nAnnalisa Gonnella\, Giulio Mazzi\nufficio stampa Artinconnessione \nuna produzione\nLa Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello – Rezza Mastrella \nL’ammutinamento è sempre auspicabile in un organismo sano. Un ammiraglio blu elettrico tenta di portare in salvo la sua nave spalleggiato da una frotta che lo stordisce con ossessioni di mercato: la salvezza di chi ti è vicino non è la via di fuga per chi vive delle proprie idee. In ogni caso nessuno è colpevole\, c’è solo un gran divario nello stare al mondo. Tra visioni difformi si consuma l’ennesimo espatrio\, che non è la migrazione di un popolo\, ma l’allontanamento inesorabile dalla propria volontà. \nE vissero tutti relitti e portenti. \nTornare alla dimensione naturale e selvaggia è impossibile. Viviamo una nuova preistoria; la mansione umana è mortificata\, confusa e inadeguata. Nello spazio virtuale fatto materia\, un ecopentagono provoca il vuoto\, personaggi invisibili fiancheggiano l’egocentrico edificio: non sono fantasmi ma sollecitazioni induttive e\, nonostante tutto\, la realtà non è mai uniforme\, scombina sempre i programmi prestabiliti e nutre in modo imprevedibile la funzione della fantasia. \nLa crudeltà tecnologica permea l’essere vivente. \nÈ la scomparsa dell’eroe.
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DESCRIPTION:di Antonio Latella e Federico Bellini \nregia Antonio Latella\ncon Maria Chiara Arrighini\, Giulia Heathfield Di Renzi\, Chiara Ferrara\, Beatrice Verzotti\nCostumi Simona D’amico\nMusiche e suono Franco Visioli\nMovimenti Francesco Manetti e Isacco Venturini \nproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Stabilemobile \nDurata 80 minuti \nNel 2015\, ad Ancona\, una ragazza peruviana è con ogni probabilità vittima di uno stupro di gruppo; con una sentenza che suscitò molto scalpore\, le giudici della Corte d’Appello chiamate ad emettere una sentenza sul fatto decisero di assolvere gli imputati con motivazioni quantomeno discutibili. Secondo le giudici\, la ragazza risultava “troppo mascolina” per essere attraente e causa di violenza sessuale. La Corte di Cassazione\, fortunatamente\, ha ribaltato il giudizio condannando i ragazzi autori dello stupro; eppure rimane nella memoria il precedente indelebile di un giudizio emesso per ragioni che fanno riferimento all’estetica della vittima\, in un singolare rovesciamento in cui pare che la vittima stessa sia in pratica l’imputato\, come fosse colpevole del proprio aspetto. \nLo spettacolo si muove da questa vicenda ripercorrendone i contenuti essenziali e affidando a quattro giovani donne il racconto\, immaginato e teatralizzato\, del caso giudiziario; Vichingo\, questo il soprannome con cui\, nella realtà\,  era chiamata dai ragazzi la vittima\, diviene qui una Wonder Woman contemporanea in lotta per ristabilire una verità che viene continuamente negata\, dove ogni incontro\, dai poliziotti di quartiere alle giudici stesse\, finisce per rafforzare l’idea di una comunità in cui non c’è spazio né per la pietà né tantomeno per la giustizia stessa. Un flusso di parole senza interruzioni che corre\, palpita e a volte quasi s’arresta come il cuore della ragazza\, sottoposta a continui interrogatori\, richieste\, spiegazioni che la violenza subita non può rendere coerenti\, logiche e senza contraddizioni. Eppure\, come la Wonder Woman disegnata e creata da William Marston\, l’eroina di questo racconto teatrale non si darà mai per vinta\, forte della propria volontà interiore\, qui metaforicamente simboleggiata dal lazo della verità\, l’arma che costringe chiunque ne venga avvolto a non mentire. Lo stesso Marston che\, oltre ad aver creato il fumetto della super-eroina figlia delle Amazzoni\, è conosciuto per aver brevettato la cosiddetta “macchina della verità”; lo sforzo di una vita tesa a individuare le storture della società cercando di risolvere\, se non di rimuovere\, quel confine spesso troppo arbitrario tra verità e menzogna. \nAntonio Latella e Federico Bellini \n  \nWONDER WOMAN – note di drammaturgia  \nIspirato a un fatto di cronaca realmente accaduto\, “Wonder Woman” ripercorre la vicenda di una ragazza peruviana vittima di uno stupro di gruppo e di una sentenza dove gli imputati vennero assolti in secondo grado di giudizio\, grazie a criteri assai discutibili quali l’estetica della giovane donna. La scrittura del testo si muove provando a ricostruire con l’immaginazione non solo il fatto in sé\, quanto i continui ostacoli affrontati dalla ragazza per provare ad affermare la propria verità; un flusso di parole\, spesso senza punteggiatura\, che pare assecondare il ritmo\, il battito cardiaco e il susseguirsi dei pensieri della giovane\, sottoposta a interrogatori o richieste che sembrano non tener conto del trauma subito e del dolore provato. L’intera vicenda contribuisce a creare una sorta di eroina contemporanea\, una Wonder Woman che\, come nel fumetto creato da William Marston\, sembra essere parte di quelle Amazzoni costrette a combattere contro gli uomini oppressori guidati da Ercole. Una donna guerriera dei nostri tempi che non esita a denunciare i propri assalitori e a farsi carico della fatica e della sofferenza che provoca ogni tentativo di far emergere l’autenticità dei fatti\, come ben sapeva William Marston stesso\, a cui si deve\, oltre all’invenzione di Wonder Woman\, la creazione della cosiddetta macchina della verità.  Seguendo queste linee guida\, il testo diviene quasi un nastro di registrazione che di continuo si arresta e si riavvolge per tornare al punto di partenza\, accettando e raccogliendo in sé anche le contraddizioni che caratterizzano quasi ogni deposizione\, in un contesto anche sociale dove la ricerca della verità\, più che promossa\, pare piuttosto scoraggiata o strumentalizzata. In questo modo\, il testo prova a mettere su un ideale banco degli imputati non soltanto gli autori stessi del crimine qui citato\, quanto un’intera comunità\, media inclusi\, che non riesce ad evitare di muoversi tra due estremi\, l’omertà o la spettacolarizzazione del dolore.
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DESCRIPTION:di Antonio Latella e Federico Bellini \nregia Antonio Latella\ncon Maria Chiara Arrighini\, Giulia Heathfield Di Renzi\, Chiara Ferrara\, Beatrice Verzotti\nCostumi Simona D’amico\nMusiche e suono Franco Visioli\nMovimenti Francesco Manetti e Isacco Venturini \nproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Stabilemobile \nDurata 80 minuti \nNel 2015\, ad Ancona\, una ragazza peruviana è con ogni probabilità vittima di uno stupro di gruppo; con una sentenza che suscitò molto scalpore\, le giudici della Corte d’Appello chiamate ad emettere una sentenza sul fatto decisero di assolvere gli imputati con motivazioni quantomeno discutibili. Secondo le giudici\, la ragazza risultava “troppo mascolina” per essere attraente e causa di violenza sessuale. La Corte di Cassazione\, fortunatamente\, ha ribaltato il giudizio condannando i ragazzi autori dello stupro; eppure rimane nella memoria il precedente indelebile di un giudizio emesso per ragioni che fanno riferimento all’estetica della vittima\, in un singolare rovesciamento in cui pare che la vittima stessa sia in pratica l’imputato\, come fosse colpevole del proprio aspetto. \nLo spettacolo si muove da questa vicenda ripercorrendone i contenuti essenziali e affidando a quattro giovani donne il racconto\, immaginato e teatralizzato\, del caso giudiziario; Vichingo\, questo il soprannome con cui\, nella realtà\,  era chiamata dai ragazzi la vittima\, diviene qui una Wonder Woman contemporanea in lotta per ristabilire una verità che viene continuamente negata\, dove ogni incontro\, dai poliziotti di quartiere alle giudici stesse\, finisce per rafforzare l’idea di una comunità in cui non c’è spazio né per la pietà né tantomeno per la giustizia stessa. Un flusso di parole senza interruzioni che corre\, palpita e a volte quasi s’arresta come il cuore della ragazza\, sottoposta a continui interrogatori\, richieste\, spiegazioni che la violenza subita non può rendere coerenti\, logiche e senza contraddizioni. Eppure\, come la Wonder Woman disegnata e creata da William Marston\, l’eroina di questo racconto teatrale non si darà mai per vinta\, forte della propria volontà interiore\, qui metaforicamente simboleggiata dal lazo della verità\, l’arma che costringe chiunque ne venga avvolto a non mentire. Lo stesso Marston che\, oltre ad aver creato il fumetto della super-eroina figlia delle Amazzoni\, è conosciuto per aver brevettato la cosiddetta “macchina della verità”; lo sforzo di una vita tesa a individuare le storture della società cercando di risolvere\, se non di rimuovere\, quel confine spesso troppo arbitrario tra verità e menzogna. \nAntonio Latella e Federico Bellini \n  \nWONDER WOMAN – note di drammaturgia  \nIspirato a un fatto di cronaca realmente accaduto\, “Wonder Woman” ripercorre la vicenda di una ragazza peruviana vittima di uno stupro di gruppo e di una sentenza dove gli imputati vennero assolti in secondo grado di giudizio\, grazie a criteri assai discutibili quali l’estetica della giovane donna. La scrittura del testo si muove provando a ricostruire con l’immaginazione non solo il fatto in sé\, quanto i continui ostacoli affrontati dalla ragazza per provare ad affermare la propria verità; un flusso di parole\, spesso senza punteggiatura\, che pare assecondare il ritmo\, il battito cardiaco e il susseguirsi dei pensieri della giovane\, sottoposta a interrogatori o richieste che sembrano non tener conto del trauma subito e del dolore provato. L’intera vicenda contribuisce a creare una sorta di eroina contemporanea\, una Wonder Woman che\, come nel fumetto creato da William Marston\, sembra essere parte di quelle Amazzoni costrette a combattere contro gli uomini oppressori guidati da Ercole. Una donna guerriera dei nostri tempi che non esita a denunciare i propri assalitori e a farsi carico della fatica e della sofferenza che provoca ogni tentativo di far emergere l’autenticità dei fatti\, come ben sapeva William Marston stesso\, a cui si deve\, oltre all’invenzione di Wonder Woman\, la creazione della cosiddetta macchina della verità.  Seguendo queste linee guida\, il testo diviene quasi un nastro di registrazione che di continuo si arresta e si riavvolge per tornare al punto di partenza\, accettando e raccogliendo in sé anche le contraddizioni che caratterizzano quasi ogni deposizione\, in un contesto anche sociale dove la ricerca della verità\, più che promossa\, pare piuttosto scoraggiata o strumentalizzata. In questo modo\, il testo prova a mettere su un ideale banco degli imputati non soltanto gli autori stessi del crimine qui citato\, quanto un’intera comunità\, media inclusi\, che non riesce ad evitare di muoversi tra due estremi\, l’omertà o la spettacolarizzazione del dolore.
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