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SUMMARY:ANTOLOGIA DANCO
DESCRIPTION:Scritto e diretto da Eleonora Danco \nCon Eleonora Danco e cast in via di definizione.\nMusiche scelte da Marco Tecce\nScenografia Mario Antonini\nDisegno Luci Eleonora Danco\nRegia Eleonora Danco \nProduzione La Fabbrica dell’Attore \nAntologia Danco comprende tre spettacoli tra i più significativi della produzione di Eleonora Danco. dEversivo (2017)\, Sabbia (2007)\, Intrattenimento Violento (speciale) (2010) \nAutentica irregolare della scena\, Eleonora Danco è un fenomeno di culto\, come scrittrice e interprete di testi corsari\, una performer in grado di alimentare un fluxus joyciano. Regista teatrale e cinematografica\, drammaturga e performer. È l’unica autrice kamikaze italiana che più mette a repentaglio il corpo\, un’audace sperimentatrice di linguaggi\, temi\, ritmi\, provocazioni e ironie. \nParagonata a Pasolini\, la sua è una scrittura d’immagini e d’impatto evocativo\, che arriva allo stomaco dello spettatore. Un linguaggio universale libero\, visionario\, toccante\, che ha fatto letteralmente scuola\, con i suoi seminari per giovani attori e drammaturghi e che da più di vent’anni diverte e commuove il pubblico. Torna in scena al Teatro Vascello con un Antologia Danco comprendente tre dei suoi spettacoli cult.
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LOCATION:Teatro Vascello\, Via Giacinto Carini\, 78\, Roma\, RM\, 00152
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DESCRIPTION:testo inedito di Fabrizia Ramondino \nregia e scene Mario Martone\ncon la collaborazione di Ippolita di Majo\ncon Lino Musella\, Iaia Forte\, Tania Garribba\, Totò Onnis\, India Santella\, Matteo De Luca\ncostumi Ortensia De Francesco\nluci Cesare Accetta\ncon i contributi di Ernesto Tatafiore (strumenti musicali)\, Pasquale Scialò (sinfonia degli attacchi)\, Anna Redi (tango)\nassistente alle scene Mauro Rea\nassistente ai costumi Federica Del Gaudio\nassistente alla regia tirocinante Università degli Studi di Napoli “Suor Orsola Benincasa” Sharon Amato\nassistente alla regia volontario Gianluca Bonagura\ndirettore di scena Domenico Riso\nmacchinista Nunzio Romano\nfonico Italo Buonsenso\nelettricista Samos Santella\nsarta Roberta Mattera\nfoto di scena Mario Spada \ni diritti dell’opera sono concessi da Zachar International\, Milano\nsi ringrazia per la collaborazione Pietro Tatafiore\nproduzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale \nDurata: 70 minuti (atto unico) \nFabrizia Ramondino cominciò a frequentare assiduamente il teatro dopo l’esperienza della sceneggiatura di Morte di un matematico napoletano che scrivemmo insieme. Si divertiva moltissimo col mondo dei registi\, degli attori\, dei nuovi autori che veniva a scoprire. Folgorante fu l’incontro con i testi di Thomas Bernhard\, che la spinsero a tuffarsi nella scrittura teatrale. Non per un processo imitativo ma perché vedeva come quella forma drammaturgica poteva corrispondere al suo bisogno di espressione autobiografica diretta\, radicale\, anche violenta nel caso\, e al tempo stesso consentire l’elaborazione di una lingua immaginifica\, colta e complessa\, così come le si addiceva.\nA distanza di trent’anni dalla messa in scena di Terremoto con madre e figlia sono felice di portare all’attenzione degli spettatori un altro suo testo\, Stanza con compositore\, donne\, strumenti musicali\, ragazzo\, che spero contribuisca a mettere in luce Fabrizia Ramondino come autrice della nostra contemporaneità. Le sue prose come il suo teatro esplorano coraggiosamente sentieri espressivi che oggi vengono praticati dagli autori e autrici più interessanti\, credo che Fabrizia sia stata una precorritrice. Mario Martone \nUn uomo\, un compositore\, dal chiuso della sua stanza\, si rivolge al mondo esterno. Nel flusso di questo monologare sbalzano fuori le figure cardine del suo mondo interiore: gli affetti più cari e gli strumenti musicali. Un teatro della mente scolpito da versi che colpiscono al cuore.
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SUMMARY:LA SORELLA MIGLIORE
DESCRIPTION:di Filippo Gili \ncon Vanessa Scalera\ne con Giovanni Anzaldo e Michela Martini\nregia Francesco Frangipane\nproduzione Argot Produzioni e Infinito Teatro\nin collaborazione con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito \nDurata 90′ \nUn intenso e appassionante dramma familiare dove l’amore si scontra e fa a botte con il senso di colpa e il rimorso\, in un turbinio di sentimenti e riflessioni su ciò che è giusto\, che è morale.\nCome cambierebbe la vita di un uomo\, anni prima colpevole di un gravissimo omicidio stradale\, se venisse a sapere che la donna da lui investita e uccisa avrebbe avuto\, per chissà quale male\, nell’istante dell’incidente\, solo tre mesi di vita?\nSarebbe riuscito a sopportare\, con minor peso\, gli anni del dolo e del lutto\, gli stessi in cui vivono per chissà quanti anni ancora\, le persone legate alla donna uccisa?\nE quanto sarebbe giusto offrire alla coscienza di un uomo\, macchiatosi di una tale nefandezza\, una scorciatoia verso la leggerezza\, verso la diluizione di un tale peso? Ma poi siamo così sicuri che un familiare\, una strana sorella\, per quanto possa amare lo stolto\, gli regalerebbe questa comoda verità? Oppure a suo modo\, mettendo da parte l’amore e forse per chissà quali pregressi gliela farebbe comunque scontare?
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DESCRIPTION:scritto e diretto da Valentina Esposito \ncon Alessandro Bernardini\, Fabio Camassa\, Luca Carrieri\, Matteo Cateni\, Chiara Cavalieri\, Viola Centi\, Massimiliano De Rossi\, Roberto Fiorentino\, Sofia Iacuitto\, Gabriella Indolfi\, Giulio Maroncelli\, Claudia Marsicano\, Giancarlo Porcacchia\, Cristina Vagnoli\, Camila Urbano\naiuto regia Bruno Mello Castanho\ncostumi Mari Caselli\nassistente costumista Costanza Solaro Del Borgo\nfantocci Mari Caselli e Costanza Solaro Del Borgo\nsarta Iris Ros\nteste in lattice Gemelli Magrì\nideazione scenografica Valentina Esposito\npupazza Edoardo Timmi\nmusiche Luca Novelli\nluci Alessio Pascale\nfonico Simone Colaiacomo\nfoto di scena Ilaria Giorgi\nufficio stampa Carla Fabi e Roberta Savona \nUna produzione Fort Apache Cinema Teatro   \nCon il sostegno di Ministero della Cultura\, Regione Lazio\, Fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese\, Sapienza Università di Roma \nIn collaborazione con Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio\, Artisti 7607\, CAE – Città dell’Altra Economia di Roma. \nSi ringrazia: Gieffe Tessuti srl \nDurata 55′ \nSinossi: \nNei giorni di martedì grasso e mercoledì delle ceneri un paese di provincia festeggia il Carnevale\, tra sfilate di carri allegorici\, balli e rituali goderecci. Nel divertimento generale\, la parata grottesca di fantocci amatoriali e pupazze date alle fiamme disvela una feroce comunità “in maschera” e il fattaccio che tempo prima ha macchiato il paese\, nella consuetudine di violenze familiari e sociali\, abusi e falsi pentimenti che si ripetono ciclicamente come la festa. \nTemi principali \nLo spettacolo affronta il tema della violenza di genere e della cultura patriarcale e omertosa che la legittima\, degli abusi sulle donne\, dei corpi feriti fino alla negazione dell’identità. Carnevale\, provincia e riti popolari fanno da cornice alla feroce interpretazione delle attrici e degli attori ex detenuti della Compagnia\, in un allestimento visionario tra maschere della tradizione teatrale rivisitate dalla costumista Mari Caselli\, fantocci in lattice realizzati dai maestri degli effetti speciali Gemelli Magrì e musiche originali di Luca Novelli (Mokadelic). \nNote di regia  \nMercoledì delle ceneri è una storia di violenza popolare. Una di quelle storie che si possono raccontare dappertutto e a tutti quanti\, una di quelle storie che le capiscono anche i bambini\, tanto sono conosciute\, tanto sono familiari\, ma che tutti devono riascoltare perché ogni volta\, come per miracolo\, le dimenticano… tutte le volte le ascoltano\, le riconoscono e poi le dimenticano\, come se non l’avessero mai sentite\, come se non l’avessero mai conosciute. Pure se sono storie di tutti i giorni\, che si ripetono tutti i giorni\, lungo le strade\, dentro le case\, dentro le famiglie. E bisogna ricominciare sempre daccapo. \n FORT APACHE CINEMA TEATRO è l’unica Compagnia teatrale stabile in Italia ed Europa costituita da attori ex detenuti oggi professionisti di cinema e palcoscenico. È diretta da Valentina Esposito\, autrice e regista impegnata da quasi vent’anni nella conduzione di attività teatrali dentro e fuori le carceri italiane. Realizza produzioni cinematografiche e collabora con Sapienza Università di Roma in Progetti di Ricerca e Formazione.
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SUMMARY:LETTERE A BERNINI
DESCRIPTION:di Marco Martinelli \nin scena Marco Cacciola\ndisegno luci Luca Pagliano\nscenografia Edoardo Sanchi\nmusiche originali e sound design Marco Olivieri\ntecnico audio Paolo Baldini\nrealizzazione immagini video Filippo Ianiero\nideazione Marco Martinelli\, Ermanna Montanari\nregia Marco Martinelli \ncoproduzione Albe / Ravenna Teatro – Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale \nDurata 75′ \nLettere a Bernini si svolge interamente in un giorno d’estate dell’anno 1667\, esattamente il 3 agosto.\nIn scena\, nel suo studio di scultore\, pittore e architetto\, il vecchio Gian Lorenzo Bernini\, la massima autorità artistica della Roma barocca\, è infuriato con Francesca Bresciani\, intagliatrice di lapislazzuli che ha lavorato per lui nella Fabbrica di San Pietro e che ora lo accusa\, di fronte ai cardinali\, di non pagarle il giusto prezzo per il suo lavoro.\nNell’infuriarsi con la donna\, Bernini evoca l’ombra dell’odiato rivale\, Francesco Borromini\, il geniale architetto ticinese. Un’evocazione ‘in absentia’\, al pari di quelle dei suoi allievi\, ai quali Bernini si rivolge\, discutendo con loro\, mettendoli in posa\, facendoli recitare nelle commedie da lui scritte e dirette\, perché imparino a incarnare gli ‘affetti’\, i sentimenti che dovranno trasferire nel marmo.\nQuando\, poi\, giungerà la notizia inaspettata del suicidio di Borromini\, la furia cederà il passo alla pietas: per la tremenda depressione che aveva colpito il rivale in quegli ultimi anni e\, al contempo\, per l’incessante guerra che gli artisti si fanno\, tutti contro tutti\, per il loro ‘sgomitare sotto il cielo’\, come direbbe Thomas Bernhard.\nTravolto da quella pietas\, Bernini giungerà a riconsiderare l’opera del collega\, riconoscendone l’alto valore.\nChi può comprendere fino in fondo la grandezza di un artista? Il suo rivale. Il suo avversario. Il suo simile.\nAttraverso una drammaturgia in cui la voce monologante dell’attore e quella di Bernini si rincorrono e sovrappongono senza soluzione di continuità a generare sulla scena\, come scolpendo nel vuoto\, presenze\, figure e ricordi\, l’opera di Martinelli ci mostra un Seicento che parla di noi\, sospeso tra il secolo della Scienza nuova e l’attuale imbarbarimento\, sempre più incombente. \nRingraziamenti a Valerio Apice\, Paolo Betta\, Bassi Service\, Nicolò Calandrini\, Assunta di Sante\, Moretti Marmi Graniti s.r.l.\, Gianfelice Facchetti\, Giovanni Gardini\, Roberto Magnani\,  Giuseppe Pagliano\, Massimo Pellegrinetti\, Martina Pisoni\, Simona Turriziani  e a Melania G. Mazzucco per una citazione dal romanzo L’architettrice (Einaudi\, Torino 2019) \nMarco Martinelli è drammaturgo\, regista di teatro e di cinema\, fondatore del Teatro delle Albe (1983) insieme a Ermanna Montanari\, con la quale ne condivide la direzione artistica. Le sue drammaturgie sono pubblicate e messe in scena in Italia e in altre dieci lingue nel mondo. Numerosi i riconoscimenti nazionali e internazionali ricevuti: sette Premi Ubu (l’Oscar del teatro italiano) come regista\, drammaturgo\, pedagogo; il Premio Mess del Festival di Sarajevo\, il Premio Hystrio alla regia\, il Premio alla Carriera assegnato dal Festival “Les Journées Theatrales de Carthage” (Tunisi). Nel 2016 pubblica Aristofane a Scampia (Ponte alle Grazie) in cui racconta l’esperienza della non-scuola\, nata a Ravenna e divenuta un paradigma pedagogico in ambito internazionale. Il libro\, tradotto in francese e pubblicato da Actes Sud\, ha ricevuto il Prix de la Critique come “miglior libro sul teatro” del 2021. Nel campo cinematografico ha realizzato i film Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (2017)\, The Sky over Kibera (2019)\, ER (2020)\, fedeli d’Amore (2021).  Nel 2024 è stato nominato\, insieme a Ermanna Montanari\, alla direzione artistica del Festival Internazionale Ciclo dei Classici del Teatro Olimpico di Vicenza. \nMarco Cacciola si diploma all’Accademia dei Filodrammatici di Milano nel 1999 e lo stesso anno vince il premio come miglior attore alla VI Rassegna Nazionale delle Accademie e Scuole di Teatro. Negli anni successivi studia ancora con Danio Manfredini\, Peter Clough\, Monique Arnaud\, Peter Brook\, Bruce Myers\, Sotigui Kouyaté. Come attore il suo percorso artistico è stato legato per più di 10 anni ad Antonio Latella\, sotto la cui direzione ha preso parte a molti spettacoli in Italia e all’estero. Ha lavorato anche con Guido De Monticelli\, Bruno Fornasari\, Andrée Ruth Shammah\, Stefano Tomassini\, Elio De Capitani\, Ferdinando Bruni\, Corrado Accordino\, Sergio Fantoni\, Ottavia Piccolo\, Claudio Autelli\, Giorgio Albertazzi\, Konstantin Bogomolov. Nel 2010 fonda\, insieme a Michelangelo Dalisi e Francesco Villano\, la Compagnia indipendente InBalìa. \nEdoardo Sanchi Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Dal 1985 al 1990 ha svolto attività in qualità di assistente alla scenografia per allestimenti firmati da Margherita Palli. Come scenografo ha lavorato in moltissimi teatri e festival italiani ed europei collaborando con numerosi registi di teatro\, opera e danza. É stato invitato dal VCA (Università di Melbourne\, Australia) come Professor in Residence a condurre un master di Scenograﬁa. Dal 2003 ha insegnato Scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera\, Accademia di Belle Arti di Venezia e Accademia di Belle Arti di Carrara ed è docente per il biennio magistrale di scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera. \nLuca Pagliano diplomato come tecnico di palcoscenico alla Paolo Grassi e al SAE INSTITUTE di Milano\, ha lavorato come fonico con diversi artisti\, curato la direzione tecnica del festival di Olinda-Milano\, per poi iniziare stabilmente la collaborazione con le Albe come light designer e co-direttore tecnico in particolare di Malagola Centro di ricerca vocale e sonora fondato e diretto da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi. Ha firmato il disegno luci per due lavori della 77esima edizione del Ciclo dei Classici all’Olimpico di Vicenza con la direzione di Montanari e Martinelli: Moltitudine In Cadenza\, Percuotendo di Giovanni Lindo Ferretti e Notte delle voci diretto da Montanari. \nMarco Olivieri sound designer e compositore ha collaborato con musicisti e artisti di fama internazionale sia in live che in studio. Ha ricoperto i ruoli di fonico di palco\, fonico Front of House\, P.A. manager\, recording engineer. mixing engineer\, sound designer\, direttore tecnico di festival ed eventi musicali. Opera anche in ambito teatrale e performativo\, realizzando progetti e ricerche sulla spazializzazione sonora e la sonorizzazione di spazi non convenzionali collaborando anche al centro di ricerca vocale e sonora MALAGOLA. Tra le diverse collaborazioni: Massive Attack\, Lou Reed\, Scott Gibbons\, Bob Wilson\, Stefano Scodanibbio\, Raffaello Sanzio\, Teatro delle Albe e molti altri.
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Un’evocazione ‘in absentia’\, al pari di quelle dei suoi allievi\, ai quali Bernini si rivolge\, discutendo con loro\, mettendoli in posa\, facendoli recitare nelle commedie da lui scritte e dirette\, perché imparino a incarnare gli ‘affetti’\, i sentimenti che dovranno trasferire nel marmo.\nQuando\, poi\, giungerà la notizia inaspettata del suicidio di Borromini\, la furia cederà il passo alla pietas: per la tremenda depressione che aveva colpito il rivale in quegli ultimi anni e\, al contempo\, per l’incessante guerra che gli artisti si fanno\, tutti contro tutti\, per il loro ‘sgomitare sotto il cielo’\, come direbbe Thomas Bernhard.\nTravolto da quella pietas\, Bernini giungerà a riconsiderare l’opera del collega\, riconoscendone l’alto valore.\nChi può comprendere fino in fondo la grandezza di un artista? Il suo rivale. Il suo avversario. Il suo simile.\nAttraverso una drammaturgia in cui la voce monologante dell’attore e quella di Bernini si rincorrono e sovrappongono senza soluzione di continuità a generare sulla scena\, come scolpendo nel vuoto\, presenze\, figure e ricordi\, l’opera di Martinelli ci mostra un Seicento che parla di noi\, sospeso tra il secolo della Scienza nuova e l’attuale imbarbarimento\, sempre più incombente. \nRingraziamenti a Valerio Apice\, Paolo Betta\, Bassi Service\, Nicolò Calandrini\, Assunta di Sante\, Moretti Marmi Graniti s.r.l.\, Gianfelice Facchetti\, Giovanni Gardini\, Roberto Magnani\,  Giuseppe Pagliano\, Massimo Pellegrinetti\, Martina Pisoni\, Simona Turriziani  e a Melania G. Mazzucco per una citazione dal romanzo L’architettrice (Einaudi\, Torino 2019) \nMarco Martinelli è drammaturgo\, regista di teatro e di cinema\, fondatore del Teatro delle Albe (1983) insieme a Ermanna Montanari\, con la quale ne condivide la direzione artistica. Le sue drammaturgie sono pubblicate e messe in scena in Italia e in altre dieci lingue nel mondo. Numerosi i riconoscimenti nazionali e internazionali ricevuti: sette Premi Ubu (l’Oscar del teatro italiano) come regista\, drammaturgo\, pedagogo; il Premio Mess del Festival di Sarajevo\, il Premio Hystrio alla regia\, il Premio alla Carriera assegnato dal Festival “Les Journées Theatrales de Carthage” (Tunisi). Nel 2016 pubblica Aristofane a Scampia (Ponte alle Grazie) in cui racconta l’esperienza della non-scuola\, nata a Ravenna e divenuta un paradigma pedagogico in ambito internazionale. Il libro\, tradotto in francese e pubblicato da Actes Sud\, ha ricevuto il Prix de la Critique come “miglior libro sul teatro” del 2021. Nel campo cinematografico ha realizzato i film Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (2017)\, The Sky over Kibera (2019)\, ER (2020)\, fedeli d’Amore (2021).  Nel 2024 è stato nominato\, insieme a Ermanna Montanari\, alla direzione artistica del Festival Internazionale Ciclo dei Classici del Teatro Olimpico di Vicenza. \nMarco Cacciola si diploma all’Accademia dei Filodrammatici di Milano nel 1999 e lo stesso anno vince il premio come miglior attore alla VI Rassegna Nazionale delle Accademie e Scuole di Teatro. Negli anni successivi studia ancora con Danio Manfredini\, Peter Clough\, Monique Arnaud\, Peter Brook\, Bruce Myers\, Sotigui Kouyaté. Come attore il suo percorso artistico è stato legato per più di 10 anni ad Antonio Latella\, sotto la cui direzione ha preso parte a molti spettacoli in Italia e all’estero. Ha lavorato anche con Guido De Monticelli\, Bruno Fornasari\, Andrée Ruth Shammah\, Stefano Tomassini\, Elio De Capitani\, Ferdinando Bruni\, Corrado Accordino\, Sergio Fantoni\, Ottavia Piccolo\, Claudio Autelli\, Giorgio Albertazzi\, Konstantin Bogomolov. Nel 2010 fonda\, insieme a Michelangelo Dalisi e Francesco Villano\, la Compagnia indipendente InBalìa. \nEdoardo Sanchi Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Dal 1985 al 1990 ha svolto attività in qualità di assistente alla scenografia per allestimenti firmati da Margherita Palli. Come scenografo ha lavorato in moltissimi teatri e festival italiani ed europei collaborando con numerosi registi di teatro\, opera e danza. É stato invitato dal VCA (Università di Melbourne\, Australia) come Professor in Residence a condurre un master di Scenograﬁa. Dal 2003 ha insegnato Scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera\, Accademia di Belle Arti di Venezia e Accademia di Belle Arti di Carrara ed è docente per il biennio magistrale di scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera. \nLuca Pagliano diplomato come tecnico di palcoscenico alla Paolo Grassi e al SAE INSTITUTE di Milano\, ha lavorato come fonico con diversi artisti\, curato la direzione tecnica del festival di Olinda-Milano\, per poi iniziare stabilmente la collaborazione con le Albe come light designer e co-direttore tecnico in particolare di Malagola Centro di ricerca vocale e sonora fondato e diretto da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi. Ha firmato il disegno luci per due lavori della 77esima edizione del Ciclo dei Classici all’Olimpico di Vicenza con la direzione di Montanari e Martinelli: Moltitudine In Cadenza\, Percuotendo di Giovanni Lindo Ferretti e Notte delle voci diretto da Montanari. \nMarco Olivieri sound designer e compositore ha collaborato con musicisti e artisti di fama internazionale sia in live che in studio. Ha ricoperto i ruoli di fonico di palco\, fonico Front of House\, P.A. manager\, recording engineer. mixing engineer\, sound designer\, direttore tecnico di festival ed eventi musicali. Opera anche in ambito teatrale e performativo\, realizzando progetti e ricerche sulla spazializzazione sonora e la sonorizzazione di spazi non convenzionali collaborando anche al centro di ricerca vocale e sonora MALAGOLA. Tra le diverse collaborazioni: Massive Attack\, Lou Reed\, Scott Gibbons\, Bob Wilson\, Stefano Scodanibbio\, Raffaello Sanzio\, Teatro delle Albe e molti altri.
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Un’evocazione ‘in absentia’\, al pari di quelle dei suoi allievi\, ai quali Bernini si rivolge\, discutendo con loro\, mettendoli in posa\, facendoli recitare nelle commedie da lui scritte e dirette\, perché imparino a incarnare gli ‘affetti’\, i sentimenti che dovranno trasferire nel marmo.\nQuando\, poi\, giungerà la notizia inaspettata del suicidio di Borromini\, la furia cederà il passo alla pietas: per la tremenda depressione che aveva colpito il rivale in quegli ultimi anni e\, al contempo\, per l’incessante guerra che gli artisti si fanno\, tutti contro tutti\, per il loro ‘sgomitare sotto il cielo’\, come direbbe Thomas Bernhard.\nTravolto da quella pietas\, Bernini giungerà a riconsiderare l’opera del collega\, riconoscendone l’alto valore.\nChi può comprendere fino in fondo la grandezza di un artista? Il suo rivale. Il suo avversario. Il suo simile.\nAttraverso una drammaturgia in cui la voce monologante dell’attore e quella di Bernini si rincorrono e sovrappongono senza soluzione di continuità a generare sulla scena\, come scolpendo nel vuoto\, presenze\, figure e ricordi\, l’opera di Martinelli ci mostra un Seicento che parla di noi\, sospeso tra il secolo della Scienza nuova e l’attuale imbarbarimento\, sempre più incombente. \nRingraziamenti a Valerio Apice\, Paolo Betta\, Bassi Service\, Nicolò Calandrini\, Assunta di Sante\, Moretti Marmi Graniti s.r.l.\, Gianfelice Facchetti\, Giovanni Gardini\, Roberto Magnani\,  Giuseppe Pagliano\, Massimo Pellegrinetti\, Martina Pisoni\, Simona Turriziani  e a Melania G. Mazzucco per una citazione dal romanzo L’architettrice (Einaudi\, Torino 2019) \nMarco Martinelli è drammaturgo\, regista di teatro e di cinema\, fondatore del Teatro delle Albe (1983) insieme a Ermanna Montanari\, con la quale ne condivide la direzione artistica. Le sue drammaturgie sono pubblicate e messe in scena in Italia e in altre dieci lingue nel mondo. Numerosi i riconoscimenti nazionali e internazionali ricevuti: sette Premi Ubu (l’Oscar del teatro italiano) come regista\, drammaturgo\, pedagogo; il Premio Mess del Festival di Sarajevo\, il Premio Hystrio alla regia\, il Premio alla Carriera assegnato dal Festival “Les Journées Theatrales de Carthage” (Tunisi). Nel 2016 pubblica Aristofane a Scampia (Ponte alle Grazie) in cui racconta l’esperienza della non-scuola\, nata a Ravenna e divenuta un paradigma pedagogico in ambito internazionale. Il libro\, tradotto in francese e pubblicato da Actes Sud\, ha ricevuto il Prix de la Critique come “miglior libro sul teatro” del 2021. Nel campo cinematografico ha realizzato i film Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (2017)\, The Sky over Kibera (2019)\, ER (2020)\, fedeli d’Amore (2021).  Nel 2024 è stato nominato\, insieme a Ermanna Montanari\, alla direzione artistica del Festival Internazionale Ciclo dei Classici del Teatro Olimpico di Vicenza. \nMarco Cacciola si diploma all’Accademia dei Filodrammatici di Milano nel 1999 e lo stesso anno vince il premio come miglior attore alla VI Rassegna Nazionale delle Accademie e Scuole di Teatro. Negli anni successivi studia ancora con Danio Manfredini\, Peter Clough\, Monique Arnaud\, Peter Brook\, Bruce Myers\, Sotigui Kouyaté. Come attore il suo percorso artistico è stato legato per più di 10 anni ad Antonio Latella\, sotto la cui direzione ha preso parte a molti spettacoli in Italia e all’estero. Ha lavorato anche con Guido De Monticelli\, Bruno Fornasari\, Andrée Ruth Shammah\, Stefano Tomassini\, Elio De Capitani\, Ferdinando Bruni\, Corrado Accordino\, Sergio Fantoni\, Ottavia Piccolo\, Claudio Autelli\, Giorgio Albertazzi\, Konstantin Bogomolov. Nel 2010 fonda\, insieme a Michelangelo Dalisi e Francesco Villano\, la Compagnia indipendente InBalìa. \nEdoardo Sanchi Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Dal 1985 al 1990 ha svolto attività in qualità di assistente alla scenografia per allestimenti firmati da Margherita Palli. Come scenografo ha lavorato in moltissimi teatri e festival italiani ed europei collaborando con numerosi registi di teatro\, opera e danza. É stato invitato dal VCA (Università di Melbourne\, Australia) come Professor in Residence a condurre un master di Scenograﬁa. Dal 2003 ha insegnato Scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera\, Accademia di Belle Arti di Venezia e Accademia di Belle Arti di Carrara ed è docente per il biennio magistrale di scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera. \nLuca Pagliano diplomato come tecnico di palcoscenico alla Paolo Grassi e al SAE INSTITUTE di Milano\, ha lavorato come fonico con diversi artisti\, curato la direzione tecnica del festival di Olinda-Milano\, per poi iniziare stabilmente la collaborazione con le Albe come light designer e co-direttore tecnico in particolare di Malagola Centro di ricerca vocale e sonora fondato e diretto da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi. Ha firmato il disegno luci per due lavori della 77esima edizione del Ciclo dei Classici all’Olimpico di Vicenza con la direzione di Montanari e Martinelli: Moltitudine In Cadenza\, Percuotendo di Giovanni Lindo Ferretti e Notte delle voci diretto da Montanari. \nMarco Olivieri sound designer e compositore ha collaborato con musicisti e artisti di fama internazionale sia in live che in studio. Ha ricoperto i ruoli di fonico di palco\, fonico Front of House\, P.A. manager\, recording engineer. mixing engineer\, sound designer\, direttore tecnico di festival ed eventi musicali. Opera anche in ambito teatrale e performativo\, realizzando progetti e ricerche sulla spazializzazione sonora e la sonorizzazione di spazi non convenzionali collaborando anche al centro di ricerca vocale e sonora MALAGOLA. Tra le diverse collaborazioni: Massive Attack\, Lou Reed\, Scott Gibbons\, Bob Wilson\, Stefano Scodanibbio\, Raffaello Sanzio\, Teatro delle Albe e molti altri.
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Un’evocazione ‘in absentia’\, al pari di quelle dei suoi allievi\, ai quali Bernini si rivolge\, discutendo con loro\, mettendoli in posa\, facendoli recitare nelle commedie da lui scritte e dirette\, perché imparino a incarnare gli ‘affetti’\, i sentimenti che dovranno trasferire nel marmo.\nQuando\, poi\, giungerà la notizia inaspettata del suicidio di Borromini\, la furia cederà il passo alla pietas: per la tremenda depressione che aveva colpito il rivale in quegli ultimi anni e\, al contempo\, per l’incessante guerra che gli artisti si fanno\, tutti contro tutti\, per il loro ‘sgomitare sotto il cielo’\, come direbbe Thomas Bernhard.\nTravolto da quella pietas\, Bernini giungerà a riconsiderare l’opera del collega\, riconoscendone l’alto valore.\nChi può comprendere fino in fondo la grandezza di un artista? Il suo rivale. Il suo avversario. Il suo simile.\nAttraverso una drammaturgia in cui la voce monologante dell’attore e quella di Bernini si rincorrono e sovrappongono senza soluzione di continuità a generare sulla scena\, come scolpendo nel vuoto\, presenze\, figure e ricordi\, l’opera di Martinelli ci mostra un Seicento che parla di noi\, sospeso tra il secolo della Scienza nuova e l’attuale imbarbarimento\, sempre più incombente. \nRingraziamenti a Valerio Apice\, Paolo Betta\, Bassi Service\, Nicolò Calandrini\, Assunta di Sante\, Moretti Marmi Graniti s.r.l.\, Gianfelice Facchetti\, Giovanni Gardini\, Roberto Magnani\,  Giuseppe Pagliano\, Massimo Pellegrinetti\, Martina Pisoni\, Simona Turriziani  e a Melania G. Mazzucco per una citazione dal romanzo L’architettrice (Einaudi\, Torino 2019) \nMarco Martinelli è drammaturgo\, regista di teatro e di cinema\, fondatore del Teatro delle Albe (1983) insieme a Ermanna Montanari\, con la quale ne condivide la direzione artistica. Le sue drammaturgie sono pubblicate e messe in scena in Italia e in altre dieci lingue nel mondo. Numerosi i riconoscimenti nazionali e internazionali ricevuti: sette Premi Ubu (l’Oscar del teatro italiano) come regista\, drammaturgo\, pedagogo; il Premio Mess del Festival di Sarajevo\, il Premio Hystrio alla regia\, il Premio alla Carriera assegnato dal Festival “Les Journées Theatrales de Carthage” (Tunisi). Nel 2016 pubblica Aristofane a Scampia (Ponte alle Grazie) in cui racconta l’esperienza della non-scuola\, nata a Ravenna e divenuta un paradigma pedagogico in ambito internazionale. Il libro\, tradotto in francese e pubblicato da Actes Sud\, ha ricevuto il Prix de la Critique come “miglior libro sul teatro” del 2021. Nel campo cinematografico ha realizzato i film Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (2017)\, The Sky over Kibera (2019)\, ER (2020)\, fedeli d’Amore (2021).  Nel 2024 è stato nominato\, insieme a Ermanna Montanari\, alla direzione artistica del Festival Internazionale Ciclo dei Classici del Teatro Olimpico di Vicenza. \nMarco Cacciola si diploma all’Accademia dei Filodrammatici di Milano nel 1999 e lo stesso anno vince il premio come miglior attore alla VI Rassegna Nazionale delle Accademie e Scuole di Teatro. Negli anni successivi studia ancora con Danio Manfredini\, Peter Clough\, Monique Arnaud\, Peter Brook\, Bruce Myers\, Sotigui Kouyaté. Come attore il suo percorso artistico è stato legato per più di 10 anni ad Antonio Latella\, sotto la cui direzione ha preso parte a molti spettacoli in Italia e all’estero. Ha lavorato anche con Guido De Monticelli\, Bruno Fornasari\, Andrée Ruth Shammah\, Stefano Tomassini\, Elio De Capitani\, Ferdinando Bruni\, Corrado Accordino\, Sergio Fantoni\, Ottavia Piccolo\, Claudio Autelli\, Giorgio Albertazzi\, Konstantin Bogomolov. Nel 2010 fonda\, insieme a Michelangelo Dalisi e Francesco Villano\, la Compagnia indipendente InBalìa. \nEdoardo Sanchi Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Dal 1985 al 1990 ha svolto attività in qualità di assistente alla scenografia per allestimenti firmati da Margherita Palli. Come scenografo ha lavorato in moltissimi teatri e festival italiani ed europei collaborando con numerosi registi di teatro\, opera e danza. É stato invitato dal VCA (Università di Melbourne\, Australia) come Professor in Residence a condurre un master di Scenograﬁa. Dal 2003 ha insegnato Scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera\, Accademia di Belle Arti di Venezia e Accademia di Belle Arti di Carrara ed è docente per il biennio magistrale di scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera. \nLuca Pagliano diplomato come tecnico di palcoscenico alla Paolo Grassi e al SAE INSTITUTE di Milano\, ha lavorato come fonico con diversi artisti\, curato la direzione tecnica del festival di Olinda-Milano\, per poi iniziare stabilmente la collaborazione con le Albe come light designer e co-direttore tecnico in particolare di Malagola Centro di ricerca vocale e sonora fondato e diretto da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi. Ha firmato il disegno luci per due lavori della 77esima edizione del Ciclo dei Classici all’Olimpico di Vicenza con la direzione di Montanari e Martinelli: Moltitudine In Cadenza\, Percuotendo di Giovanni Lindo Ferretti e Notte delle voci diretto da Montanari. \nMarco Olivieri sound designer e compositore ha collaborato con musicisti e artisti di fama internazionale sia in live che in studio. Ha ricoperto i ruoli di fonico di palco\, fonico Front of House\, P.A. manager\, recording engineer. mixing engineer\, sound designer\, direttore tecnico di festival ed eventi musicali. Opera anche in ambito teatrale e performativo\, realizzando progetti e ricerche sulla spazializzazione sonora e la sonorizzazione di spazi non convenzionali collaborando anche al centro di ricerca vocale e sonora MALAGOLA. Tra le diverse collaborazioni: Massive Attack\, Lou Reed\, Scott Gibbons\, Bob Wilson\, Stefano Scodanibbio\, Raffaello Sanzio\, Teatro delle Albe e molti altri.
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DESCRIPTION:di Marco Martinelli \nin scena Marco Cacciola\ndisegno luci Luca Pagliano\nscenografia Edoardo Sanchi\nmusiche originali e sound design Marco Olivieri\ntecnico audio Paolo Baldini\nrealizzazione immagini video Filippo Ianiero\nideazione Marco Martinelli\, Ermanna Montanari\nregia Marco Martinelli \ncoproduzione Albe / Ravenna Teatro – Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale \nDurata 75′ \nLettere a Bernini si svolge interamente in un giorno d’estate dell’anno 1667\, esattamente il 3 agosto.\nIn scena\, nel suo studio di scultore\, pittore e architetto\, il vecchio Gian Lorenzo Bernini\, la massima autorità artistica della Roma barocca\, è infuriato con Francesca Bresciani\, intagliatrice di lapislazzuli che ha lavorato per lui nella Fabbrica di San Pietro e che ora lo accusa\, di fronte ai cardinali\, di non pagarle il giusto prezzo per il suo lavoro.\nNell’infuriarsi con la donna\, Bernini evoca l’ombra dell’odiato rivale\, Francesco Borromini\, il geniale architetto ticinese. Un’evocazione ‘in absentia’\, al pari di quelle dei suoi allievi\, ai quali Bernini si rivolge\, discutendo con loro\, mettendoli in posa\, facendoli recitare nelle commedie da lui scritte e dirette\, perché imparino a incarnare gli ‘affetti’\, i sentimenti che dovranno trasferire nel marmo.\nQuando\, poi\, giungerà la notizia inaspettata del suicidio di Borromini\, la furia cederà il passo alla pietas: per la tremenda depressione che aveva colpito il rivale in quegli ultimi anni e\, al contempo\, per l’incessante guerra che gli artisti si fanno\, tutti contro tutti\, per il loro ‘sgomitare sotto il cielo’\, come direbbe Thomas Bernhard.\nTravolto da quella pietas\, Bernini giungerà a riconsiderare l’opera del collega\, riconoscendone l’alto valore.\nChi può comprendere fino in fondo la grandezza di un artista? Il suo rivale. Il suo avversario. Il suo simile.\nAttraverso una drammaturgia in cui la voce monologante dell’attore e quella di Bernini si rincorrono e sovrappongono senza soluzione di continuità a generare sulla scena\, come scolpendo nel vuoto\, presenze\, figure e ricordi\, l’opera di Martinelli ci mostra un Seicento che parla di noi\, sospeso tra il secolo della Scienza nuova e l’attuale imbarbarimento\, sempre più incombente. \nRingraziamenti a Valerio Apice\, Paolo Betta\, Bassi Service\, Nicolò Calandrini\, Assunta di Sante\, Moretti Marmi Graniti s.r.l.\, Gianfelice Facchetti\, Giovanni Gardini\, Roberto Magnani\,  Giuseppe Pagliano\, Massimo Pellegrinetti\, Martina Pisoni\, Simona Turriziani  e a Melania G. Mazzucco per una citazione dal romanzo L’architettrice (Einaudi\, Torino 2019) \nMarco Martinelli è drammaturgo\, regista di teatro e di cinema\, fondatore del Teatro delle Albe (1983) insieme a Ermanna Montanari\, con la quale ne condivide la direzione artistica. Le sue drammaturgie sono pubblicate e messe in scena in Italia e in altre dieci lingue nel mondo. Numerosi i riconoscimenti nazionali e internazionali ricevuti: sette Premi Ubu (l’Oscar del teatro italiano) come regista\, drammaturgo\, pedagogo; il Premio Mess del Festival di Sarajevo\, il Premio Hystrio alla regia\, il Premio alla Carriera assegnato dal Festival “Les Journées Theatrales de Carthage” (Tunisi). Nel 2016 pubblica Aristofane a Scampia (Ponte alle Grazie) in cui racconta l’esperienza della non-scuola\, nata a Ravenna e divenuta un paradigma pedagogico in ambito internazionale. Il libro\, tradotto in francese e pubblicato da Actes Sud\, ha ricevuto il Prix de la Critique come “miglior libro sul teatro” del 2021. Nel campo cinematografico ha realizzato i film Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (2017)\, The Sky over Kibera (2019)\, ER (2020)\, fedeli d’Amore (2021).  Nel 2024 è stato nominato\, insieme a Ermanna Montanari\, alla direzione artistica del Festival Internazionale Ciclo dei Classici del Teatro Olimpico di Vicenza. \nMarco Cacciola si diploma all’Accademia dei Filodrammatici di Milano nel 1999 e lo stesso anno vince il premio come miglior attore alla VI Rassegna Nazionale delle Accademie e Scuole di Teatro. Negli anni successivi studia ancora con Danio Manfredini\, Peter Clough\, Monique Arnaud\, Peter Brook\, Bruce Myers\, Sotigui Kouyaté. Come attore il suo percorso artistico è stato legato per più di 10 anni ad Antonio Latella\, sotto la cui direzione ha preso parte a molti spettacoli in Italia e all’estero. Ha lavorato anche con Guido De Monticelli\, Bruno Fornasari\, Andrée Ruth Shammah\, Stefano Tomassini\, Elio De Capitani\, Ferdinando Bruni\, Corrado Accordino\, Sergio Fantoni\, Ottavia Piccolo\, Claudio Autelli\, Giorgio Albertazzi\, Konstantin Bogomolov. Nel 2010 fonda\, insieme a Michelangelo Dalisi e Francesco Villano\, la Compagnia indipendente InBalìa. \nEdoardo Sanchi Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Dal 1985 al 1990 ha svolto attività in qualità di assistente alla scenografia per allestimenti firmati da Margherita Palli. Come scenografo ha lavorato in moltissimi teatri e festival italiani ed europei collaborando con numerosi registi di teatro\, opera e danza. É stato invitato dal VCA (Università di Melbourne\, Australia) come Professor in Residence a condurre un master di Scenograﬁa. Dal 2003 ha insegnato Scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera\, Accademia di Belle Arti di Venezia e Accademia di Belle Arti di Carrara ed è docente per il biennio magistrale di scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera. \nLuca Pagliano diplomato come tecnico di palcoscenico alla Paolo Grassi e al SAE INSTITUTE di Milano\, ha lavorato come fonico con diversi artisti\, curato la direzione tecnica del festival di Olinda-Milano\, per poi iniziare stabilmente la collaborazione con le Albe come light designer e co-direttore tecnico in particolare di Malagola Centro di ricerca vocale e sonora fondato e diretto da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi. Ha firmato il disegno luci per due lavori della 77esima edizione del Ciclo dei Classici all’Olimpico di Vicenza con la direzione di Montanari e Martinelli: Moltitudine In Cadenza\, Percuotendo di Giovanni Lindo Ferretti e Notte delle voci diretto da Montanari. \nMarco Olivieri sound designer e compositore ha collaborato con musicisti e artisti di fama internazionale sia in live che in studio. Ha ricoperto i ruoli di fonico di palco\, fonico Front of House\, P.A. manager\, recording engineer. mixing engineer\, sound designer\, direttore tecnico di festival ed eventi musicali. Opera anche in ambito teatrale e performativo\, realizzando progetti e ricerche sulla spazializzazione sonora e la sonorizzazione di spazi non convenzionali collaborando anche al centro di ricerca vocale e sonora MALAGOLA. Tra le diverse collaborazioni: Massive Attack\, Lou Reed\, Scott Gibbons\, Bob Wilson\, Stefano Scodanibbio\, Raffaello Sanzio\, Teatro delle Albe e molti altri.
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Un’evocazione ‘in absentia’\, al pari di quelle dei suoi allievi\, ai quali Bernini si rivolge\, discutendo con loro\, mettendoli in posa\, facendoli recitare nelle commedie da lui scritte e dirette\, perché imparino a incarnare gli ‘affetti’\, i sentimenti che dovranno trasferire nel marmo.\nQuando\, poi\, giungerà la notizia inaspettata del suicidio di Borromini\, la furia cederà il passo alla pietas: per la tremenda depressione che aveva colpito il rivale in quegli ultimi anni e\, al contempo\, per l’incessante guerra che gli artisti si fanno\, tutti contro tutti\, per il loro ‘sgomitare sotto il cielo’\, come direbbe Thomas Bernhard.\nTravolto da quella pietas\, Bernini giungerà a riconsiderare l’opera del collega\, riconoscendone l’alto valore.\nChi può comprendere fino in fondo la grandezza di un artista? Il suo rivale. Il suo avversario. Il suo simile.\nAttraverso una drammaturgia in cui la voce monologante dell’attore e quella di Bernini si rincorrono e sovrappongono senza soluzione di continuità a generare sulla scena\, come scolpendo nel vuoto\, presenze\, figure e ricordi\, l’opera di Martinelli ci mostra un Seicento che parla di noi\, sospeso tra il secolo della Scienza nuova e l’attuale imbarbarimento\, sempre più incombente. \nRingraziamenti a Valerio Apice\, Paolo Betta\, Bassi Service\, Nicolò Calandrini\, Assunta di Sante\, Moretti Marmi Graniti s.r.l.\, Gianfelice Facchetti\, Giovanni Gardini\, Roberto Magnani\,  Giuseppe Pagliano\, Massimo Pellegrinetti\, Martina Pisoni\, Simona Turriziani  e a Melania G. Mazzucco per una citazione dal romanzo L’architettrice (Einaudi\, Torino 2019) \nMarco Martinelli è drammaturgo\, regista di teatro e di cinema\, fondatore del Teatro delle Albe (1983) insieme a Ermanna Montanari\, con la quale ne condivide la direzione artistica. Le sue drammaturgie sono pubblicate e messe in scena in Italia e in altre dieci lingue nel mondo. Numerosi i riconoscimenti nazionali e internazionali ricevuti: sette Premi Ubu (l’Oscar del teatro italiano) come regista\, drammaturgo\, pedagogo; il Premio Mess del Festival di Sarajevo\, il Premio Hystrio alla regia\, il Premio alla Carriera assegnato dal Festival “Les Journées Theatrales de Carthage” (Tunisi). Nel 2016 pubblica Aristofane a Scampia (Ponte alle Grazie) in cui racconta l’esperienza della non-scuola\, nata a Ravenna e divenuta un paradigma pedagogico in ambito internazionale. Il libro\, tradotto in francese e pubblicato da Actes Sud\, ha ricevuto il Prix de la Critique come “miglior libro sul teatro” del 2021. Nel campo cinematografico ha realizzato i film Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (2017)\, The Sky over Kibera (2019)\, ER (2020)\, fedeli d’Amore (2021).  Nel 2024 è stato nominato\, insieme a Ermanna Montanari\, alla direzione artistica del Festival Internazionale Ciclo dei Classici del Teatro Olimpico di Vicenza. \nMarco Cacciola si diploma all’Accademia dei Filodrammatici di Milano nel 1999 e lo stesso anno vince il premio come miglior attore alla VI Rassegna Nazionale delle Accademie e Scuole di Teatro. Negli anni successivi studia ancora con Danio Manfredini\, Peter Clough\, Monique Arnaud\, Peter Brook\, Bruce Myers\, Sotigui Kouyaté. Come attore il suo percorso artistico è stato legato per più di 10 anni ad Antonio Latella\, sotto la cui direzione ha preso parte a molti spettacoli in Italia e all’estero. Ha lavorato anche con Guido De Monticelli\, Bruno Fornasari\, Andrée Ruth Shammah\, Stefano Tomassini\, Elio De Capitani\, Ferdinando Bruni\, Corrado Accordino\, Sergio Fantoni\, Ottavia Piccolo\, Claudio Autelli\, Giorgio Albertazzi\, Konstantin Bogomolov. Nel 2010 fonda\, insieme a Michelangelo Dalisi e Francesco Villano\, la Compagnia indipendente InBalìa. \nEdoardo Sanchi Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Dal 1985 al 1990 ha svolto attività in qualità di assistente alla scenografia per allestimenti firmati da Margherita Palli. Come scenografo ha lavorato in moltissimi teatri e festival italiani ed europei collaborando con numerosi registi di teatro\, opera e danza. É stato invitato dal VCA (Università di Melbourne\, Australia) come Professor in Residence a condurre un master di Scenograﬁa. Dal 2003 ha insegnato Scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera\, Accademia di Belle Arti di Venezia e Accademia di Belle Arti di Carrara ed è docente per il biennio magistrale di scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera. \nLuca Pagliano diplomato come tecnico di palcoscenico alla Paolo Grassi e al SAE INSTITUTE di Milano\, ha lavorato come fonico con diversi artisti\, curato la direzione tecnica del festival di Olinda-Milano\, per poi iniziare stabilmente la collaborazione con le Albe come light designer e co-direttore tecnico in particolare di Malagola Centro di ricerca vocale e sonora fondato e diretto da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi. Ha firmato il disegno luci per due lavori della 77esima edizione del Ciclo dei Classici all’Olimpico di Vicenza con la direzione di Montanari e Martinelli: Moltitudine In Cadenza\, Percuotendo di Giovanni Lindo Ferretti e Notte delle voci diretto da Montanari. \nMarco Olivieri sound designer e compositore ha collaborato con musicisti e artisti di fama internazionale sia in live che in studio. Ha ricoperto i ruoli di fonico di palco\, fonico Front of House\, P.A. manager\, recording engineer. mixing engineer\, sound designer\, direttore tecnico di festival ed eventi musicali. Opera anche in ambito teatrale e performativo\, realizzando progetti e ricerche sulla spazializzazione sonora e la sonorizzazione di spazi non convenzionali collaborando anche al centro di ricerca vocale e sonora MALAGOLA. Tra le diverse collaborazioni: Massive Attack\, Lou Reed\, Scott Gibbons\, Bob Wilson\, Stefano Scodanibbio\, Raffaello Sanzio\, Teatro delle Albe e molti altri.
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SUMMARY:LA STORIA
DESCRIPTION:liberamente ispirato a La storia di Elsa Morante \ndrammaturgia Marco Archetti\nregia Fausto Cabra\ncon Franca Penone\, Alberto Onofrietti\, Francesco Sferrazza Papa\nscene e costumi Roberta Monopoli\ndrammaturgia del suono Mimosa Campironi\nluci Gianluca Breda\, Giacomo Brambilla\nvideo Giulio Cavallini \nproduzione Teatro Franco Parenti / Centro Teatrale Bresciano / Fondazione Campania dei Festival \nDurata 1 h e 50’ \nLa Storia è stato spesso tacciato di essere un romanzo cupo\, negativo\, persino disperato nella sua denuncia dello scandalo che dura da diecimila anni. A ben vedere questo capolavoro è invece un’opera straordinariamente vitale e commovente\, venata anche di comicità̀ e leggerezza\, della “vita nonostante tutto”. La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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DESCRIPTION:liberamente ispirato a La storia di Elsa Morante \ndrammaturgia Marco Archetti\nregia Fausto Cabra\ncon Franca Penone\, Alberto Onofrietti\, Francesco Sferrazza Papa\nscene e costumi Roberta Monopoli\ndrammaturgia del suono Mimosa Campironi\nluci Gianluca Breda\, Giacomo Brambilla\nvideo Giulio Cavallini \nproduzione Teatro Franco Parenti / Centro Teatrale Bresciano / Fondazione Campania dei Festival \nDurata 1 h e 50’ \nLa Storia è stato spesso tacciato di essere un romanzo cupo\, negativo\, persino disperato nella sua denuncia dello scandalo che dura da diecimila anni. A ben vedere questo capolavoro è invece un’opera straordinariamente vitale e commovente\, venata anche di comicità̀ e leggerezza\, della “vita nonostante tutto”. La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
URL:https://cavalieridicultura.it/evento/la-storia/2026-03-20/
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? 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SUMMARY:LA STORIA
DESCRIPTION:liberamente ispirato a La storia di Elsa Morante \ndrammaturgia Marco Archetti\nregia Fausto Cabra\ncon Franca Penone\, Alberto Onofrietti\, Francesco Sferrazza Papa\nscene e costumi Roberta Monopoli\ndrammaturgia del suono Mimosa Campironi\nluci Gianluca Breda\, Giacomo Brambilla\nvideo Giulio Cavallini \nproduzione Teatro Franco Parenti / Centro Teatrale Bresciano / Fondazione Campania dei Festival \nDurata 1 h e 50’ \nLa Storia è stato spesso tacciato di essere un romanzo cupo\, negativo\, persino disperato nella sua denuncia dello scandalo che dura da diecimila anni. A ben vedere questo capolavoro è invece un’opera straordinariamente vitale e commovente\, venata anche di comicità̀ e leggerezza\, della “vita nonostante tutto”. La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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