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DESCRIPTION:scritto e diretto da Mattia Torre\ncon Massimo De Lorenzo\, Carlo De Ruggieri\, Cristina Pellegrino\ne con Giordano Agrusta\nscene Francesco Ghisu\ncostumi Mimma Montorselli \nproduzione Marche Teatro / Nutrimenti Terrestri / Walsh \nDurata: 80’ \n456 è la storia comica e violenta di una famiglia che\, isolata e chiusa\, vive in mezzo a una valle oltre la quale sente l’ignoto. Padre\, madre e figlio sono ignoranti\, diffidenti\, nervosi. Si lanciano accuse\, rabboccano un sugo di pomodoro lasciato dalla nonna morta anni prima\, litigano\, pregano\, si odiano. Ognuno dei tre rappresenta per gli altri quanto di più detestabile ci sia al mondo. \nE tuttavia occorre una tregua\, perché sta arrivando un ospite atteso da tempo\, che può e deve cambiare il loro futuro. \nTutto è pronto\, tutto è perfetto. Ma la tregua non durerà. \n4 5 6 nasce dall’idea che l’Italia non è un paese\, ma una convenzione. Che non avendo un’unità culturale\, morale\, politica\, l’Italia rappresenti oggi una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri: per precarietà\, incertezza\, diffidenza e paura; per mancanza di comuni aspirazioni. 4 5 6 è una commedia che racconta come proprio all’interno della famiglia – che pure dovrebbe essere il nucleo aggregante\, di difesa dell’individuo – nascano i germi di questo conflitto: la famiglia sente ostile la società che gli sta intorno ma finisce per incarnarne i valori più deteriori\, incoraggiando la diffidenza\, l’ostilità\, il cinismo\, la paura. 4 5 6 racconta la famiglia come avamposto della nostra arretratezza culturale. \nDallo spettacolo è stato tratto l’omonimo sequel televisivo\, prodotto da Inteatro e andato in onda su La7 all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini\, e il libro “4 5 6 – Morte alla famiglia”\, edito da Dalai. 456 fa parte de progetto televisivo “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” ripresi con la regia televisiva di Paolo Sorrentino per Rai3. Le pièce teatrali dell’autore\, dalle quali sono stati tratti i film\, sono: ‘Migliore’\, ‘Gola’\, ‘Perfetta’\, ‘Qui e ora’\, ‘465’ e ‘In mezzo al mare’. Tutti i Sei pezzi facili saranno tradotti in inglese all’interno del Progetto Italian and American Playwrights Project curato da Valeria Orani e Frank Hentschker con 369gradi\, Martin E. Segal Theatre Center / Graduate Center CUNY e il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. \nMattia Torre\, sceneggiatore\, autore teatrale e regista. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore\, negli anni ‘90\, delle prime commedie teatrali “Io non c’entro” “Tutto a posto” “Piccole anime” e “L’ufficio”. Nel 2000 pubblica il libro “Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra”. È co-sceneggiatore del film “Piovono Mucche” di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo “In mezzo al mare” con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale “Migliore”\, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve “Gola” e dei corti teatrali “Il figurante” e “Sopra di noi”. È stato tra gli autori del programma “Parla con me” di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV “Buttafuori” e\, dal 2007\, la prima\, la seconda e la terza stagione di “Boris”\, per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori\, scrive e dirige “Boris – il film”. \nNel 2011 scrive “456” che andrà in scena al teatro Piccolo Eliseo\, interpreti Cristina Pellegrino\, Carlo De Ruggieri\, Massimo De Lorenzo e Franco Ravera. Lo spettacolo è prodotto da Pietro Sermonti e Ninni Bruschetta. Negli anni successivi sarà prodotto da Velia Papa per Marche Teatro. Traendo spunto da questo spettacolo Mattia scrive e dirige un sequel televisivo che va in onda all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini su LA7. Nel 2012 pubblica con Dalai editore la raccolta di tutti i monologhi teatrali nel libro “In mezzo al mare” e il libro “456” che contiene il testo teatrale e le sceneggiature del sequel televisivo. \nNel 2013 scrive e dirige “Qui e ora”. Il debutto ha come interpreti Valerio Aprea e Valerio Mastandrea\, poi nel 2017\, al posto di quest’ultimo ci sarà Paolo Calabresi. \nNel 2014\, con Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo scrivono e dirigono “Ogni maledetto Natale”\, prodotto da Lorenzo Mieli. \nNel 2015 scrive con Corrado Guzzanti la serie Sky “Dov’è Mario?” che andrà in onda nel 2016. In quello stesso anno\, scrive e dirige “La linea verticale”\, il racconto della sua esperienza in ospedale in seguito ad un importante intervento chirurgico. La serie andrà in onda su Raitre nel 2018 prodotta Lorenzo Mieli. Dalla serie verrà tratto il romanzo “La linea verticale”\, edito da Baldini&Castoldi nello stesso anno. Nel 2017 scrive e dirige il monologo “Perfetta” con Geppi Cucciari. Nel Gennaio 2017 al teatro Ambra Jovinelli va in scena una rassegna dedicata al teatro di Mattia con la messa in scena di Qui e ora\, 456 e Migliore. Nel 2018 scrive la sceneggiatura di “Figli”. Nel 2019 inizia la preparazione del film ma la regia sarà poi firmata da Giuseppe Bonito ed uscirà nel 2020.Nel 2019 pubblica per Mondadori una riedizione della raccolta “In mezzo al mare” integrata dal monologo “Perfetta”. \nMattia muore a Roma il 19 Luglio 2019. \nNel 2021 viene pubblicato da Mondadori “A questo poi ci pensiamo”\, una raccolta di racconti e monologhi inediti. Ottobre 2022 esce Boris 4 su Disneyplus\, scritta senza Mattia ma dedicata a lui. \nNel 2022\, Lorenzo Mieli produce per Raitre “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” per la regia televisiva di Paolo Sorrentino. Gli spettacoli vengono girati nel Teatro Ambra Jovinelli e vanno in onda su tra novembre e dicembre 2022 sul Raitre e Raiplay.
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Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale “Migliore”\, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve “Gola” e dei corti teatrali “Il figurante” e “Sopra di noi”. È stato tra gli autori del programma “Parla con me” di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV “Buttafuori” e\, dal 2007\, la prima\, la seconda e la terza stagione di “Boris”\, per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori\, scrive e dirige “Boris – il film”. \nNel 2011 scrive “456” che andrà in scena al teatro Piccolo Eliseo\, interpreti Cristina Pellegrino\, Carlo De Ruggieri\, Massimo De Lorenzo e Franco Ravera. Lo spettacolo è prodotto da Pietro Sermonti e Ninni Bruschetta. 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La serie andrà in onda su Raitre nel 2018 prodotta Lorenzo Mieli. Dalla serie verrà tratto il romanzo “La linea verticale”\, edito da Baldini&Castoldi nello stesso anno. Nel 2017 scrive e dirige il monologo “Perfetta” con Geppi Cucciari. Nel Gennaio 2017 al teatro Ambra Jovinelli va in scena una rassegna dedicata al teatro di Mattia con la messa in scena di Qui e ora\, 456 e Migliore. Nel 2018 scrive la sceneggiatura di “Figli”. Nel 2019 inizia la preparazione del film ma la regia sarà poi firmata da Giuseppe Bonito ed uscirà nel 2020.Nel 2019 pubblica per Mondadori una riedizione della raccolta “In mezzo al mare” integrata dal monologo “Perfetta”. \nMattia muore a Roma il 19 Luglio 2019. \nNel 2021 viene pubblicato da Mondadori “A questo poi ci pensiamo”\, una raccolta di racconti e monologhi inediti. Ottobre 2022 esce Boris 4 su Disneyplus\, scritta senza Mattia ma dedicata a lui. \nNel 2022\, Lorenzo Mieli produce per Raitre “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” per la regia televisiva di Paolo Sorrentino. Gli spettacoli vengono girati nel Teatro Ambra Jovinelli e vanno in onda su tra novembre e dicembre 2022 sul Raitre e Raiplay.
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Negli anni successivi sarà prodotto da Velia Papa per Marche Teatro. Traendo spunto da questo spettacolo Mattia scrive e dirige un sequel televisivo che va in onda all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini su LA7. Nel 2012 pubblica con Dalai editore la raccolta di tutti i monologhi teatrali nel libro “In mezzo al mare” e il libro “456” che contiene il testo teatrale e le sceneggiature del sequel televisivo. \nNel 2013 scrive e dirige “Qui e ora”. Il debutto ha come interpreti Valerio Aprea e Valerio Mastandrea\, poi nel 2017\, al posto di quest’ultimo ci sarà Paolo Calabresi. \nNel 2014\, con Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo scrivono e dirigono “Ogni maledetto Natale”\, prodotto da Lorenzo Mieli. \nNel 2015 scrive con Corrado Guzzanti la serie Sky “Dov’è Mario?” che andrà in onda nel 2016. In quello stesso anno\, scrive e dirige “La linea verticale”\, il racconto della sua esperienza in ospedale in seguito ad un importante intervento chirurgico. La serie andrà in onda su Raitre nel 2018 prodotta Lorenzo Mieli. Dalla serie verrà tratto il romanzo “La linea verticale”\, edito da Baldini&Castoldi nello stesso anno. Nel 2017 scrive e dirige il monologo “Perfetta” con Geppi Cucciari. Nel Gennaio 2017 al teatro Ambra Jovinelli va in scena una rassegna dedicata al teatro di Mattia con la messa in scena di Qui e ora\, 456 e Migliore. Nel 2018 scrive la sceneggiatura di “Figli”. Nel 2019 inizia la preparazione del film ma la regia sarà poi firmata da Giuseppe Bonito ed uscirà nel 2020.Nel 2019 pubblica per Mondadori una riedizione della raccolta “In mezzo al mare” integrata dal monologo “Perfetta”. \nMattia muore a Roma il 19 Luglio 2019. \nNel 2021 viene pubblicato da Mondadori “A questo poi ci pensiamo”\, una raccolta di racconti e monologhi inediti. Ottobre 2022 esce Boris 4 su Disneyplus\, scritta senza Mattia ma dedicata a lui. \nNel 2022\, Lorenzo Mieli produce per Raitre “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” per la regia televisiva di Paolo Sorrentino. Gli spettacoli vengono girati nel Teatro Ambra Jovinelli e vanno in onda su tra novembre e dicembre 2022 sul Raitre e Raiplay.
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DESCRIPTION:scritto e diretto da Mattia Torre\ncon Massimo De Lorenzo\, Carlo De Ruggieri\, Cristina Pellegrino\ne con Giordano Agrusta\nscene Francesco Ghisu\ncostumi Mimma Montorselli \nproduzione Marche Teatro / Nutrimenti Terrestri / Walsh \nDurata: 80’ \n456 è la storia comica e violenta di una famiglia che\, isolata e chiusa\, vive in mezzo a una valle oltre la quale sente l’ignoto. Padre\, madre e figlio sono ignoranti\, diffidenti\, nervosi. Si lanciano accuse\, rabboccano un sugo di pomodoro lasciato dalla nonna morta anni prima\, litigano\, pregano\, si odiano. Ognuno dei tre rappresenta per gli altri quanto di più detestabile ci sia al mondo. \nE tuttavia occorre una tregua\, perché sta arrivando un ospite atteso da tempo\, che può e deve cambiare il loro futuro. \nTutto è pronto\, tutto è perfetto. Ma la tregua non durerà. \n4 5 6 nasce dall’idea che l’Italia non è un paese\, ma una convenzione. Che non avendo un’unità culturale\, morale\, politica\, l’Italia rappresenti oggi una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri: per precarietà\, incertezza\, diffidenza e paura; per mancanza di comuni aspirazioni. 4 5 6 è una commedia che racconta come proprio all’interno della famiglia – che pure dovrebbe essere il nucleo aggregante\, di difesa dell’individuo – nascano i germi di questo conflitto: la famiglia sente ostile la società che gli sta intorno ma finisce per incarnarne i valori più deteriori\, incoraggiando la diffidenza\, l’ostilità\, il cinismo\, la paura. 4 5 6 racconta la famiglia come avamposto della nostra arretratezza culturale. \nDallo spettacolo è stato tratto l’omonimo sequel televisivo\, prodotto da Inteatro e andato in onda su La7 all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini\, e il libro “4 5 6 – Morte alla famiglia”\, edito da Dalai. 456 fa parte de progetto televisivo “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” ripresi con la regia televisiva di Paolo Sorrentino per Rai3. Le pièce teatrali dell’autore\, dalle quali sono stati tratti i film\, sono: ‘Migliore’\, ‘Gola’\, ‘Perfetta’\, ‘Qui e ora’\, ‘465’ e ‘In mezzo al mare’. Tutti i Sei pezzi facili saranno tradotti in inglese all’interno del Progetto Italian and American Playwrights Project curato da Valeria Orani e Frank Hentschker con 369gradi\, Martin E. Segal Theatre Center / Graduate Center CUNY e il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. \nMattia Torre\, sceneggiatore\, autore teatrale e regista. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore\, negli anni ‘90\, delle prime commedie teatrali “Io non c’entro” “Tutto a posto” “Piccole anime” e “L’ufficio”. Nel 2000 pubblica il libro “Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra”. È co-sceneggiatore del film “Piovono Mucche” di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo “In mezzo al mare” con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale “Migliore”\, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve “Gola” e dei corti teatrali “Il figurante” e “Sopra di noi”. È stato tra gli autori del programma “Parla con me” di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV “Buttafuori” e\, dal 2007\, la prima\, la seconda e la terza stagione di “Boris”\, per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori\, scrive e dirige “Boris – il film”. \nNel 2011 scrive “456” che andrà in scena al teatro Piccolo Eliseo\, interpreti Cristina Pellegrino\, Carlo De Ruggieri\, Massimo De Lorenzo e Franco Ravera. Lo spettacolo è prodotto da Pietro Sermonti e Ninni Bruschetta. Negli anni successivi sarà prodotto da Velia Papa per Marche Teatro. Traendo spunto da questo spettacolo Mattia scrive e dirige un sequel televisivo che va in onda all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini su LA7. Nel 2012 pubblica con Dalai editore la raccolta di tutti i monologhi teatrali nel libro “In mezzo al mare” e il libro “456” che contiene il testo teatrale e le sceneggiature del sequel televisivo. \nNel 2013 scrive e dirige “Qui e ora”. Il debutto ha come interpreti Valerio Aprea e Valerio Mastandrea\, poi nel 2017\, al posto di quest’ultimo ci sarà Paolo Calabresi. \nNel 2014\, con Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo scrivono e dirigono “Ogni maledetto Natale”\, prodotto da Lorenzo Mieli. \nNel 2015 scrive con Corrado Guzzanti la serie Sky “Dov’è Mario?” che andrà in onda nel 2016. In quello stesso anno\, scrive e dirige “La linea verticale”\, il racconto della sua esperienza in ospedale in seguito ad un importante intervento chirurgico. La serie andrà in onda su Raitre nel 2018 prodotta Lorenzo Mieli. Dalla serie verrà tratto il romanzo “La linea verticale”\, edito da Baldini&Castoldi nello stesso anno. Nel 2017 scrive e dirige il monologo “Perfetta” con Geppi Cucciari. Nel Gennaio 2017 al teatro Ambra Jovinelli va in scena una rassegna dedicata al teatro di Mattia con la messa in scena di Qui e ora\, 456 e Migliore. Nel 2018 scrive la sceneggiatura di “Figli”. Nel 2019 inizia la preparazione del film ma la regia sarà poi firmata da Giuseppe Bonito ed uscirà nel 2020.Nel 2019 pubblica per Mondadori una riedizione della raccolta “In mezzo al mare” integrata dal monologo “Perfetta”. \nMattia muore a Roma il 19 Luglio 2019. \nNel 2021 viene pubblicato da Mondadori “A questo poi ci pensiamo”\, una raccolta di racconti e monologhi inediti. Ottobre 2022 esce Boris 4 su Disneyplus\, scritta senza Mattia ma dedicata a lui. \nNel 2022\, Lorenzo Mieli produce per Raitre “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” per la regia televisiva di Paolo Sorrentino. Gli spettacoli vengono girati nel Teatro Ambra Jovinelli e vanno in onda su tra novembre e dicembre 2022 sul Raitre e Raiplay.
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Che non avendo un’unità culturale\, morale\, politica\, l’Italia rappresenti oggi una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri: per precarietà\, incertezza\, diffidenza e paura; per mancanza di comuni aspirazioni. 4 5 6 è una commedia che racconta come proprio all’interno della famiglia – che pure dovrebbe essere il nucleo aggregante\, di difesa dell’individuo – nascano i germi di questo conflitto: la famiglia sente ostile la società che gli sta intorno ma finisce per incarnarne i valori più deteriori\, incoraggiando la diffidenza\, l’ostilità\, il cinismo\, la paura. 4 5 6 racconta la famiglia come avamposto della nostra arretratezza culturale. \nDallo spettacolo è stato tratto l’omonimo sequel televisivo\, prodotto da Inteatro e andato in onda su La7 all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini\, e il libro “4 5 6 – Morte alla famiglia”\, edito da Dalai. 456 fa parte de progetto televisivo “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” ripresi con la regia televisiva di Paolo Sorrentino per Rai3. Le pièce teatrali dell’autore\, dalle quali sono stati tratti i film\, sono: ‘Migliore’\, ‘Gola’\, ‘Perfetta’\, ‘Qui e ora’\, ‘465’ e ‘In mezzo al mare’. Tutti i Sei pezzi facili saranno tradotti in inglese all’interno del Progetto Italian and American Playwrights Project curato da Valeria Orani e Frank Hentschker con 369gradi\, Martin E. Segal Theatre Center / Graduate Center CUNY e il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. \nMattia Torre\, sceneggiatore\, autore teatrale e regista. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore\, negli anni ‘90\, delle prime commedie teatrali “Io non c’entro” “Tutto a posto” “Piccole anime” e “L’ufficio”. Nel 2000 pubblica il libro “Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra”. È co-sceneggiatore del film “Piovono Mucche” di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo “In mezzo al mare” con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale “Migliore”\, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve “Gola” e dei corti teatrali “Il figurante” e “Sopra di noi”. È stato tra gli autori del programma “Parla con me” di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV “Buttafuori” e\, dal 2007\, la prima\, la seconda e la terza stagione di “Boris”\, per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori\, scrive e dirige “Boris – il film”. \nNel 2011 scrive “456” che andrà in scena al teatro Piccolo Eliseo\, interpreti Cristina Pellegrino\, Carlo De Ruggieri\, Massimo De Lorenzo e Franco Ravera. Lo spettacolo è prodotto da Pietro Sermonti e Ninni Bruschetta. Negli anni successivi sarà prodotto da Velia Papa per Marche Teatro. Traendo spunto da questo spettacolo Mattia scrive e dirige un sequel televisivo che va in onda all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini su LA7. Nel 2012 pubblica con Dalai editore la raccolta di tutti i monologhi teatrali nel libro “In mezzo al mare” e il libro “456” che contiene il testo teatrale e le sceneggiature del sequel televisivo. \nNel 2013 scrive e dirige “Qui e ora”. Il debutto ha come interpreti Valerio Aprea e Valerio Mastandrea\, poi nel 2017\, al posto di quest’ultimo ci sarà Paolo Calabresi. \nNel 2014\, con Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo scrivono e dirigono “Ogni maledetto Natale”\, prodotto da Lorenzo Mieli. \nNel 2015 scrive con Corrado Guzzanti la serie Sky “Dov’è Mario?” che andrà in onda nel 2016. In quello stesso anno\, scrive e dirige “La linea verticale”\, il racconto della sua esperienza in ospedale in seguito ad un importante intervento chirurgico. La serie andrà in onda su Raitre nel 2018 prodotta Lorenzo Mieli. Dalla serie verrà tratto il romanzo “La linea verticale”\, edito da Baldini&Castoldi nello stesso anno. Nel 2017 scrive e dirige il monologo “Perfetta” con Geppi Cucciari. Nel Gennaio 2017 al teatro Ambra Jovinelli va in scena una rassegna dedicata al teatro di Mattia con la messa in scena di Qui e ora\, 456 e Migliore. Nel 2018 scrive la sceneggiatura di “Figli”. Nel 2019 inizia la preparazione del film ma la regia sarà poi firmata da Giuseppe Bonito ed uscirà nel 2020.Nel 2019 pubblica per Mondadori una riedizione della raccolta “In mezzo al mare” integrata dal monologo “Perfetta”. \nMattia muore a Roma il 19 Luglio 2019. \nNel 2021 viene pubblicato da Mondadori “A questo poi ci pensiamo”\, una raccolta di racconti e monologhi inediti. Ottobre 2022 esce Boris 4 su Disneyplus\, scritta senza Mattia ma dedicata a lui. \nNel 2022\, Lorenzo Mieli produce per Raitre “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” per la regia televisiva di Paolo Sorrentino. Gli spettacoli vengono girati nel Teatro Ambra Jovinelli e vanno in onda su tra novembre e dicembre 2022 sul Raitre e Raiplay.
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SUMMARY:POVERI CRISTI
DESCRIPTION:di e con Ascanio Celestini\ne con Gianluca Casadei alla fisarmonica \nproduzione Fabbrica\, Teatro Carcano \nDurata: 90′ \n<<Chi sono i poveri cristi? Sono l’ultimo della classe quando ci stavano le classi differenziali per i poveri; la pecora nera nel manicomio che risolveva il problema per quelli che stavano fuori\, ma non per quelli che stavano dentro; quello che sta inchiodato a qualche malattia senza colpa\, ma anche senza futuro\, eccetera. \nE se dico “eccetera” ho detto tutto. Ho detto tutti. \nL’idea di questo progetto è quella di trovare le parole per raccontare questi poveri cristi che non hanno una lingua per raccontarsi che non sia quella della pietà. \nE invece il narratore di questo spettacolo li racconta come santi perché ogni giorno fanno il miracolo di restare al mondo. Di essere i migliori del circondario. \nCi sono tanti modi per raccontare questa classe sociale\, ma la più rispettosa\, per me\, è quella che usa le loro parole. Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». 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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. 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È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». 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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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DESCRIPTION:di Monica Dolan \ntitolo originale The B*easts\ncon Lucia Mascino\nadattamento e regia Serena Sinigaglia\ntraduzione Monica Capuani\nscene Maria Spazzi\nluci e suoni Roberta Faiolo\nassistente alla regia Michele Iuculano\ntecnico di produzione Christian Laface \nproduzione Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano\ndistribuzione a cura di Mismaonda \ndurata 75’ senza intervallo \nAlla fine tutto si riduce a una sola domanda: pensiamo che il seno sia una cosa oscena oppure che sia quello che è e basta?\nUna psicoterapeuta si trova a dover valutare un gesto mai compiuto prima. Una madre ha preso una decisione sul corpo di sua figlia e questa decisione scatena intorno a lei una serie di conseguenze e di reazioni sempre più fuori controllo. \nUn monologo volutamente sfidante\, Il Sen(n)o ci conduce nell’esplorazione di un tema terribilmente attuale: come l’esposizione precoce alla sessualizzazione e alla pornografia nell’era di internet abbiano inciso profondamente sulla nostra cultura. \nScritto da Monica Dolan e tradotto da Monica Capuani\, dopo un enorme successo in Inghilterra Il Sen(n)o debutta per la prima volta in Italia interpretato da Lucia Mascino con la regia di Serena Sinigaglia. \nLucia Mascino\, attrice poliedrica e sui generis\, la cui carriera spazia dal teatro\, alla televisione\, al cinema sia d’autore che popolare\, ha ottenuto riconoscimenti prestigiosi tra i quali: 4 candidature ai Nastri d’argento\, il Premio Anna Magnani per il cinema nel 2018 come miglior attrice protagonista e il Premio Flaiano per il teatro nel 2023. \n“Quando ho letto il testo un anno fa\, ho pensato che fosse urgente portarlo in scena. Abbiamo impiegato un anno con Serena per addentrarci in una materia così toccante\, complessa e piena di riverberi come la manipolazione continua della nostra identità che viviamo\, immersi come siamo\, in modelli di marketing più che in situazioni reali\, e come questa manipolazione sia ancora più violenta e fuori controllo nella zona dell’infanzia e dell’adolescenza” \nLucia Mascino \nSerena Sinigaglia regista eclettica e trasversale\, la cui carriera dura da più di 25 anni. Dirige opere liriche e prosa. Classici e contemporanei. Collabora coi più importanti drammaturghi italiani nella creazione di testi originali\, tra questi Roberto Saviano\, Fausto Paravidino\, Letizia Russo\, Emanuele Aldrovandi. Riceve numerosi riconoscimenti tra i quali «Donnediscena» come migliore regista dell’anno\, premio «Hystrio» alla regia\, e il premio Hystrio Twister 2023 per Supplici. \n“Cerco testi che sappiano cogliere le questioni più urgenti della contemporaneità. “Il Senno” apre uno squarcio\, mai retorico\, mai scontato\, nelle contraddizioni profonde della nostra società. Il teatro per me è questo: un testo urgente\, un’attrice straordinaria e un pubblico desideroso di vedere la realtà con limpidezza\, capace di trovare un senso e una direzione autonoma e responsabile di vera umanità.” – Serena Sinigaglia
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DESCRIPTION:Andrea De Rosa / Fabrizio Sinisi / Anna Della Rosa / Virginia Woolf\nTPE Teatro Astra \ndal romanzo di Virginia Woolf\ne dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West Scrivi sempre a mezzanotte (Donzelli) \ndrammaturgia Fabrizio Sinisi\ntraduzione Nadia Fusini\nregia Andrea De Rosa\ncon Anna Della Rosa\nscene Giuseppe Stellato\nluci Pasquale Mari\nsuono G.U.P. Alcaro\ncostumi Ilaria Ariemme\naiuto regia Paolo Costantini\nmusica di scena Sinfonia n.6 (Patetica) di Čajkovskij \nproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa \ndurata 60 min \nIl 9 ottobre del 1927\, Virginia Woolf scrive una lettera all’amata Vita Sackville-West: “Supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Di’ sì o no”. Vita non si sottrae\, accettando di diventare oggetto\, musa\, modello e interlocutrice di uno dei romanzi più originali della letteratura moderna. La scrittura di Orlandonasce così: come un omaggio d’amore\, un atto di gioia offerto a una donna e al mondo. Intersecandosi continuamente con la vita della scrittrice\, in un enigmatico intreccio tra opera e biografia\, la vicenda di Orlando – nato uomo nel XVI secolo\, vissuto per più di quattrocento anni\, e mistericamente transitato nel Femminile – si trasforma in questo spettacolo in un inno all’estasi ma anche all’ossessione della letteratura: una lunga\, straordinaria lettera d’amore in forma di romanzo. \n“Oltre che un classico di sconvolgente attualità\, Orlando è un inno alla gioia esuberante dell’avventura\, alla libertà\, al godimento sessuale; un manifesto alla possibilità di prenderselo\, il piacere\, secondo modelli alternativi alle leggi del conformismo patriarcale.” \nNadia Fusini \n“L’identità è un fantasma. Dal momento in cui cominciamo a definirci come esseri umani adulti\, stabiliamo dei confini entro i quali ci rintaniamo. Ma\, per fortuna o per avventura\, la vita spazza via tutto e travolge quegli steccati che tanto pazientemente avevamo costruito per proteggerci. Trascinati dalla inesauribile vitalità del suo Orlando\, Virginia Woolf ci invita a viaggiare nello spazio e nel tempo\, a oltrepassare quello steccato che ci tiene imprigionati nella trappola dell’identità\, del maschile\, del femminile\, e di tutte quelle convenzioni che sono solo il frutto del tempo in cui viviamo.” \nAndrea De Rosa \n“Può un’opera letteraria essere al contempo una lettera d’amore? Orlando dimostra di sì: uno dei più straordinari romanzi del Novecento è anche la più spericolata lettera d’amore che la storia ricordi. Un vero e proprio monumento di parole che Virginia Woolf erige a e per l’amata Vita Sackville-West – scrittrice e poetessa con cui Woolf ebbe una lunga relazione e un intenso sodalizio. Un amore che abbiamo voluto rendere ancora più esplicito\, punteggiando la drammaturgia del romanzo con brani dell’epistolario a Vita. Orlando è un inno a Vita e alla Vita\, nonché la testimonianza di una speranza estrema: mentre la vita dei corpi finisce\, quella delle parole è più lunga e diversa – abbatte i confini dei sessi\, delle identità\, perfino della morte.” \nFabrizio Sinisi / drammaturgia \n“La luce di Orlando è la luce bianca del cielo di una mattina radiosa. La luce di Orlando è la luce bianca della carta da scrivere\, prima di cominciare. Questi i pensieri che hanno guidato la disposizione del grappolo di proiettori tra i quali si innalza il tronco robusto di un albero senza chioma\, come poeticamente disegnato da Giuseppe Stellato. Sono anzi sia la chioma che il cielo sotto il quale stanno Orlando\, Virginia\, Anna ed il suo pubblico assorto ad ascoltarla. Mi piace pensare che sia tutta quella luce bianca a condensarsi e raggiungere il suolo trasformandosi in carta\, in tanti fogli bianchi che attendono che le parole si trasformino in segni. Ancora una volta la luce è convocata a testimoniare e rendere possibile che l’astrazione si trasformi sulla scena in realtà da abitare. “Orlando alzò gli occhi e vide qualcosa di astratto che sta tra le colline o nel cielo oltre il quale non c’è nulla che conti; in cui io riposo e continuerò a esistere. Questa cosa io chiamo realtà.” (Virginia Woolf – Diari)” \nPasquale Mari / luce \n“Immaginare uno spazio scenico che accogliesse le parole scritte da Virginia Woolf per Orlando\, è stata una sfida per nulla semplice. Un testo che\, tra le altre cose\, racconta proprio la difficoltà della parola di descrivere la natura\, la bellezza. Alla fine\, tutto confluiva qui\, nella ricerca di un connubio\, di un punto d’incontro tra natura e letteratura\, tra la bellezza di un albero e il fallimento di qualsiasi forma d’arte che provi a raccontare questa bellezza. E quindi un tronco di quercia in mezzo ad un prato quadrato\, un albero la cui chioma è fatta da luci\, tralicci\, americane: una fetta di realtà trasportata in uno spazio teatrale\, quel luogo magico dove da un albero\, al posto di una foglia\, può cadere un foglio bianco…” \nGiuseppe Stellato / spazio scenico \n“Il suono\, lontano e intimo\, di una campana scandisce un tempo indefinito e sospeso. Una musica nasce da quelle pagine così tormentate e vitali; è la Sinfonia n. 6 (Patetica) di Čajkovskij. L’ultima.” \nG.U.P. Alcaro / musica \n“Un abito veste e spesso determina\, un costume teatrale veste e crea mondi. In scena c’è Virginia Woolf e il momento in cui visse\, ma anche un blu polveroso che ricorda il vasto cielo comune a tutte le epoche\, una seta impalpabile e ariosa che rimanda ai fasti del ‘500\, un cinturone maschile e una gonna femminile pronta a gonfiarsi a ogni danzante giravolta. Il costume accompagna discretamente il racconto di un’anima appassionata e in ricerca di sé grazie ai piccoli dettagli che lo compongono\, senza troppo definire e chiudere\, mettendosi in dialogo con il corpo l’attrice che lo veste e lo sveste – magnificamente – e con il vasto e concettuale spazio che li contiene entrambi.” \nIlaria Ariemme / costumi
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SUMMARY:MISURARE IL SALTO DELLE RANE
DESCRIPTION:Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo \nDrammaturgia Gabriele Di Luca\nRegia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti\nCon Elsa Bossi\, Marina Occhionero e Chiara Stoppa\nAssistente alla regia Matteo Berardinelli\nMusiche originali Massimiliano Setti\nScene Enzo Mologni\nCostumi Elisabetta Zinelli\nDirezione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi\nRealizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due\nRealizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due\nIllustrazione locandina Federico Bassi e Giacomo Trivellini\nFoto di scena Simone Infantino\n Organizzazione Luisa Supino e Francesco Pietrella\nUfficio stampa Raffaella Ilari \nUna produzione Fondazione Teatro Due\, Accademia Perduta/Romagna Teatri\, Teatro Stabile d’Abruzzo\, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival\nin collaborazione con Asti Teatro 47 \nMisurare il salto delle rane è una dark comedy ambientata in un piccolo paese di pescatori tra gli anni ’80 e ’90. Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. Dal 2008 collabora stabilmente con ATIR Milano\, di cui è anche presidente per sei anni\, e prende parte a numerosi spettacoli diretti da Serena Sinigaglia. Dal 2023 lavora con la compagnia Orsini e Massimo Popolizio. Affianca all’attività attoriale la regia e la conduzione di laboratori e spettacoli con persone con disabilità e con bambini e ragazzi. È co-autrice e interprete di testi teatrali originali.
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DESCRIPTION:Andrea De Rosa / Fabrizio Sinisi / Anna Della Rosa / Virginia Woolf\nTPE Teatro Astra \ndal romanzo di Virginia Woolf\ne dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West Scrivi sempre a mezzanotte (Donzelli) \ndrammaturgia Fabrizio Sinisi\ntraduzione Nadia Fusini\nregia Andrea De Rosa\ncon Anna Della Rosa\nscene Giuseppe Stellato\nluci Pasquale Mari\nsuono G.U.P. Alcaro\ncostumi Ilaria Ariemme\naiuto regia Paolo Costantini\nmusica di scena Sinfonia n.6 (Patetica) di Čajkovskij \nproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa \ndurata 60 min \nIl 9 ottobre del 1927\, Virginia Woolf scrive una lettera all’amata Vita Sackville-West: “Supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Di’ sì o no”. Vita non si sottrae\, accettando di diventare oggetto\, musa\, modello e interlocutrice di uno dei romanzi più originali della letteratura moderna. La scrittura di Orlandonasce così: come un omaggio d’amore\, un atto di gioia offerto a una donna e al mondo. Intersecandosi continuamente con la vita della scrittrice\, in un enigmatico intreccio tra opera e biografia\, la vicenda di Orlando – nato uomo nel XVI secolo\, vissuto per più di quattrocento anni\, e mistericamente transitato nel Femminile – si trasforma in questo spettacolo in un inno all’estasi ma anche all’ossessione della letteratura: una lunga\, straordinaria lettera d’amore in forma di romanzo. \n“Oltre che un classico di sconvolgente attualità\, Orlando è un inno alla gioia esuberante dell’avventura\, alla libertà\, al godimento sessuale; un manifesto alla possibilità di prenderselo\, il piacere\, secondo modelli alternativi alle leggi del conformismo patriarcale.” \nNadia Fusini \n“L’identità è un fantasma. Dal momento in cui cominciamo a definirci come esseri umani adulti\, stabiliamo dei confini entro i quali ci rintaniamo. Ma\, per fortuna o per avventura\, la vita spazza via tutto e travolge quegli steccati che tanto pazientemente avevamo costruito per proteggerci. Trascinati dalla inesauribile vitalità del suo Orlando\, Virginia Woolf ci invita a viaggiare nello spazio e nel tempo\, a oltrepassare quello steccato che ci tiene imprigionati nella trappola dell’identità\, del maschile\, del femminile\, e di tutte quelle convenzioni che sono solo il frutto del tempo in cui viviamo.” \nAndrea De Rosa \n“Può un’opera letteraria essere al contempo una lettera d’amore? Orlando dimostra di sì: uno dei più straordinari romanzi del Novecento è anche la più spericolata lettera d’amore che la storia ricordi. Un vero e proprio monumento di parole che Virginia Woolf erige a e per l’amata Vita Sackville-West – scrittrice e poetessa con cui Woolf ebbe una lunga relazione e un intenso sodalizio. Un amore che abbiamo voluto rendere ancora più esplicito\, punteggiando la drammaturgia del romanzo con brani dell’epistolario a Vita. Orlando è un inno a Vita e alla Vita\, nonché la testimonianza di una speranza estrema: mentre la vita dei corpi finisce\, quella delle parole è più lunga e diversa – abbatte i confini dei sessi\, delle identità\, perfino della morte.” \nFabrizio Sinisi / drammaturgia \n“La luce di Orlando è la luce bianca del cielo di una mattina radiosa. La luce di Orlando è la luce bianca della carta da scrivere\, prima di cominciare. Questi i pensieri che hanno guidato la disposizione del grappolo di proiettori tra i quali si innalza il tronco robusto di un albero senza chioma\, come poeticamente disegnato da Giuseppe Stellato. Sono anzi sia la chioma che il cielo sotto il quale stanno Orlando\, Virginia\, Anna ed il suo pubblico assorto ad ascoltarla. Mi piace pensare che sia tutta quella luce bianca a condensarsi e raggiungere il suolo trasformandosi in carta\, in tanti fogli bianchi che attendono che le parole si trasformino in segni. Ancora una volta la luce è convocata a testimoniare e rendere possibile che l’astrazione si trasformi sulla scena in realtà da abitare. “Orlando alzò gli occhi e vide qualcosa di astratto che sta tra le colline o nel cielo oltre il quale non c’è nulla che conti; in cui io riposo e continuerò a esistere. Questa cosa io chiamo realtà.” (Virginia Woolf – Diari)” \nPasquale Mari / luce \n“Immaginare uno spazio scenico che accogliesse le parole scritte da Virginia Woolf per Orlando\, è stata una sfida per nulla semplice. Un testo che\, tra le altre cose\, racconta proprio la difficoltà della parola di descrivere la natura\, la bellezza. Alla fine\, tutto confluiva qui\, nella ricerca di un connubio\, di un punto d’incontro tra natura e letteratura\, tra la bellezza di un albero e il fallimento di qualsiasi forma d’arte che provi a raccontare questa bellezza. E quindi un tronco di quercia in mezzo ad un prato quadrato\, un albero la cui chioma è fatta da luci\, tralicci\, americane: una fetta di realtà trasportata in uno spazio teatrale\, quel luogo magico dove da un albero\, al posto di una foglia\, può cadere un foglio bianco…” \nGiuseppe Stellato / spazio scenico \n“Il suono\, lontano e intimo\, di una campana scandisce un tempo indefinito e sospeso. Una musica nasce da quelle pagine così tormentate e vitali; è la Sinfonia n. 6 (Patetica) di Čajkovskij. L’ultima.” \nG.U.P. Alcaro / musica \n“Un abito veste e spesso determina\, un costume teatrale veste e crea mondi. In scena c’è Virginia Woolf e il momento in cui visse\, ma anche un blu polveroso che ricorda il vasto cielo comune a tutte le epoche\, una seta impalpabile e ariosa che rimanda ai fasti del ‘500\, un cinturone maschile e una gonna femminile pronta a gonfiarsi a ogni danzante giravolta. Il costume accompagna discretamente il racconto di un’anima appassionata e in ricerca di sé grazie ai piccoli dettagli che lo compongono\, senza troppo definire e chiudere\, mettendosi in dialogo con il corpo l’attrice che lo veste e lo sveste – magnificamente – e con il vasto e concettuale spazio che li contiene entrambi.” \nIlaria Ariemme / costumi
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SUMMARY:MISURARE IL SALTO DELLE RANE
DESCRIPTION:Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo \nDrammaturgia Gabriele Di Luca\nRegia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti\nCon Elsa Bossi\, Marina Occhionero e Chiara Stoppa\nAssistente alla regia Matteo Berardinelli\nMusiche originali Massimiliano Setti\nScene Enzo Mologni\nCostumi Elisabetta Zinelli\nDirezione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi\nRealizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due\nRealizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due\nIllustrazione locandina Federico Bassi e Giacomo Trivellini\nFoto di scena Simone Infantino\n Organizzazione Luisa Supino e Francesco Pietrella\nUfficio stampa Raffaella Ilari \nUna produzione Fondazione Teatro Due\, Accademia Perduta/Romagna Teatri\, Teatro Stabile d’Abruzzo\, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival\nin collaborazione con Asti Teatro 47 \nMisurare il salto delle rane è una dark comedy ambientata in un piccolo paese di pescatori tra gli anni ’80 e ’90. Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. Dal 2008 collabora stabilmente con ATIR Milano\, di cui è anche presidente per sei anni\, e prende parte a numerosi spettacoli diretti da Serena Sinigaglia. Dal 2023 lavora con la compagnia Orsini e Massimo Popolizio. Affianca all’attività attoriale la regia e la conduzione di laboratori e spettacoli con persone con disabilità e con bambini e ragazzi. È co-autrice e interprete di testi teatrali originali.
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Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. 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DESCRIPTION:Andrea De Rosa / Fabrizio Sinisi / Anna Della Rosa / Virginia Woolf\nTPE Teatro Astra \ndal romanzo di Virginia Woolf\ne dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West Scrivi sempre a mezzanotte (Donzelli) \ndrammaturgia Fabrizio Sinisi\ntraduzione Nadia Fusini\nregia Andrea De Rosa\ncon Anna Della Rosa\nscene Giuseppe Stellato\nluci Pasquale Mari\nsuono G.U.P. Alcaro\ncostumi Ilaria Ariemme\naiuto regia Paolo Costantini\nmusica di scena Sinfonia n.6 (Patetica) di Čajkovskij \nproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa \ndurata 60 min \nIl 9 ottobre del 1927\, Virginia Woolf scrive una lettera all’amata Vita Sackville-West: “Supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Di’ sì o no”. Vita non si sottrae\, accettando di diventare oggetto\, musa\, modello e interlocutrice di uno dei romanzi più originali della letteratura moderna. La scrittura di Orlandonasce così: come un omaggio d’amore\, un atto di gioia offerto a una donna e al mondo. Intersecandosi continuamente con la vita della scrittrice\, in un enigmatico intreccio tra opera e biografia\, la vicenda di Orlando – nato uomo nel XVI secolo\, vissuto per più di quattrocento anni\, e mistericamente transitato nel Femminile – si trasforma in questo spettacolo in un inno all’estasi ma anche all’ossessione della letteratura: una lunga\, straordinaria lettera d’amore in forma di romanzo. \n“Oltre che un classico di sconvolgente attualità\, Orlando è un inno alla gioia esuberante dell’avventura\, alla libertà\, al godimento sessuale; un manifesto alla possibilità di prenderselo\, il piacere\, secondo modelli alternativi alle leggi del conformismo patriarcale.” \nNadia Fusini \n“L’identità è un fantasma. Dal momento in cui cominciamo a definirci come esseri umani adulti\, stabiliamo dei confini entro i quali ci rintaniamo. Ma\, per fortuna o per avventura\, la vita spazza via tutto e travolge quegli steccati che tanto pazientemente avevamo costruito per proteggerci. Trascinati dalla inesauribile vitalità del suo Orlando\, Virginia Woolf ci invita a viaggiare nello spazio e nel tempo\, a oltrepassare quello steccato che ci tiene imprigionati nella trappola dell’identità\, del maschile\, del femminile\, e di tutte quelle convenzioni che sono solo il frutto del tempo in cui viviamo.” \nAndrea De Rosa \n“Può un’opera letteraria essere al contempo una lettera d’amore? Orlando dimostra di sì: uno dei più straordinari romanzi del Novecento è anche la più spericolata lettera d’amore che la storia ricordi. Un vero e proprio monumento di parole che Virginia Woolf erige a e per l’amata Vita Sackville-West – scrittrice e poetessa con cui Woolf ebbe una lunga relazione e un intenso sodalizio. Un amore che abbiamo voluto rendere ancora più esplicito\, punteggiando la drammaturgia del romanzo con brani dell’epistolario a Vita. Orlando è un inno a Vita e alla Vita\, nonché la testimonianza di una speranza estrema: mentre la vita dei corpi finisce\, quella delle parole è più lunga e diversa – abbatte i confini dei sessi\, delle identità\, perfino della morte.” \nFabrizio Sinisi / drammaturgia \n“La luce di Orlando è la luce bianca del cielo di una mattina radiosa. La luce di Orlando è la luce bianca della carta da scrivere\, prima di cominciare. Questi i pensieri che hanno guidato la disposizione del grappolo di proiettori tra i quali si innalza il tronco robusto di un albero senza chioma\, come poeticamente disegnato da Giuseppe Stellato. Sono anzi sia la chioma che il cielo sotto il quale stanno Orlando\, Virginia\, Anna ed il suo pubblico assorto ad ascoltarla. Mi piace pensare che sia tutta quella luce bianca a condensarsi e raggiungere il suolo trasformandosi in carta\, in tanti fogli bianchi che attendono che le parole si trasformino in segni. Ancora una volta la luce è convocata a testimoniare e rendere possibile che l’astrazione si trasformi sulla scena in realtà da abitare. “Orlando alzò gli occhi e vide qualcosa di astratto che sta tra le colline o nel cielo oltre il quale non c’è nulla che conti; in cui io riposo e continuerò a esistere. Questa cosa io chiamo realtà.” (Virginia Woolf – Diari)” \nPasquale Mari / luce \n“Immaginare uno spazio scenico che accogliesse le parole scritte da Virginia Woolf per Orlando\, è stata una sfida per nulla semplice. Un testo che\, tra le altre cose\, racconta proprio la difficoltà della parola di descrivere la natura\, la bellezza. Alla fine\, tutto confluiva qui\, nella ricerca di un connubio\, di un punto d’incontro tra natura e letteratura\, tra la bellezza di un albero e il fallimento di qualsiasi forma d’arte che provi a raccontare questa bellezza. E quindi un tronco di quercia in mezzo ad un prato quadrato\, un albero la cui chioma è fatta da luci\, tralicci\, americane: una fetta di realtà trasportata in uno spazio teatrale\, quel luogo magico dove da un albero\, al posto di una foglia\, può cadere un foglio bianco…” \nGiuseppe Stellato / spazio scenico \n“Il suono\, lontano e intimo\, di una campana scandisce un tempo indefinito e sospeso. Una musica nasce da quelle pagine così tormentate e vitali; è la Sinfonia n. 6 (Patetica) di Čajkovskij. L’ultima.” \nG.U.P. Alcaro / musica \n“Un abito veste e spesso determina\, un costume teatrale veste e crea mondi. In scena c’è Virginia Woolf e il momento in cui visse\, ma anche un blu polveroso che ricorda il vasto cielo comune a tutte le epoche\, una seta impalpabile e ariosa che rimanda ai fasti del ‘500\, un cinturone maschile e una gonna femminile pronta a gonfiarsi a ogni danzante giravolta. Il costume accompagna discretamente il racconto di un’anima appassionata e in ricerca di sé grazie ai piccoli dettagli che lo compongono\, senza troppo definire e chiudere\, mettendosi in dialogo con il corpo l’attrice che lo veste e lo sveste – magnificamente – e con il vasto e concettuale spazio che li contiene entrambi.” \nIlaria Ariemme / costumi
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SUMMARY:MISURARE IL SALTO DELLE RANE
DESCRIPTION:Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo \nDrammaturgia Gabriele Di Luca\nRegia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti\nCon Elsa Bossi\, Marina Occhionero e Chiara Stoppa\nAssistente alla regia Matteo Berardinelli\nMusiche originali Massimiliano Setti\nScene Enzo Mologni\nCostumi Elisabetta Zinelli\nDirezione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi\nRealizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due\nRealizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due\nIllustrazione locandina Federico Bassi e Giacomo Trivellini\nFoto di scena Simone Infantino\n Organizzazione Luisa Supino e Francesco Pietrella\nUfficio stampa Raffaella Ilari \nUna produzione Fondazione Teatro Due\, Accademia Perduta/Romagna Teatri\, Teatro Stabile d’Abruzzo\, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival\nin collaborazione con Asti Teatro 47 \nMisurare il salto delle rane è una dark comedy ambientata in un piccolo paese di pescatori tra gli anni ’80 e ’90. Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. Dal 2008 collabora stabilmente con ATIR Milano\, di cui è anche presidente per sei anni\, e prende parte a numerosi spettacoli diretti da Serena Sinigaglia. Dal 2023 lavora con la compagnia Orsini e Massimo Popolizio. Affianca all’attività attoriale la regia e la conduzione di laboratori e spettacoli con persone con disabilità e con bambini e ragazzi. È co-autrice e interprete di testi teatrali originali.
URL:https://cavalieridicultura.it/evento/misurare-il-salto-delle-rane/2026-02-05/
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Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. 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DESCRIPTION:Andrea De Rosa / Fabrizio Sinisi / Anna Della Rosa / Virginia Woolf\nTPE Teatro Astra \ndal romanzo di Virginia Woolf\ne dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West Scrivi sempre a mezzanotte (Donzelli) \ndrammaturgia Fabrizio Sinisi\ntraduzione Nadia Fusini\nregia Andrea De Rosa\ncon Anna Della Rosa\nscene Giuseppe Stellato\nluci Pasquale Mari\nsuono G.U.P. Alcaro\ncostumi Ilaria Ariemme\naiuto regia Paolo Costantini\nmusica di scena Sinfonia n.6 (Patetica) di Čajkovskij \nproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa \ndurata 60 min \nIl 9 ottobre del 1927\, Virginia Woolf scrive una lettera all’amata Vita Sackville-West: “Supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Di’ sì o no”. Vita non si sottrae\, accettando di diventare oggetto\, musa\, modello e interlocutrice di uno dei romanzi più originali della letteratura moderna. La scrittura di Orlandonasce così: come un omaggio d’amore\, un atto di gioia offerto a una donna e al mondo. Intersecandosi continuamente con la vita della scrittrice\, in un enigmatico intreccio tra opera e biografia\, la vicenda di Orlando – nato uomo nel XVI secolo\, vissuto per più di quattrocento anni\, e mistericamente transitato nel Femminile – si trasforma in questo spettacolo in un inno all’estasi ma anche all’ossessione della letteratura: una lunga\, straordinaria lettera d’amore in forma di romanzo. \n“Oltre che un classico di sconvolgente attualità\, Orlando è un inno alla gioia esuberante dell’avventura\, alla libertà\, al godimento sessuale; un manifesto alla possibilità di prenderselo\, il piacere\, secondo modelli alternativi alle leggi del conformismo patriarcale.” \nNadia Fusini \n“L’identità è un fantasma. Dal momento in cui cominciamo a definirci come esseri umani adulti\, stabiliamo dei confini entro i quali ci rintaniamo. Ma\, per fortuna o per avventura\, la vita spazza via tutto e travolge quegli steccati che tanto pazientemente avevamo costruito per proteggerci. Trascinati dalla inesauribile vitalità del suo Orlando\, Virginia Woolf ci invita a viaggiare nello spazio e nel tempo\, a oltrepassare quello steccato che ci tiene imprigionati nella trappola dell’identità\, del maschile\, del femminile\, e di tutte quelle convenzioni che sono solo il frutto del tempo in cui viviamo.” \nAndrea De Rosa \n“Può un’opera letteraria essere al contempo una lettera d’amore? Orlando dimostra di sì: uno dei più straordinari romanzi del Novecento è anche la più spericolata lettera d’amore che la storia ricordi. Un vero e proprio monumento di parole che Virginia Woolf erige a e per l’amata Vita Sackville-West – scrittrice e poetessa con cui Woolf ebbe una lunga relazione e un intenso sodalizio. Un amore che abbiamo voluto rendere ancora più esplicito\, punteggiando la drammaturgia del romanzo con brani dell’epistolario a Vita. Orlando è un inno a Vita e alla Vita\, nonché la testimonianza di una speranza estrema: mentre la vita dei corpi finisce\, quella delle parole è più lunga e diversa – abbatte i confini dei sessi\, delle identità\, perfino della morte.” \nFabrizio Sinisi / drammaturgia \n“La luce di Orlando è la luce bianca del cielo di una mattina radiosa. La luce di Orlando è la luce bianca della carta da scrivere\, prima di cominciare. Questi i pensieri che hanno guidato la disposizione del grappolo di proiettori tra i quali si innalza il tronco robusto di un albero senza chioma\, come poeticamente disegnato da Giuseppe Stellato. Sono anzi sia la chioma che il cielo sotto il quale stanno Orlando\, Virginia\, Anna ed il suo pubblico assorto ad ascoltarla. Mi piace pensare che sia tutta quella luce bianca a condensarsi e raggiungere il suolo trasformandosi in carta\, in tanti fogli bianchi che attendono che le parole si trasformino in segni. Ancora una volta la luce è convocata a testimoniare e rendere possibile che l’astrazione si trasformi sulla scena in realtà da abitare. “Orlando alzò gli occhi e vide qualcosa di astratto che sta tra le colline o nel cielo oltre il quale non c’è nulla che conti; in cui io riposo e continuerò a esistere. Questa cosa io chiamo realtà.” (Virginia Woolf – Diari)” \nPasquale Mari / luce \n“Immaginare uno spazio scenico che accogliesse le parole scritte da Virginia Woolf per Orlando\, è stata una sfida per nulla semplice. Un testo che\, tra le altre cose\, racconta proprio la difficoltà della parola di descrivere la natura\, la bellezza. Alla fine\, tutto confluiva qui\, nella ricerca di un connubio\, di un punto d’incontro tra natura e letteratura\, tra la bellezza di un albero e il fallimento di qualsiasi forma d’arte che provi a raccontare questa bellezza. E quindi un tronco di quercia in mezzo ad un prato quadrato\, un albero la cui chioma è fatta da luci\, tralicci\, americane: una fetta di realtà trasportata in uno spazio teatrale\, quel luogo magico dove da un albero\, al posto di una foglia\, può cadere un foglio bianco…” \nGiuseppe Stellato / spazio scenico \n“Il suono\, lontano e intimo\, di una campana scandisce un tempo indefinito e sospeso. Una musica nasce da quelle pagine così tormentate e vitali; è la Sinfonia n. 6 (Patetica) di Čajkovskij. L’ultima.” \nG.U.P. Alcaro / musica \n“Un abito veste e spesso determina\, un costume teatrale veste e crea mondi. In scena c’è Virginia Woolf e il momento in cui visse\, ma anche un blu polveroso che ricorda il vasto cielo comune a tutte le epoche\, una seta impalpabile e ariosa che rimanda ai fasti del ‘500\, un cinturone maschile e una gonna femminile pronta a gonfiarsi a ogni danzante giravolta. Il costume accompagna discretamente il racconto di un’anima appassionata e in ricerca di sé grazie ai piccoli dettagli che lo compongono\, senza troppo definire e chiudere\, mettendosi in dialogo con il corpo l’attrice che lo veste e lo sveste – magnificamente – e con il vasto e concettuale spazio che li contiene entrambi.” \nIlaria Ariemme / costumi
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LOCATION:Teatro Vascello\, Via Giacinto Carini\, 78\, Roma\, RM\, 00152
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SUMMARY:MISURARE IL SALTO DELLE RANE
DESCRIPTION:Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo \nDrammaturgia Gabriele Di Luca\nRegia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti\nCon Elsa Bossi\, Marina Occhionero e Chiara Stoppa\nAssistente alla regia Matteo Berardinelli\nMusiche originali Massimiliano Setti\nScene Enzo Mologni\nCostumi Elisabetta Zinelli\nDirezione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi\nRealizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due\nRealizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due\nIllustrazione locandina Federico Bassi e Giacomo Trivellini\nFoto di scena Simone Infantino\n Organizzazione Luisa Supino e Francesco Pietrella\nUfficio stampa Raffaella Ilari \nUna produzione Fondazione Teatro Due\, Accademia Perduta/Romagna Teatri\, Teatro Stabile d’Abruzzo\, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival\nin collaborazione con Asti Teatro 47 \nMisurare il salto delle rane è una dark comedy ambientata in un piccolo paese di pescatori tra gli anni ’80 e ’90. Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori\, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato\, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno\, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità\, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. \nPartendo da questo habitat\, Misurare il salto delle rane\, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo\, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue\, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che\, in modo diverso\, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. Dal 2008 collabora stabilmente con ATIR Milano\, di cui è anche presidente per sei anni\, e prende parte a numerosi spettacoli diretti da Serena Sinigaglia. Dal 2023 lavora con la compagnia Orsini e Massimo Popolizio. Affianca all’attività attoriale la regia e la conduzione di laboratori e spettacoli con persone con disabilità e con bambini e ragazzi. È co-autrice e interprete di testi teatrali originali.
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Tre età\, tre mondi\, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze\, scavate da lutti e assenze\, ma anche da rinascite\, alleanze e complicità profonde. \nNucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne\, endemiche nei contesti rurali dell’epoca\, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento. \nLo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza\, il dolore e il riso\, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali\, momenti di puro lirismo e gesti simbolici\, che si intrecciano nella narrazione\, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità\, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo\, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti\, a cercare la bellezza nei gesti semplici\, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano\, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi\, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera. \nNOTE DI DRAMMATURGIA\ndi Gabriele Di Luca \nMisurare il salto delle rane è un titolo enigmatico ed evocativo. La rana\, creatura anfibia\, vive tra due mondi: è simbolo di metamorfosi e adattamento\, ma anche di resilienza e forza femminile primordiale. Il suo salto rappresenta un movimento di trasformazione\, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo. Questo titolo assume molteplici significati per le protagoniste: Lori è intrappolata in una stasi emotiva\, incapace di compiere quel salto necessario per elaborare il lutto. Per Betti\, con la sua ossessione per le gare di salto\, ogni centimetro guadagnato da Froggy è una piccola vittoria contro un destino che l’ha marchiata come pazza. Iris ha già compiuto un salto significativo\, abbandonando la sua vita agiata per seguire l’impulso di consegnare quel messaggio\, ma si trova ora a dover decidere se continuare verso una verità potenzialmente distruttiva o retrocedere nella sicurezza delle convenzioni. Misurare questi salti è un’impresa impossibile: come quantificare il coraggio\, la disperazione\, la speranza? Come calcolare la distanza emotiva tra un prima e un dopo segnato dal trauma? In un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere\, il salto diventa anche atto politico: scegliere di non restare immobili\, di non accettare passivamente il ruolo imposto. Le tre protagoniste\, ciascuna a suo modo\, saltano oltre le convenzioni\, rifiutando di rimanere intrappolate nei ruoli prescritti di madre perfetta\, donna “normale” o moglie ideale. \n Carrozzeria Orfeo\nGabriele Di Luca e Massimiliano Setti\, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo\, compagnia teatrale professionista fondata nel 2007 insieme a Luisa Supino\, una società cooperativa di impresa sociale\, con sede a Mantova\, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti\, 1 film\, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram\, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo\, 5 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press\, 14 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano\, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop\, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo\, mescola i generi\, fonde il divertimento al dramma\, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico\, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia. \nElsa Bossi\, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova\, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate\, Premio Ubu 1991\, Pinocchio\, Amleto\, Le mille e una notte) e lavora\, tra gli altri\, con Gallione\, Sciaccaluga\, Garella\, Solari\, Pezzoli\, Musso\, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot\, Ada. La solitaria da Ada Negri\, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini\, La logica delle cosee 0\,9 Ampere. \nMarina Occhionero si diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” e al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. Lavora con Oscar De Summa (Riccardo III\, La cerimonia)\, ERT Emilia Romagna Teatro (Lettere a Nour\, Per il tuo bene)\, Mario Scandale\, Shammah (Il malato immaginario\, Il Misantropo) e Frati (Il barone rampante). Al cinema ha recitato in La ragazza nella nebbia\, Il primo Re\, House of Gucci\, In viaggio con Adele\, Genitori quasi perfetti\, Il talento del calabrone. In TV partecipa alle serie Monterossi\, Studio Battaglia e Petra. È vincitrice del Premio Reiter e del Premio Ubu 2019 come miglior attrice under 35. \nChiara Stoppa si diploma alla scuola del Piccolo Teatro nel 2002\, lavorando con Luca Ronconi\, poi con Patroni Griffi\, Franca Valeri\, Marinoni\, De Bosio. 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