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SUMMARY:LETTERE A BERNINI
DESCRIPTION:di Marco Martinelli \nin scena Marco Cacciola\ndisegno luci Luca Pagliano\nscenografia Edoardo Sanchi\nmusiche originali e sound design Marco Olivieri\ntecnico audio Paolo Baldini\nrealizzazione immagini video Filippo Ianiero\nideazione Marco Martinelli\, Ermanna Montanari\nregia Marco Martinelli \ncoproduzione Albe / Ravenna Teatro – Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale \nDurata 75′ \nLettere a Bernini si svolge interamente in un giorno d’estate dell’anno 1667\, esattamente il 3 agosto.\nIn scena\, nel suo studio di scultore\, pittore e architetto\, il vecchio Gian Lorenzo Bernini\, la massima autorità artistica della Roma barocca\, è infuriato con Francesca Bresciani\, intagliatrice di lapislazzuli che ha lavorato per lui nella Fabbrica di San Pietro e che ora lo accusa\, di fronte ai cardinali\, di non pagarle il giusto prezzo per il suo lavoro.\nNell’infuriarsi con la donna\, Bernini evoca l’ombra dell’odiato rivale\, Francesco Borromini\, il geniale architetto ticinese. Un’evocazione ‘in absentia’\, al pari di quelle dei suoi allievi\, ai quali Bernini si rivolge\, discutendo con loro\, mettendoli in posa\, facendoli recitare nelle commedie da lui scritte e dirette\, perché imparino a incarnare gli ‘affetti’\, i sentimenti che dovranno trasferire nel marmo.\nQuando\, poi\, giungerà la notizia inaspettata del suicidio di Borromini\, la furia cederà il passo alla pietas: per la tremenda depressione che aveva colpito il rivale in quegli ultimi anni e\, al contempo\, per l’incessante guerra che gli artisti si fanno\, tutti contro tutti\, per il loro ‘sgomitare sotto il cielo’\, come direbbe Thomas Bernhard.\nTravolto da quella pietas\, Bernini giungerà a riconsiderare l’opera del collega\, riconoscendone l’alto valore.\nChi può comprendere fino in fondo la grandezza di un artista? Il suo rivale. Il suo avversario. Il suo simile.\nAttraverso una drammaturgia in cui la voce monologante dell’attore e quella di Bernini si rincorrono e sovrappongono senza soluzione di continuità a generare sulla scena\, come scolpendo nel vuoto\, presenze\, figure e ricordi\, l’opera di Martinelli ci mostra un Seicento che parla di noi\, sospeso tra il secolo della Scienza nuova e l’attuale imbarbarimento\, sempre più incombente. \nRingraziamenti a Valerio Apice\, Paolo Betta\, Bassi Service\, Nicolò Calandrini\, Assunta di Sante\, Moretti Marmi Graniti s.r.l.\, Gianfelice Facchetti\, Giovanni Gardini\, Roberto Magnani\,  Giuseppe Pagliano\, Massimo Pellegrinetti\, Martina Pisoni\, Simona Turriziani  e a Melania G. Mazzucco per una citazione dal romanzo L’architettrice (Einaudi\, Torino 2019) \nMarco Martinelli è drammaturgo\, regista di teatro e di cinema\, fondatore del Teatro delle Albe (1983) insieme a Ermanna Montanari\, con la quale ne condivide la direzione artistica. Le sue drammaturgie sono pubblicate e messe in scena in Italia e in altre dieci lingue nel mondo. Numerosi i riconoscimenti nazionali e internazionali ricevuti: sette Premi Ubu (l’Oscar del teatro italiano) come regista\, drammaturgo\, pedagogo; il Premio Mess del Festival di Sarajevo\, il Premio Hystrio alla regia\, il Premio alla Carriera assegnato dal Festival “Les Journées Theatrales de Carthage” (Tunisi). Nel 2016 pubblica Aristofane a Scampia (Ponte alle Grazie) in cui racconta l’esperienza della non-scuola\, nata a Ravenna e divenuta un paradigma pedagogico in ambito internazionale. Il libro\, tradotto in francese e pubblicato da Actes Sud\, ha ricevuto il Prix de la Critique come “miglior libro sul teatro” del 2021. Nel campo cinematografico ha realizzato i film Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (2017)\, The Sky over Kibera (2019)\, ER (2020)\, fedeli d’Amore (2021).  Nel 2024 è stato nominato\, insieme a Ermanna Montanari\, alla direzione artistica del Festival Internazionale Ciclo dei Classici del Teatro Olimpico di Vicenza. \nMarco Cacciola si diploma all’Accademia dei Filodrammatici di Milano nel 1999 e lo stesso anno vince il premio come miglior attore alla VI Rassegna Nazionale delle Accademie e Scuole di Teatro. Negli anni successivi studia ancora con Danio Manfredini\, Peter Clough\, Monique Arnaud\, Peter Brook\, Bruce Myers\, Sotigui Kouyaté. Come attore il suo percorso artistico è stato legato per più di 10 anni ad Antonio Latella\, sotto la cui direzione ha preso parte a molti spettacoli in Italia e all’estero. Ha lavorato anche con Guido De Monticelli\, Bruno Fornasari\, Andrée Ruth Shammah\, Stefano Tomassini\, Elio De Capitani\, Ferdinando Bruni\, Corrado Accordino\, Sergio Fantoni\, Ottavia Piccolo\, Claudio Autelli\, Giorgio Albertazzi\, Konstantin Bogomolov. Nel 2010 fonda\, insieme a Michelangelo Dalisi e Francesco Villano\, la Compagnia indipendente InBalìa. \nEdoardo Sanchi Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Dal 1985 al 1990 ha svolto attività in qualità di assistente alla scenografia per allestimenti firmati da Margherita Palli. Come scenografo ha lavorato in moltissimi teatri e festival italiani ed europei collaborando con numerosi registi di teatro\, opera e danza. É stato invitato dal VCA (Università di Melbourne\, Australia) come Professor in Residence a condurre un master di Scenograﬁa. Dal 2003 ha insegnato Scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera\, Accademia di Belle Arti di Venezia e Accademia di Belle Arti di Carrara ed è docente per il biennio magistrale di scenograﬁa all’Accademia di Belle Arti di Brera. \nLuca Pagliano diplomato come tecnico di palcoscenico alla Paolo Grassi e al SAE INSTITUTE di Milano\, ha lavorato come fonico con diversi artisti\, curato la direzione tecnica del festival di Olinda-Milano\, per poi iniziare stabilmente la collaborazione con le Albe come light designer e co-direttore tecnico in particolare di Malagola Centro di ricerca vocale e sonora fondato e diretto da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi. Ha firmato il disegno luci per due lavori della 77esima edizione del Ciclo dei Classici all’Olimpico di Vicenza con la direzione di Montanari e Martinelli: Moltitudine In Cadenza\, Percuotendo di Giovanni Lindo Ferretti e Notte delle voci diretto da Montanari. \nMarco Olivieri sound designer e compositore ha collaborato con musicisti e artisti di fama internazionale sia in live che in studio. Ha ricoperto i ruoli di fonico di palco\, fonico Front of House\, P.A. manager\, recording engineer. mixing engineer\, sound designer\, direttore tecnico di festival ed eventi musicali. Opera anche in ambito teatrale e performativo\, realizzando progetti e ricerche sulla spazializzazione sonora e la sonorizzazione di spazi non convenzionali collaborando anche al centro di ricerca vocale e sonora MALAGOLA. Tra le diverse collaborazioni: Massive Attack\, Lou Reed\, Scott Gibbons\, Bob Wilson\, Stefano Scodanibbio\, Raffaello Sanzio\, Teatro delle Albe e molti altri.
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SUMMARY:LA STORIA
DESCRIPTION:liberamente ispirato a La storia di Elsa Morante \ndrammaturgia Marco Archetti\nregia Fausto Cabra\ncon Franca Penone\, Alberto Onofrietti\, Francesco Sferrazza Papa\nscene e costumi Roberta Monopoli\ndrammaturgia del suono Mimosa Campironi\nluci Gianluca Breda\, Giacomo Brambilla\nvideo Giulio Cavallini \nproduzione Teatro Franco Parenti / Centro Teatrale Bresciano / Fondazione Campania dei Festival \nDurata 1 h e 50’ \nLa Storia è stato spesso tacciato di essere un romanzo cupo\, negativo\, persino disperato nella sua denuncia dello scandalo che dura da diecimila anni. A ben vedere questo capolavoro è invece un’opera straordinariamente vitale e commovente\, venata anche di comicità̀ e leggerezza\, della “vita nonostante tutto”. La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. 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Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. 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In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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DESCRIPTION:liberamente ispirato a La storia di Elsa Morante \ndrammaturgia Marco Archetti\nregia Fausto Cabra\ncon Franca Penone\, Alberto Onofrietti\, Francesco Sferrazza Papa\nscene e costumi Roberta Monopoli\ndrammaturgia del suono Mimosa Campironi\nluci Gianluca Breda\, Giacomo Brambilla\nvideo Giulio Cavallini \nproduzione Teatro Franco Parenti / Centro Teatrale Bresciano / Fondazione Campania dei Festival \nDurata 1 h e 50’ \nLa Storia è stato spesso tacciato di essere un romanzo cupo\, negativo\, persino disperato nella sua denuncia dello scandalo che dura da diecimila anni. A ben vedere questo capolavoro è invece un’opera straordinariamente vitale e commovente\, venata anche di comicità̀ e leggerezza\, della “vita nonostante tutto”. La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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La storia è\, infatti\, innervata di una potente sottotrama che si può̀ sintetizzare con le parole del giovane Nino: “Loro nun lo sanno\, a mà\, quant’è bella la vita”. Da queste riflessioni e da un profondo comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra\, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano\, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana\, e dirigere tre attori di grandissima bravura – Franca Penone\, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida\, Nino e del piccolo Useppe. Lo spettacolo non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo; vorrebbe invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce\, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti\, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose\, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte\, e la morte quando racconta la vita. \nNote di regia \nLa Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi. Una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo\, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino.\nLe penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta\, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola\, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi. La Storia ne indirizza il corso e\, spesso\, ne stritola la sostanza viva tra i suoi spietati ingranaggi.\nDa questa dialettica nasce il nostro spettacolo\, che usa come assi generatori proprio la Scrittura\, da un lato\, e la Lettura\, dall’altro. La Storia scrive\, si\, con le sue penne meccaniche sulla carne viva degli ultimi\, ma scrive anche Elsa Morante la piccola storia di Nino\, Useppe e Ida. E\, in scena\, una donna di oggi\, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende. Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro\, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro\, infatti\, non può che offrirsi\, onestamente\, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così\, nello spettacolo\, il romanzo stesso è protagonista\, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura\, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista\, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma\, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura. \nL’altra via d’accesso che abbiamo utilizzato nell’allestimento vuole mettere a contatto una dimensione estremamente macchinosa e razionale con l’immensa umanità e fragilità delle creature raccontate dalla Morante. In questo senso\, lo spettacolo vuole anche essere un omaggio a due Maestri della scena italiana: Luca Ronconi con le sue lucide architetture e vivisezioni analitiche\, e Carlo Cecchi con la sua caotica e turbinosa umanità imbevuta di qui e ora.\nAbbiamo voluto dunque che la Macchina Teatrale fosse esplicitata e ben riconoscibile. Il complesso disegno luci e il progetto sonoro danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista\, perché la grande Storia è un enorme marchingegno artificiale\, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini\, deus ex machina auto-proclamato che fa di noi ciò che vuole. Salvo poi essere continuamente relativizzato – quasi ridicolizzato – da una Sfera Naturale ad esso ancora superiore\, un colossale involucro vivente fatto di piante\, animali e meccaniche celesti tanto immani da far impallidire la misera Storia degli Uomini. \nIl romanzo di Elsa Morante rivela questo paradossale gioco di scatole cinesi: le piccole storie degli individui sono contenute nella Grande Storia che tutti formiamo stando insieme; ed essa a sua volta è contenuta nella Grande Sfera Naturale\, Atemporale e Universale. E tutto ciò è ri-contenuto in un bimbetto di nome Useppe\, finito in quanto infinito\, infinitesimale in quanto divino\, vittima in quanto supremo creatore. Un “essere minimo” che sente e comprende il linguaggio misterico di uccellini\, cani\, gatti\, alberi\, radure e cicli solari.\nAl romanzo\, scomodo ieri come oggi\, si è rimproverato di non dare risposte. Non ci sono ideologie che possano indicare una via. Non c’è speranza di sciogliere l’enigma tra violenza e amore. Non c’è modo sicuro per distinguere davvero il carnefice dalla vittima. L’oscuro è mischiato continuamente con il luminoso\, e la vita è celebrata proprio nel momento in cui più ci si immerge nella sua fine. Questa suprema contraddizione è il grande “scandalo” che Morante svela implacabile. ln questo noi riconosciamo il supremo valore politico di questo testo\, che ci pone continuamente davanti alla complessità del reale. Non c’è semplificazione possibile. Sembra dire: ecco la Storia nuda per quello che è. Non c’è l’auspicata “fine della Storia”\, non ci sono vie d’uscita\, né personali\, né tanto meno collettive. L’unica salvezza possibile – vien da pensare leggendo – è proprio quella commozione\, quella cruda com-passione che lo stesso romanzo genera nel lettore. Un seme di umanità? Un sentimento primario\, mai compiaciuto\, che rivela – nonostante l’orrore – l’amore per la Vita stessa e per questa bistrattata umanità. \n“Loro nun lo sanno\, a Ma’\, quant’è bella la vita“. Questo seme di comunione che il romanzo pianta in noi non so cosa sia\, ma probabilmente è un fiore\, e non un’erbaccia.
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SUMMARY:MERCOLEDÌ DELLE CENERI
DESCRIPTION:scritto e diretto da Valentina Esposito \ncon Alessandro Bernardini\, Fabio Camassa\, Luca Carrieri\, Matteo Cateni\, Chiara Cavalieri\, Viola Centi\, Massimiliano De Rossi\, Roberto Fiorentino\, Sofia Iacuitto\, Gabriella Indolfi\, Giulio Maroncelli\, Claudia Marsicano\, Giancarlo Porcacchia\, Cristina Vagnoli\, Camila Urbano\naiuto regia Bruno Mello Castanho\ncostumi Mari Caselli\nassistente costumista Costanza Solaro Del Borgo\nfantocci Mari Caselli e Costanza Solaro Del Borgo\nsarta Iris Ros\nteste in lattice Gemelli Magrì\nideazione scenografica Valentina Esposito\npupazza Edoardo Timmi\nmusiche Luca Novelli\nluci Alessio Pascale\nfonico Simone Colaiacomo\nfoto di scena Ilaria Giorgi\nufficio stampa Carla Fabi e Roberta Savona \nUna produzione Fort Apache Cinema Teatro   \nCon il sostegno di Ministero della Cultura\, Regione Lazio\, Fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese\, Sapienza Università di Roma \nIn collaborazione con Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio\, Artisti 7607\, CAE – Città dell’Altra Economia di Roma. \nSi ringrazia: Gieffe Tessuti srl \nDurata 55′ \nSinossi: \nNei giorni di martedì grasso e mercoledì delle ceneri un paese di provincia festeggia il Carnevale\, tra sfilate di carri allegorici\, balli e rituali goderecci. Nel divertimento generale\, la parata grottesca di fantocci amatoriali e pupazze date alle fiamme disvela una feroce comunità “in maschera” e il fattaccio che tempo prima ha macchiato il paese\, nella consuetudine di violenze familiari e sociali\, abusi e falsi pentimenti che si ripetono ciclicamente come la festa. \nTemi principali \nLo spettacolo affronta il tema della violenza di genere e della cultura patriarcale e omertosa che la legittima\, degli abusi sulle donne\, dei corpi feriti fino alla negazione dell’identità. Carnevale\, provincia e riti popolari fanno da cornice alla feroce interpretazione delle attrici e degli attori ex detenuti della Compagnia\, in un allestimento visionario tra maschere della tradizione teatrale rivisitate dalla costumista Mari Caselli\, fantocci in lattice realizzati dai maestri degli effetti speciali Gemelli Magrì e musiche originali di Luca Novelli (Mokadelic). \nNote di regia  \nMercoledì delle ceneri è una storia di violenza popolare. Una di quelle storie che si possono raccontare dappertutto e a tutti quanti\, una di quelle storie che le capiscono anche i bambini\, tanto sono conosciute\, tanto sono familiari\, ma che tutti devono riascoltare perché ogni volta\, come per miracolo\, le dimenticano… tutte le volte le ascoltano\, le riconoscono e poi le dimenticano\, come se non l’avessero mai sentite\, come se non l’avessero mai conosciute. Pure se sono storie di tutti i giorni\, che si ripetono tutti i giorni\, lungo le strade\, dentro le case\, dentro le famiglie. E bisogna ricominciare sempre daccapo. \n FORT APACHE CINEMA TEATRO è l’unica Compagnia teatrale stabile in Italia ed Europa costituita da attori ex detenuti oggi professionisti di cinema e palcoscenico. È diretta da Valentina Esposito\, autrice e regista impegnata da quasi vent’anni nella conduzione di attività teatrali dentro e fuori le carceri italiane. Realizza produzioni cinematografiche e collabora con Sapienza Università di Roma in Progetti di Ricerca e Formazione.
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DESCRIPTION:scritto e diretto da Mattia Torre\ncon Massimo De Lorenzo\, Carlo De Ruggieri\, Cristina Pellegrino\ne con Giordano Agrusta\nscene Francesco Ghisu\ncostumi Mimma Montorselli \nproduzione Marche Teatro / Nutrimenti Terrestri / Walsh \nDurata: 80’ \n456 è la storia comica e violenta di una famiglia che\, isolata e chiusa\, vive in mezzo a una valle oltre la quale sente l’ignoto. Padre\, madre e figlio sono ignoranti\, diffidenti\, nervosi. Si lanciano accuse\, rabboccano un sugo di pomodoro lasciato dalla nonna morta anni prima\, litigano\, pregano\, si odiano. Ognuno dei tre rappresenta per gli altri quanto di più detestabile ci sia al mondo. \nE tuttavia occorre una tregua\, perché sta arrivando un ospite atteso da tempo\, che può e deve cambiare il loro futuro. \nTutto è pronto\, tutto è perfetto. Ma la tregua non durerà. \n4 5 6 nasce dall’idea che l’Italia non è un paese\, ma una convenzione. Che non avendo un’unità culturale\, morale\, politica\, l’Italia rappresenti oggi una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri: per precarietà\, incertezza\, diffidenza e paura; per mancanza di comuni aspirazioni. 4 5 6 è una commedia che racconta come proprio all’interno della famiglia – che pure dovrebbe essere il nucleo aggregante\, di difesa dell’individuo – nascano i germi di questo conflitto: la famiglia sente ostile la società che gli sta intorno ma finisce per incarnarne i valori più deteriori\, incoraggiando la diffidenza\, l’ostilità\, il cinismo\, la paura. 4 5 6 racconta la famiglia come avamposto della nostra arretratezza culturale. \nDallo spettacolo è stato tratto l’omonimo sequel televisivo\, prodotto da Inteatro e andato in onda su La7 all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini\, e il libro “4 5 6 – Morte alla famiglia”\, edito da Dalai. 456 fa parte de progetto televisivo “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” ripresi con la regia televisiva di Paolo Sorrentino per Rai3. Le pièce teatrali dell’autore\, dalle quali sono stati tratti i film\, sono: ‘Migliore’\, ‘Gola’\, ‘Perfetta’\, ‘Qui e ora’\, ‘465’ e ‘In mezzo al mare’. Tutti i Sei pezzi facili saranno tradotti in inglese all’interno del Progetto Italian and American Playwrights Project curato da Valeria Orani e Frank Hentschker con 369gradi\, Martin E. Segal Theatre Center / Graduate Center CUNY e il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. \nMattia Torre\, sceneggiatore\, autore teatrale e regista. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore\, negli anni ‘90\, delle prime commedie teatrali “Io non c’entro” “Tutto a posto” “Piccole anime” e “L’ufficio”. Nel 2000 pubblica il libro “Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra”. È co-sceneggiatore del film “Piovono Mucche” di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo “In mezzo al mare” con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale “Migliore”\, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve “Gola” e dei corti teatrali “Il figurante” e “Sopra di noi”. È stato tra gli autori del programma “Parla con me” di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV “Buttafuori” e\, dal 2007\, la prima\, la seconda e la terza stagione di “Boris”\, per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori\, scrive e dirige “Boris – il film”. \nNel 2011 scrive “456” che andrà in scena al teatro Piccolo Eliseo\, interpreti Cristina Pellegrino\, Carlo De Ruggieri\, Massimo De Lorenzo e Franco Ravera. Lo spettacolo è prodotto da Pietro Sermonti e Ninni Bruschetta. Negli anni successivi sarà prodotto da Velia Papa per Marche Teatro. Traendo spunto da questo spettacolo Mattia scrive e dirige un sequel televisivo che va in onda all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini su LA7. Nel 2012 pubblica con Dalai editore la raccolta di tutti i monologhi teatrali nel libro “In mezzo al mare” e il libro “456” che contiene il testo teatrale e le sceneggiature del sequel televisivo. \nNel 2013 scrive e dirige “Qui e ora”. Il debutto ha come interpreti Valerio Aprea e Valerio Mastandrea\, poi nel 2017\, al posto di quest’ultimo ci sarà Paolo Calabresi. \nNel 2014\, con Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo scrivono e dirigono “Ogni maledetto Natale”\, prodotto da Lorenzo Mieli. \nNel 2015 scrive con Corrado Guzzanti la serie Sky “Dov’è Mario?” che andrà in onda nel 2016. In quello stesso anno\, scrive e dirige “La linea verticale”\, il racconto della sua esperienza in ospedale in seguito ad un importante intervento chirurgico. La serie andrà in onda su Raitre nel 2018 prodotta Lorenzo Mieli. Dalla serie verrà tratto il romanzo “La linea verticale”\, edito da Baldini&Castoldi nello stesso anno. Nel 2017 scrive e dirige il monologo “Perfetta” con Geppi Cucciari. Nel Gennaio 2017 al teatro Ambra Jovinelli va in scena una rassegna dedicata al teatro di Mattia con la messa in scena di Qui e ora\, 456 e Migliore. Nel 2018 scrive la sceneggiatura di “Figli”. Nel 2019 inizia la preparazione del film ma la regia sarà poi firmata da Giuseppe Bonito ed uscirà nel 2020.Nel 2019 pubblica per Mondadori una riedizione della raccolta “In mezzo al mare” integrata dal monologo “Perfetta”. \nMattia muore a Roma il 19 Luglio 2019. \nNel 2021 viene pubblicato da Mondadori “A questo poi ci pensiamo”\, una raccolta di racconti e monologhi inediti. Ottobre 2022 esce Boris 4 su Disneyplus\, scritta senza Mattia ma dedicata a lui. \nNel 2022\, Lorenzo Mieli produce per Raitre “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” per la regia televisiva di Paolo Sorrentino. Gli spettacoli vengono girati nel Teatro Ambra Jovinelli e vanno in onda su tra novembre e dicembre 2022 sul Raitre e Raiplay.
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Che non avendo un’unità culturale\, morale\, politica\, l’Italia rappresenti oggi una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri: per precarietà\, incertezza\, diffidenza e paura; per mancanza di comuni aspirazioni. 4 5 6 è una commedia che racconta come proprio all’interno della famiglia – che pure dovrebbe essere il nucleo aggregante\, di difesa dell’individuo – nascano i germi di questo conflitto: la famiglia sente ostile la società che gli sta intorno ma finisce per incarnarne i valori più deteriori\, incoraggiando la diffidenza\, l’ostilità\, il cinismo\, la paura. 4 5 6 racconta la famiglia come avamposto della nostra arretratezza culturale. \nDallo spettacolo è stato tratto l’omonimo sequel televisivo\, prodotto da Inteatro e andato in onda su La7 all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini\, e il libro “4 5 6 – Morte alla famiglia”\, edito da Dalai. 456 fa parte de progetto televisivo “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” ripresi con la regia televisiva di Paolo Sorrentino per Rai3. Le pièce teatrali dell’autore\, dalle quali sono stati tratti i film\, sono: ‘Migliore’\, ‘Gola’\, ‘Perfetta’\, ‘Qui e ora’\, ‘465’ e ‘In mezzo al mare’. Tutti i Sei pezzi facili saranno tradotti in inglese all’interno del Progetto Italian and American Playwrights Project curato da Valeria Orani e Frank Hentschker con 369gradi\, Martin E. Segal Theatre Center / Graduate Center CUNY e il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. \nMattia Torre\, sceneggiatore\, autore teatrale e regista. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore\, negli anni ‘90\, delle prime commedie teatrali “Io non c’entro” “Tutto a posto” “Piccole anime” e “L’ufficio”. Nel 2000 pubblica il libro “Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra”. È co-sceneggiatore del film “Piovono Mucche” di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo “In mezzo al mare” con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale “Migliore”\, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve “Gola” e dei corti teatrali “Il figurante” e “Sopra di noi”. È stato tra gli autori del programma “Parla con me” di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV “Buttafuori” e\, dal 2007\, la prima\, la seconda e la terza stagione di “Boris”\, per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori\, scrive e dirige “Boris – il film”. \nNel 2011 scrive “456” che andrà in scena al teatro Piccolo Eliseo\, interpreti Cristina Pellegrino\, Carlo De Ruggieri\, Massimo De Lorenzo e Franco Ravera. Lo spettacolo è prodotto da Pietro Sermonti e Ninni Bruschetta. Negli anni successivi sarà prodotto da Velia Papa per Marche Teatro. Traendo spunto da questo spettacolo Mattia scrive e dirige un sequel televisivo che va in onda all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini su LA7. Nel 2012 pubblica con Dalai editore la raccolta di tutti i monologhi teatrali nel libro “In mezzo al mare” e il libro “456” che contiene il testo teatrale e le sceneggiature del sequel televisivo. \nNel 2013 scrive e dirige “Qui e ora”. Il debutto ha come interpreti Valerio Aprea e Valerio Mastandrea\, poi nel 2017\, al posto di quest’ultimo ci sarà Paolo Calabresi. \nNel 2014\, con Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo scrivono e dirigono “Ogni maledetto Natale”\, prodotto da Lorenzo Mieli. \nNel 2015 scrive con Corrado Guzzanti la serie Sky “Dov’è Mario?” che andrà in onda nel 2016. In quello stesso anno\, scrive e dirige “La linea verticale”\, il racconto della sua esperienza in ospedale in seguito ad un importante intervento chirurgico. La serie andrà in onda su Raitre nel 2018 prodotta Lorenzo Mieli. Dalla serie verrà tratto il romanzo “La linea verticale”\, edito da Baldini&Castoldi nello stesso anno. Nel 2017 scrive e dirige il monologo “Perfetta” con Geppi Cucciari. Nel Gennaio 2017 al teatro Ambra Jovinelli va in scena una rassegna dedicata al teatro di Mattia con la messa in scena di Qui e ora\, 456 e Migliore. Nel 2018 scrive la sceneggiatura di “Figli”. Nel 2019 inizia la preparazione del film ma la regia sarà poi firmata da Giuseppe Bonito ed uscirà nel 2020.Nel 2019 pubblica per Mondadori una riedizione della raccolta “In mezzo al mare” integrata dal monologo “Perfetta”. \nMattia muore a Roma il 19 Luglio 2019. \nNel 2021 viene pubblicato da Mondadori “A questo poi ci pensiamo”\, una raccolta di racconti e monologhi inediti. Ottobre 2022 esce Boris 4 su Disneyplus\, scritta senza Mattia ma dedicata a lui. \nNel 2022\, Lorenzo Mieli produce per Raitre “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” per la regia televisiva di Paolo Sorrentino. Gli spettacoli vengono girati nel Teatro Ambra Jovinelli e vanno in onda su tra novembre e dicembre 2022 sul Raitre e Raiplay.
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Che non avendo un’unità culturale\, morale\, politica\, l’Italia rappresenti oggi una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri: per precarietà\, incertezza\, diffidenza e paura; per mancanza di comuni aspirazioni. 4 5 6 è una commedia che racconta come proprio all’interno della famiglia – che pure dovrebbe essere il nucleo aggregante\, di difesa dell’individuo – nascano i germi di questo conflitto: la famiglia sente ostile la società che gli sta intorno ma finisce per incarnarne i valori più deteriori\, incoraggiando la diffidenza\, l’ostilità\, il cinismo\, la paura. 4 5 6 racconta la famiglia come avamposto della nostra arretratezza culturale. \nDallo spettacolo è stato tratto l’omonimo sequel televisivo\, prodotto da Inteatro e andato in onda su La7 all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini\, e il libro “4 5 6 – Morte alla famiglia”\, edito da Dalai. 456 fa parte de progetto televisivo “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” ripresi con la regia televisiva di Paolo Sorrentino per Rai3. Le pièce teatrali dell’autore\, dalle quali sono stati tratti i film\, sono: ‘Migliore’\, ‘Gola’\, ‘Perfetta’\, ‘Qui e ora’\, ‘465’ e ‘In mezzo al mare’. Tutti i Sei pezzi facili saranno tradotti in inglese all’interno del Progetto Italian and American Playwrights Project curato da Valeria Orani e Frank Hentschker con 369gradi\, Martin E. Segal Theatre Center / Graduate Center CUNY e il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. \nMattia Torre\, sceneggiatore\, autore teatrale e regista. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore\, negli anni ‘90\, delle prime commedie teatrali “Io non c’entro” “Tutto a posto” “Piccole anime” e “L’ufficio”. Nel 2000 pubblica il libro “Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra”. È co-sceneggiatore del film “Piovono Mucche” di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo “In mezzo al mare” con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale “Migliore”\, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve “Gola” e dei corti teatrali “Il figurante” e “Sopra di noi”. È stato tra gli autori del programma “Parla con me” di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV “Buttafuori” e\, dal 2007\, la prima\, la seconda e la terza stagione di “Boris”\, per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori\, scrive e dirige “Boris – il film”. \nNel 2011 scrive “456” che andrà in scena al teatro Piccolo Eliseo\, interpreti Cristina Pellegrino\, Carlo De Ruggieri\, Massimo De Lorenzo e Franco Ravera. Lo spettacolo è prodotto da Pietro Sermonti e Ninni Bruschetta. Negli anni successivi sarà prodotto da Velia Papa per Marche Teatro. Traendo spunto da questo spettacolo Mattia scrive e dirige un sequel televisivo che va in onda all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini su LA7. Nel 2012 pubblica con Dalai editore la raccolta di tutti i monologhi teatrali nel libro “In mezzo al mare” e il libro “456” che contiene il testo teatrale e le sceneggiature del sequel televisivo. \nNel 2013 scrive e dirige “Qui e ora”. Il debutto ha come interpreti Valerio Aprea e Valerio Mastandrea\, poi nel 2017\, al posto di quest’ultimo ci sarà Paolo Calabresi. \nNel 2014\, con Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo scrivono e dirigono “Ogni maledetto Natale”\, prodotto da Lorenzo Mieli. \nNel 2015 scrive con Corrado Guzzanti la serie Sky “Dov’è Mario?” che andrà in onda nel 2016. In quello stesso anno\, scrive e dirige “La linea verticale”\, il racconto della sua esperienza in ospedale in seguito ad un importante intervento chirurgico. La serie andrà in onda su Raitre nel 2018 prodotta Lorenzo Mieli. Dalla serie verrà tratto il romanzo “La linea verticale”\, edito da Baldini&Castoldi nello stesso anno. Nel 2017 scrive e dirige il monologo “Perfetta” con Geppi Cucciari. Nel Gennaio 2017 al teatro Ambra Jovinelli va in scena una rassegna dedicata al teatro di Mattia con la messa in scena di Qui e ora\, 456 e Migliore. Nel 2018 scrive la sceneggiatura di “Figli”. Nel 2019 inizia la preparazione del film ma la regia sarà poi firmata da Giuseppe Bonito ed uscirà nel 2020.Nel 2019 pubblica per Mondadori una riedizione della raccolta “In mezzo al mare” integrata dal monologo “Perfetta”. \nMattia muore a Roma il 19 Luglio 2019. \nNel 2021 viene pubblicato da Mondadori “A questo poi ci pensiamo”\, una raccolta di racconti e monologhi inediti. Ottobre 2022 esce Boris 4 su Disneyplus\, scritta senza Mattia ma dedicata a lui. \nNel 2022\, Lorenzo Mieli produce per Raitre “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” per la regia televisiva di Paolo Sorrentino. Gli spettacoli vengono girati nel Teatro Ambra Jovinelli e vanno in onda su tra novembre e dicembre 2022 sul Raitre e Raiplay.
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Le pièce teatrali dell’autore\, dalle quali sono stati tratti i film\, sono: ‘Migliore’\, ‘Gola’\, ‘Perfetta’\, ‘Qui e ora’\, ‘465’ e ‘In mezzo al mare’. Tutti i Sei pezzi facili saranno tradotti in inglese all’interno del Progetto Italian and American Playwrights Project curato da Valeria Orani e Frank Hentschker con 369gradi\, Martin E. Segal Theatre Center / Graduate Center CUNY e il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. \nMattia Torre\, sceneggiatore\, autore teatrale e regista. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore\, negli anni ‘90\, delle prime commedie teatrali “Io non c’entro” “Tutto a posto” “Piccole anime” e “L’ufficio”. Nel 2000 pubblica il libro “Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra”. È co-sceneggiatore del film “Piovono Mucche” di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo “In mezzo al mare” con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale “Migliore”\, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve “Gola” e dei corti teatrali “Il figurante” e “Sopra di noi”. È stato tra gli autori del programma “Parla con me” di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV “Buttafuori” e\, dal 2007\, la prima\, la seconda e la terza stagione di “Boris”\, per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori\, scrive e dirige “Boris – il film”. \nNel 2011 scrive “456” che andrà in scena al teatro Piccolo Eliseo\, interpreti Cristina Pellegrino\, Carlo De Ruggieri\, Massimo De Lorenzo e Franco Ravera. Lo spettacolo è prodotto da Pietro Sermonti e Ninni Bruschetta. 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La serie andrà in onda su Raitre nel 2018 prodotta Lorenzo Mieli. Dalla serie verrà tratto il romanzo “La linea verticale”\, edito da Baldini&Castoldi nello stesso anno. Nel 2017 scrive e dirige il monologo “Perfetta” con Geppi Cucciari. Nel Gennaio 2017 al teatro Ambra Jovinelli va in scena una rassegna dedicata al teatro di Mattia con la messa in scena di Qui e ora\, 456 e Migliore. Nel 2018 scrive la sceneggiatura di “Figli”. 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DESCRIPTION:scritto e diretto da Mattia Torre\ncon Massimo De Lorenzo\, Carlo De Ruggieri\, Cristina Pellegrino\ne con Giordano Agrusta\nscene Francesco Ghisu\ncostumi Mimma Montorselli \nproduzione Marche Teatro / Nutrimenti Terrestri / Walsh \nDurata: 80’ \n456 è la storia comica e violenta di una famiglia che\, isolata e chiusa\, vive in mezzo a una valle oltre la quale sente l’ignoto. Padre\, madre e figlio sono ignoranti\, diffidenti\, nervosi. Si lanciano accuse\, rabboccano un sugo di pomodoro lasciato dalla nonna morta anni prima\, litigano\, pregano\, si odiano. Ognuno dei tre rappresenta per gli altri quanto di più detestabile ci sia al mondo. \nE tuttavia occorre una tregua\, perché sta arrivando un ospite atteso da tempo\, che può e deve cambiare il loro futuro. \nTutto è pronto\, tutto è perfetto. Ma la tregua non durerà. \n4 5 6 nasce dall’idea che l’Italia non è un paese\, ma una convenzione. Che non avendo un’unità culturale\, morale\, politica\, l’Italia rappresenti oggi una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri: per precarietà\, incertezza\, diffidenza e paura; per mancanza di comuni aspirazioni. 4 5 6 è una commedia che racconta come proprio all’interno della famiglia – che pure dovrebbe essere il nucleo aggregante\, di difesa dell’individuo – nascano i germi di questo conflitto: la famiglia sente ostile la società che gli sta intorno ma finisce per incarnarne i valori più deteriori\, incoraggiando la diffidenza\, l’ostilità\, il cinismo\, la paura. 4 5 6 racconta la famiglia come avamposto della nostra arretratezza culturale. \nDallo spettacolo è stato tratto l’omonimo sequel televisivo\, prodotto da Inteatro e andato in onda su La7 all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini\, e il libro “4 5 6 – Morte alla famiglia”\, edito da Dalai. 456 fa parte de progetto televisivo “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” ripresi con la regia televisiva di Paolo Sorrentino per Rai3. Le pièce teatrali dell’autore\, dalle quali sono stati tratti i film\, sono: ‘Migliore’\, ‘Gola’\, ‘Perfetta’\, ‘Qui e ora’\, ‘465’ e ‘In mezzo al mare’. Tutti i Sei pezzi facili saranno tradotti in inglese all’interno del Progetto Italian and American Playwrights Project curato da Valeria Orani e Frank Hentschker con 369gradi\, Martin E. Segal Theatre Center / Graduate Center CUNY e il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. \nMattia Torre\, sceneggiatore\, autore teatrale e regista. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore\, negli anni ‘90\, delle prime commedie teatrali “Io non c’entro” “Tutto a posto” “Piccole anime” e “L’ufficio”. Nel 2000 pubblica il libro “Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra”. È co-sceneggiatore del film “Piovono Mucche” di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo “In mezzo al mare” con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale “Migliore”\, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve “Gola” e dei corti teatrali “Il figurante” e “Sopra di noi”. È stato tra gli autori del programma “Parla con me” di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV “Buttafuori” e\, dal 2007\, la prima\, la seconda e la terza stagione di “Boris”\, per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori\, scrive e dirige “Boris – il film”. \nNel 2011 scrive “456” che andrà in scena al teatro Piccolo Eliseo\, interpreti Cristina Pellegrino\, Carlo De Ruggieri\, Massimo De Lorenzo e Franco Ravera. Lo spettacolo è prodotto da Pietro Sermonti e Ninni Bruschetta. Negli anni successivi sarà prodotto da Velia Papa per Marche Teatro. Traendo spunto da questo spettacolo Mattia scrive e dirige un sequel televisivo che va in onda all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini su LA7. Nel 2012 pubblica con Dalai editore la raccolta di tutti i monologhi teatrali nel libro “In mezzo al mare” e il libro “456” che contiene il testo teatrale e le sceneggiature del sequel televisivo. \nNel 2013 scrive e dirige “Qui e ora”. Il debutto ha come interpreti Valerio Aprea e Valerio Mastandrea\, poi nel 2017\, al posto di quest’ultimo ci sarà Paolo Calabresi. \nNel 2014\, con Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo scrivono e dirigono “Ogni maledetto Natale”\, prodotto da Lorenzo Mieli. \nNel 2015 scrive con Corrado Guzzanti la serie Sky “Dov’è Mario?” che andrà in onda nel 2016. In quello stesso anno\, scrive e dirige “La linea verticale”\, il racconto della sua esperienza in ospedale in seguito ad un importante intervento chirurgico. La serie andrà in onda su Raitre nel 2018 prodotta Lorenzo Mieli. Dalla serie verrà tratto il romanzo “La linea verticale”\, edito da Baldini&Castoldi nello stesso anno. Nel 2017 scrive e dirige il monologo “Perfetta” con Geppi Cucciari. Nel Gennaio 2017 al teatro Ambra Jovinelli va in scena una rassegna dedicata al teatro di Mattia con la messa in scena di Qui e ora\, 456 e Migliore. Nel 2018 scrive la sceneggiatura di “Figli”. Nel 2019 inizia la preparazione del film ma la regia sarà poi firmata da Giuseppe Bonito ed uscirà nel 2020.Nel 2019 pubblica per Mondadori una riedizione della raccolta “In mezzo al mare” integrata dal monologo “Perfetta”. \nMattia muore a Roma il 19 Luglio 2019. \nNel 2021 viene pubblicato da Mondadori “A questo poi ci pensiamo”\, una raccolta di racconti e monologhi inediti. Ottobre 2022 esce Boris 4 su Disneyplus\, scritta senza Mattia ma dedicata a lui. \nNel 2022\, Lorenzo Mieli produce per Raitre “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” per la regia televisiva di Paolo Sorrentino. Gli spettacoli vengono girati nel Teatro Ambra Jovinelli e vanno in onda su tra novembre e dicembre 2022 sul Raitre e Raiplay.
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Che non avendo un’unità culturale\, morale\, politica\, l’Italia rappresenti oggi una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri: per precarietà\, incertezza\, diffidenza e paura; per mancanza di comuni aspirazioni. 4 5 6 è una commedia che racconta come proprio all’interno della famiglia – che pure dovrebbe essere il nucleo aggregante\, di difesa dell’individuo – nascano i germi di questo conflitto: la famiglia sente ostile la società che gli sta intorno ma finisce per incarnarne i valori più deteriori\, incoraggiando la diffidenza\, l’ostilità\, il cinismo\, la paura. 4 5 6 racconta la famiglia come avamposto della nostra arretratezza culturale. \nDallo spettacolo è stato tratto l’omonimo sequel televisivo\, prodotto da Inteatro e andato in onda su La7 all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini\, e il libro “4 5 6 – Morte alla famiglia”\, edito da Dalai. 456 fa parte de progetto televisivo “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” ripresi con la regia televisiva di Paolo Sorrentino per Rai3. Le pièce teatrali dell’autore\, dalle quali sono stati tratti i film\, sono: ‘Migliore’\, ‘Gola’\, ‘Perfetta’\, ‘Qui e ora’\, ‘465’ e ‘In mezzo al mare’. Tutti i Sei pezzi facili saranno tradotti in inglese all’interno del Progetto Italian and American Playwrights Project curato da Valeria Orani e Frank Hentschker con 369gradi\, Martin E. Segal Theatre Center / Graduate Center CUNY e il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. \nMattia Torre\, sceneggiatore\, autore teatrale e regista. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore\, negli anni ‘90\, delle prime commedie teatrali “Io non c’entro” “Tutto a posto” “Piccole anime” e “L’ufficio”. Nel 2000 pubblica il libro “Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra”. È co-sceneggiatore del film “Piovono Mucche” di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo “In mezzo al mare” con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale “Migliore”\, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve “Gola” e dei corti teatrali “Il figurante” e “Sopra di noi”. È stato tra gli autori del programma “Parla con me” di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV “Buttafuori” e\, dal 2007\, la prima\, la seconda e la terza stagione di “Boris”\, per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori\, scrive e dirige “Boris – il film”. \nNel 2011 scrive “456” che andrà in scena al teatro Piccolo Eliseo\, interpreti Cristina Pellegrino\, Carlo De Ruggieri\, Massimo De Lorenzo e Franco Ravera. Lo spettacolo è prodotto da Pietro Sermonti e Ninni Bruschetta. 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La serie andrà in onda su Raitre nel 2018 prodotta Lorenzo Mieli. Dalla serie verrà tratto il romanzo “La linea verticale”\, edito da Baldini&Castoldi nello stesso anno. Nel 2017 scrive e dirige il monologo “Perfetta” con Geppi Cucciari. Nel Gennaio 2017 al teatro Ambra Jovinelli va in scena una rassegna dedicata al teatro di Mattia con la messa in scena di Qui e ora\, 456 e Migliore. Nel 2018 scrive la sceneggiatura di “Figli”. Nel 2019 inizia la preparazione del film ma la regia sarà poi firmata da Giuseppe Bonito ed uscirà nel 2020.Nel 2019 pubblica per Mondadori una riedizione della raccolta “In mezzo al mare” integrata dal monologo “Perfetta”. \nMattia muore a Roma il 19 Luglio 2019. \nNel 2021 viene pubblicato da Mondadori “A questo poi ci pensiamo”\, una raccolta di racconti e monologhi inediti. Ottobre 2022 esce Boris 4 su Disneyplus\, scritta senza Mattia ma dedicata a lui. \nNel 2022\, Lorenzo Mieli produce per Raitre “Sei pezzi facili – tutto il teatro di Mattia Torre” per la regia televisiva di Paolo Sorrentino. Gli spettacoli vengono girati nel Teatro Ambra Jovinelli e vanno in onda su tra novembre e dicembre 2022 sul Raitre e Raiplay.
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SUMMARY:POVERI CRISTI
DESCRIPTION:di e con Ascanio Celestini\ne con Gianluca Casadei alla fisarmonica \nproduzione Fabbrica\, Teatro Carcano \nDurata: 90′ \n<<Chi sono i poveri cristi? Sono l’ultimo della classe quando ci stavano le classi differenziali per i poveri; la pecora nera nel manicomio che risolveva il problema per quelli che stavano fuori\, ma non per quelli che stavano dentro; quello che sta inchiodato a qualche malattia senza colpa\, ma anche senza futuro\, eccetera. \nE se dico “eccetera” ho detto tutto. Ho detto tutti. \nL’idea di questo progetto è quella di trovare le parole per raccontare questi poveri cristi che non hanno una lingua per raccontarsi che non sia quella della pietà. \nE invece il narratore di questo spettacolo li racconta come santi perché ogni giorno fanno il miracolo di restare al mondo. Di essere i migliori del circondario. \nCi sono tanti modi per raccontare questa classe sociale\, ma la più rispettosa\, per me\, è quella che usa le loro parole. Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. 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È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». 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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. 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È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». 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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne\, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”. \nPoveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo ‘Poveri Cristi’ comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo\, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase\, ma potrebbe finire qui”. \nDavvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico\, economico\, militare o religioso; né con le vette della letteratura\, della scienza o con le aspettative\, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti\, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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Così\, in questi ultimi 10 anni\, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma\, il becchino del cimitero di Lampedusa\, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013\, ecc. \nPoi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco\, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei\, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante\, anche e soprattutto durante le parti improvvisate\, tra i diversi musicisti\, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro\, di ascolto e interazione tra musica e racconti\, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre\, ogni sera\, in ogni replica col pubblico\, come un’improvvisazione su uno standard jazz. \nMa c’è un motivo per il quale racconto\, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta\, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata\, ma tra noi non c’erano gli scrittori\, i registi del cinema”. \nCioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro\, di noi scrittori\, di noi autori\, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta\, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale\, quella tra lo scrittore e l’elettricista\, tra l’autore e i facchini eritrei\, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. \nQuando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. \nCioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. \nIl mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata\, ma bella. \nE allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua\, che usiamo le stesse parole\, che cantiamo le stesse canzoni. \nLo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo\, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto\, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male. \nIo cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. \nScrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. \nQuesta\, per me\, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. \nQuesto spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi. \n1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.\n2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto\, per esempio).\n3- La parola è suono\, ma anche ritmo. \nEccetera. \nC’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. 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Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che\, come nella parabola di Gesù\, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.>> \nAscanio Celestini è nato a Roma nel 1972. I suoi testi sono legati a un lavoro di ricerca sul campo e indagano nella memoria di eventi e questioni relative alla storia recente e all’immaginario collettivo. Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali\, Laika (2015)\, Pueblo (2017) e Rumba (2023) fanno parte della trilogia che è all’origine di Poveri cristi. Di questi testi\, Celestini ha curato la regia in Belgio e in Francia con l’attore David Murgia\, e in Svezia con l’attore Özz Nûjen. Per il cinema ha realizzato due film: La pecora nera (2010)\, in concorso alla 67ª Mostra del cinema di Venezia\, e Viva la sposa (2015) in concorso alle Giornate degli autori a Venezia. Il suo disco Parole sante ha vinto il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci «Dalla parte buona della musica». Per Einaudi ha pubblicato Storie di uno scemo di guerra (2005)\, La pecora nera (2006)\, Lotta di classe (2009)\, Io cammino in fila indiana (2011)\, Pro patria (2012)\, Barzellette (2019)\, Radio clandestina (2020)\, I parassiti (2021) e Poveri cristi (2025).
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SUMMARY:IL SEN(N)O
DESCRIPTION:di Monica Dolan \ntitolo originale The B*easts\ncon Lucia Mascino\nadattamento e regia Serena Sinigaglia\ntraduzione Monica Capuani\nscene Maria Spazzi\nluci e suoni Roberta Faiolo\nassistente alla regia Michele Iuculano\ntecnico di produzione Christian Laface \nproduzione Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano\ndistribuzione a cura di Mismaonda \ndurata 75’ senza intervallo \nAlla fine tutto si riduce a una sola domanda: pensiamo che il seno sia una cosa oscena oppure che sia quello che è e basta?\nUna psicoterapeuta si trova a dover valutare un gesto mai compiuto prima. Una madre ha preso una decisione sul corpo di sua figlia e questa decisione scatena intorno a lei una serie di conseguenze e di reazioni sempre più fuori controllo. \nUn monologo volutamente sfidante\, Il Sen(n)o ci conduce nell’esplorazione di un tema terribilmente attuale: come l’esposizione precoce alla sessualizzazione e alla pornografia nell’era di internet abbiano inciso profondamente sulla nostra cultura. \nScritto da Monica Dolan e tradotto da Monica Capuani\, dopo un enorme successo in Inghilterra Il Sen(n)o debutta per la prima volta in Italia interpretato da Lucia Mascino con la regia di Serena Sinigaglia. \nLucia Mascino\, attrice poliedrica e sui generis\, la cui carriera spazia dal teatro\, alla televisione\, al cinema sia d’autore che popolare\, ha ottenuto riconoscimenti prestigiosi tra i quali: 4 candidature ai Nastri d’argento\, il Premio Anna Magnani per il cinema nel 2018 come miglior attrice protagonista e il Premio Flaiano per il teatro nel 2023. \n“Quando ho letto il testo un anno fa\, ho pensato che fosse urgente portarlo in scena. Abbiamo impiegato un anno con Serena per addentrarci in una materia così toccante\, complessa e piena di riverberi come la manipolazione continua della nostra identità che viviamo\, immersi come siamo\, in modelli di marketing più che in situazioni reali\, e come questa manipolazione sia ancora più violenta e fuori controllo nella zona dell’infanzia e dell’adolescenza” \nLucia Mascino \nSerena Sinigaglia regista eclettica e trasversale\, la cui carriera dura da più di 25 anni. Dirige opere liriche e prosa. Classici e contemporanei. Collabora coi più importanti drammaturghi italiani nella creazione di testi originali\, tra questi Roberto Saviano\, Fausto Paravidino\, Letizia Russo\, Emanuele Aldrovandi. Riceve numerosi riconoscimenti tra i quali «Donnediscena» come migliore regista dell’anno\, premio «Hystrio» alla regia\, e il premio Hystrio Twister 2023 per Supplici. \n“Cerco testi che sappiano cogliere le questioni più urgenti della contemporaneità. “Il Senno” apre uno squarcio\, mai retorico\, mai scontato\, nelle contraddizioni profonde della nostra società. Il teatro per me è questo: un testo urgente\, un’attrice straordinaria e un pubblico desideroso di vedere la realtà con limpidezza\, capace di trovare un senso e una direzione autonoma e responsabile di vera umanità.” – Serena Sinigaglia
URL:https://cavalieridicultura.it/evento/il-senno/2026-02-11/
LOCATION:Teatro Vascello\, Via Giacinto Carini\, 78\, Roma\, RM\, 00152
CATEGORIES:Teatro
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SUMMARY:ORLANDO
DESCRIPTION:Andrea De Rosa / Fabrizio Sinisi / Anna Della Rosa / Virginia Woolf\nTPE Teatro Astra \ndal romanzo di Virginia Woolf\ne dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West Scrivi sempre a mezzanotte (Donzelli) \ndrammaturgia Fabrizio Sinisi\ntraduzione Nadia Fusini\nregia Andrea De Rosa\ncon Anna Della Rosa\nscene Giuseppe Stellato\nluci Pasquale Mari\nsuono G.U.P. Alcaro\ncostumi Ilaria Ariemme\naiuto regia Paolo Costantini\nmusica di scena Sinfonia n.6 (Patetica) di Čajkovskij \nproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa \ndurata 60 min \nIl 9 ottobre del 1927\, Virginia Woolf scrive una lettera all’amata Vita Sackville-West: “Supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Di’ sì o no”. Vita non si sottrae\, accettando di diventare oggetto\, musa\, modello e interlocutrice di uno dei romanzi più originali della letteratura moderna. La scrittura di Orlandonasce così: come un omaggio d’amore\, un atto di gioia offerto a una donna e al mondo. Intersecandosi continuamente con la vita della scrittrice\, in un enigmatico intreccio tra opera e biografia\, la vicenda di Orlando – nato uomo nel XVI secolo\, vissuto per più di quattrocento anni\, e mistericamente transitato nel Femminile – si trasforma in questo spettacolo in un inno all’estasi ma anche all’ossessione della letteratura: una lunga\, straordinaria lettera d’amore in forma di romanzo. \n“Oltre che un classico di sconvolgente attualità\, Orlando è un inno alla gioia esuberante dell’avventura\, alla libertà\, al godimento sessuale; un manifesto alla possibilità di prenderselo\, il piacere\, secondo modelli alternativi alle leggi del conformismo patriarcale.” \nNadia Fusini \n“L’identità è un fantasma. Dal momento in cui cominciamo a definirci come esseri umani adulti\, stabiliamo dei confini entro i quali ci rintaniamo. Ma\, per fortuna o per avventura\, la vita spazza via tutto e travolge quegli steccati che tanto pazientemente avevamo costruito per proteggerci. Trascinati dalla inesauribile vitalità del suo Orlando\, Virginia Woolf ci invita a viaggiare nello spazio e nel tempo\, a oltrepassare quello steccato che ci tiene imprigionati nella trappola dell’identità\, del maschile\, del femminile\, e di tutte quelle convenzioni che sono solo il frutto del tempo in cui viviamo.” \nAndrea De Rosa \n“Può un’opera letteraria essere al contempo una lettera d’amore? Orlando dimostra di sì: uno dei più straordinari romanzi del Novecento è anche la più spericolata lettera d’amore che la storia ricordi. Un vero e proprio monumento di parole che Virginia Woolf erige a e per l’amata Vita Sackville-West – scrittrice e poetessa con cui Woolf ebbe una lunga relazione e un intenso sodalizio. Un amore che abbiamo voluto rendere ancora più esplicito\, punteggiando la drammaturgia del romanzo con brani dell’epistolario a Vita. Orlando è un inno a Vita e alla Vita\, nonché la testimonianza di una speranza estrema: mentre la vita dei corpi finisce\, quella delle parole è più lunga e diversa – abbatte i confini dei sessi\, delle identità\, perfino della morte.” \nFabrizio Sinisi / drammaturgia \n“La luce di Orlando è la luce bianca del cielo di una mattina radiosa. La luce di Orlando è la luce bianca della carta da scrivere\, prima di cominciare. Questi i pensieri che hanno guidato la disposizione del grappolo di proiettori tra i quali si innalza il tronco robusto di un albero senza chioma\, come poeticamente disegnato da Giuseppe Stellato. Sono anzi sia la chioma che il cielo sotto il quale stanno Orlando\, Virginia\, Anna ed il suo pubblico assorto ad ascoltarla. Mi piace pensare che sia tutta quella luce bianca a condensarsi e raggiungere il suolo trasformandosi in carta\, in tanti fogli bianchi che attendono che le parole si trasformino in segni. Ancora una volta la luce è convocata a testimoniare e rendere possibile che l’astrazione si trasformi sulla scena in realtà da abitare. “Orlando alzò gli occhi e vide qualcosa di astratto che sta tra le colline o nel cielo oltre il quale non c’è nulla che conti; in cui io riposo e continuerò a esistere. Questa cosa io chiamo realtà.” (Virginia Woolf – Diari)” \nPasquale Mari / luce \n“Immaginare uno spazio scenico che accogliesse le parole scritte da Virginia Woolf per Orlando\, è stata una sfida per nulla semplice. Un testo che\, tra le altre cose\, racconta proprio la difficoltà della parola di descrivere la natura\, la bellezza. Alla fine\, tutto confluiva qui\, nella ricerca di un connubio\, di un punto d’incontro tra natura e letteratura\, tra la bellezza di un albero e il fallimento di qualsiasi forma d’arte che provi a raccontare questa bellezza. E quindi un tronco di quercia in mezzo ad un prato quadrato\, un albero la cui chioma è fatta da luci\, tralicci\, americane: una fetta di realtà trasportata in uno spazio teatrale\, quel luogo magico dove da un albero\, al posto di una foglia\, può cadere un foglio bianco…” \nGiuseppe Stellato / spazio scenico \n“Il suono\, lontano e intimo\, di una campana scandisce un tempo indefinito e sospeso. Una musica nasce da quelle pagine così tormentate e vitali; è la Sinfonia n. 6 (Patetica) di Čajkovskij. L’ultima.” \nG.U.P. Alcaro / musica \n“Un abito veste e spesso determina\, un costume teatrale veste e crea mondi. In scena c’è Virginia Woolf e il momento in cui visse\, ma anche un blu polveroso che ricorda il vasto cielo comune a tutte le epoche\, una seta impalpabile e ariosa che rimanda ai fasti del ‘500\, un cinturone maschile e una gonna femminile pronta a gonfiarsi a ogni danzante giravolta. Il costume accompagna discretamente il racconto di un’anima appassionata e in ricerca di sé grazie ai piccoli dettagli che lo compongono\, senza troppo definire e chiudere\, mettendosi in dialogo con il corpo l’attrice che lo veste e lo sveste – magnificamente – e con il vasto e concettuale spazio che li contiene entrambi.” \nIlaria Ariemme / costumi
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