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SUMMARY:L'ARTE DI VIVERE. Il giorno in cui i corvi smisero di farmi paura
DESCRIPTION:con Laura Serena\nIn video Alessandro Cucci\, Massimo Lusuardi\, Giacomo Conte\, Gianluca Cottafava\, Andrea Messori\nRegia Francesca Merli\nDrammaturgia Francesca Garolla\nScene Andrea Colombo\nRiprese video e direzione della fotografia Francesco Giacomel\nMontaggio Francesco Marotta\nLight design Francesca Merli\nSound design GiacomoBenvenuto\nFonica Samuel Penazzato\nAnimazione video Ameer Al Sudani\nDirezione tecnica Alessandro Barbieri\nOrganizzazione Daniele Filosi\nUna co-produzione TeatroStabile del Veneto–Teatro Nazionale | TSProduzioni ETS\ncon il sostegno di Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto-Teatro Dimora | La Corte Ospitale“| Centro di Residenza della Toscana (Armunia-CapoTrave/Kilowatt)\,\nComune di Sansepolcro | IntercettAzioni-Centro di Residenza Artistica della Lombardia\ne in collaborazione con Dialoghi – Residenze delle arti performative aVilla Manin 2022 – 2024 \n\nTra ironia\, testimonianze reali e un percorso che attraversa tutte le fasi dell’“ultimo saluto”\, lo spettacolo prova a guardare in faccia ciò che spesso evitiamo\, attraverso interviste\, commenti e considerazioni di chi la morte la affronta per mestiere.\n\n\n\nUna lezione/spettacolo sulla prassi della morte che prende la nostra rimozione collettiva e la mette sotto osservazione: un’indagine ironica a metà tra laboratorio e confessione. In scena un’attrice prova a fare ordine: parte da un’esperienza personale e costruisce una guida al morire\, come se nominarlo\, sezionarlo\, capirlo bastasse a renderlo affrontabile. \nIl percorso è preciso: si parte dall’istante della morte e si segue tutta la filiera. Chi la certifica\, chi prepara il corpo\, chi lo seppellisce\, chi prova a dare una direzione a ciò che resta. I professionisti della morte compaiono in video: volti reali\, mestieri concreti\, parole dirette. Infermieri\, operatori funerari\, sacerdoti. Raccontano il loro lavoro\, ma nel farlo lasciano intravedere crepe\, abitudini\, zone d’ombra. L’attrice tiene insieme i pezzi\, fa da tramite tra il pubblico e un universo normalmente nascosto\, conduce\, spiega\, alleggerisce. \nTerzo capitolo della Trilogia della Realtà della compagnia Merli–Serena\, lo spettacolo continua a lavorare sul confine instabile tra documento e scena\, lasciando emergere una domanda che resta lì\, senza soluzione: cosa significa davvero convivere con la fine\, sapendo che non impareremo mai come si fa.
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SUMMARY:DALLA. COM'È PROFONDO LUCIO
DESCRIPTION:Uno spettacolo di John Stanson Band \ncon Walter Muto chitarra\nCarlo Pastori fisarmonica e pianoforte\nCarlo Lazzaroni violino\nUna produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale \n\nUn omaggio che attraversa Lucio Dalla a 10 anni dalla sua scomparsa\, come si attraversa una città notturna: seguendo luci\, voci e improvvise rivelazioni. Una musica che continua a parlare in modo semplice e insieme impossibile\, come se ogni canzone fosse una domanda ancora aperta.\n\n\n\nFra i talenti di Lucio Dalla c’era quello di trasformare il quotidiano in poesia\, con melodie e parole semplici solo in apparenza\, capaci di essere popolari e insieme profondissime.Un albero resta un albero\, finché lo si guarda senza ascoltarlo. Nelle sue canzoni diventa domanda: Cosa sarà che fa crescere gli alberi e la felicità? e ancora che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento?. Un viaggio dentro la sua poetica\, a dieci anni dalla scomparsa\, attraversa canzoni e testimonianze di chi lo ha conosciuto da vicino\, restituendo la voce di un autore che “parlava un’altra lingua\, però sapeva amare”. \nGli arrangiamenti di Walter Muto disegnano un suono quasi cameristico per chitarra\, voce\, fisarmonica e pianoforte di Carlo Pastori\, e violino di Carlo Lazzaroni\, intrecciando i brani in medley che si avvicinano al respiro vivo di un concerto da osteria: uno spazio semplice\, essenziale\, dove la musica si appoggia a un tavolo e tutto il resto diventa poesia.
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SUMMARY:1984 George Orwell
DESCRIPTION:da George Orwell\ndrammaturgia e regia Corrado Accordino\ncon Luigi Aquilino\, Daniele Crasti\, Daniele Ornatelli\, Silvia Rubino\, Alessia Vicardi\nmovimenti coreografici Romina Contiero\naiuto regia Valentina Paiano\nproduzione Compagnia Teatro Binario 7 \n\nCosa accade quando la fantascienza diventa realtà? Dal romanzo profetico di George Orwell uno spettacolo che riflette un mondo di sorvegliati\, registrati\, costantemente osservati. Nulla sfugge più allo sguardo del Grande Fratello: tutto è tracciato\, tutto è previsto. La vera utopia è uscire dal branco\, scegliere di pensare.\n\n\n\nGeorge Orwell aveva già tracciato la mappa. Il vero padre del Grande Fratello ha messo in scena\, con inquietante precisione\, un mondo sotto sorveglianza permanente: nessuno davvero fuori campo\, nessuno davvero solo. Telecamere\, dispositivi\, satelliti\, schermi — tutto registra\, tutto restituisce. E sullo sfondo\, la sensazione costante di una catastrofe imminente\, sempre pronta a ridefinire le regole del gioco. Il sistema non si limita a controllare: seduce. Agisce sulle paure\, modella i desideri\, orienta lo sguardo. E nel rumore continuo di un presente urlato\, il nemico si costruisce in tempo reale\, per contagio\, per adesione. Il vero virus è l’allineamento. In questo scenario\, il lavoro di Corrado Accordino attraversa l’orrore di una coscienza spenta che continua a funzionare\, e riporta al centro la possibilità — sempre più fragile — di uno sguardo personale. Personaggi svuotati\, funzionali a un ingranaggio che li supera\, abitano una realtà senza intimità\, dove l’identità si consuma nella sua esposizione continua. \nEppure resta uno scarto. Il gesto di chi rifiuta la “cosa giusta”\, di chi disobbedisce al consenso. Tra immagini ipnotiche e pensieri che sfuggono al controllo\, lo spettacolo mette in crisi ciò che crediamo normale.
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DESCRIPTION:con Andrea Lietti\, Giovanni Longhin\, Ilaria Longo\, Nicola Lorusso\, Roberto Marinelli\, Paola Tintinelli\, Marco Rizzo\, Elena Scalet\nLibretto\, testi\, musiche\, regia  Gipo Gurrado\nMovimenti scenici\, coreografie Maja Delak\nScene e costumi Marina Conti\nassistenti ai costumi Giorgia Piatta\, Simona Venkova\nassistente alla scena Simona Venkova\nSuono Stefano Giungato (Indiehub Studio)\nProduzione Elsinor Centro di produzione teatrale\nSpettacolo realizzato con il sostegno di NEXT – Laboratorio delle Idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo \n\nUn Modern Musical cinico e dark che mette al centro l’amore: quello vero\, imperfetto\, disordinato\, paranoico\, dolce\, tragico\, appiccicoso. Insomma: l’amore in tutte le sue forme e deformazioni.\n\n\n\n\nRaccontare l’amore a teatro? Un progetto destinato a fallire. E proprio per questo vale la pena provarci. Con ironia spietata\, crudeltà e tenerezza\, FUCK dà voce al mondo emotivo che abita ognuno di noi. Lo spettacolo è ambientato in metropolitana\, metafora di come nei tempi moderni si entra ed esca dalle vite altrui con la stessa facilità con cui si sale e scende da un vagone\, pronti a una nuova destinazione. Al centro\, come negli altri episodi della “Trilogy”\, l’uomo moderno con le sue paranoie\, i suoi desideri\, i suoi meravigliosi difetti. Un flusso di emozioni che si intrecciano\, si sfaldano\, si cantano. Ispirandosi a voci ironiche e visionarie come Flaiano\, Bufalino\, Heller\, Richler ed Everett F*CK smonta i cliché del genere e li ricompone in uno stile nuovo\, originale\, tutto italiano. \nCon le musiche prodotte negli studi Indiehub di Milano\, le scene di Marina Conti e le coreografie di Maja Delak\, FUCK* segna una nuova tappa nel percorso di Gipo Gurrado: lontano da Broadway\, vicino a chi ama. Anche male.
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SUMMARY:LEIBNIZ Uno spettacolo barocco
DESCRIPTION:Ideazione Eleonora Paris e Irene Serini\nregia Irene Serini drammaturgia Eleonora Paris\ncon Alessandro Balestrieri\, Eleonora Paris\, Irene Serini\ndirezione tecnica Alessandro Balestrieri\nvideo e suono Andrea Centonza\nassistenza alla regia Francesca Repetti\nsguardo esterno Virginia Landi\nconsulenza filosofica Raffaella Colombo\nFoto e video promozionali di Marcella Foccardi \nproduzione Teatro della Caduta e Z.I.A. – Zona Indipendente Artistica \ncon il sostegno di IfPrana e Qui e Ora residenze teatrali \n\nIronico e visionario\, lo spettacolo affonda nel “male del secolo”: la depressione\, la prossima grande epidemia\, secondo le previsioni dell’OMS.Nel trionfo della razionalità riemerge il filosofo Leibniz\, emblema di un’umanità efficiente ma svuotata. La provocazione è radicale: smettere di funzionare\, riaprire all’irrazionale e incrinare il mito della produttività a ogni costo.\n\n\n\nLa parte irrazionale di noi. Quella fuori controllo\, che disturba. Murata viva sotto strati di efficienza\, logica\, performance. Funziona tutto. Più o meno. Ma a che prezzo?\nLeibniz\, filosofo e matematico di epoca barocca\, diventa qui un detonatore: icona perfetta di un’umanità lucidissima e produttiva\, ma sempre più analfabeta di sé stessa. Più affiniamo il pensiero\, più amputiamo ciò che non riusciamo a spiegare. E quella rimozione prima o poi presenta il conto.\nLo spettacolo affonda il coltello\, con ironia feroce\, nel malessere cronico del presente e smonta le nostre certezze pezzo per pezzo. Perché il problema non è l’irrazionale: è averlo espulso. Ed è proprio lì\, in quel vuoto\, che attecchiscono controllo\, consumo e nuove forme di potere. \nNumero 0\, Numero I e Diagonale attraversano i secoli\, incastrati in logiche perfette e assurde\, fino a trasformarsi in Leibniz e Sophia: due esseri lucidi\, insonni\, fuori controllo che si ritrovano a bere il thé in piena notte\, per placare le reciproche inquietudini.
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SUMMARY:LA RAGIONE DEGLI ALTRI da Luigi Pirandello
DESCRIPTION:da Luigi Pirandello\ndramaturg Linda Dalisi\nregia Alfonso Postiglione\ncon Anna Bocchino\, Viola Forestiero\, Ettore Nigro e Monica Palomby\nass. alla regia Giovanni Sbarra\nscene Sara Palmieri\ncostumi Giovanna Napolitano\nrealizzazione scene Paolo lammarone e Vincenzo Fiorillo\nrealizzazione video Alchemia Pictures\nrealizzazione foto in/di scena Francesco D’Ambrosio\ngrafica locandina Francesco Palladino\nproduzione Piccola Città Teatro Tradizione e Turismo Centro di produzione teatrale – Teatro Sannazaro Solares – Fondazione delle Arti\nSi ringrazia per la collaborazione La Corte Ospitale\nSi ringrazia per la collaborazione e le location video l’Amministrazione Comunale di San Giorgio a Cremano\nCon il sostegno di Progetto Confini Aperti Ats Creare Campania Progetto residenza del Teatro Eduardo De Filippo (Servizi Teatrali srl) \n\nTra passioni tradite\, figli illegittimi e relazioni vuote\, Pirandello costruisce un dramma provocatorio e moderno\, dove amore\, ossessione e maternità surrogata ante litteram diventano un’istantanea graffiante della complessità dei rapporti familiari e sociali. Avere “ragione” significa sempre fare i conti con quella degli altri.\n\n\n\nDal cuore inquieto del teatro di Luigi Pirandello nasce uno spettacolo che scava con ferocia dentro il desiderio\, il possesso e le contraddizioni della famiglia contemporanea. Ma dietro il dramma si nasconde anche una ferita privata\, autobiografica\, che Pirandello trasformò in letteratura molto prima di portarla in scena.\nLa vicenda affonda infatti nelle tensioni reali della famiglia Pirandello: l’infedeltà del padre Stefano\, il legame riallacciato con un’antica fidanzata rimasta vedova e in miseria\, la nascita di una figlia illegittima\, il dolore della madre e lo sguardo traumatizzato del giovane Luigi\, allora tredicenne. Un conflitto intimo che l’autore rielaborò prima nella novella Il nido e poi nel dramma teatrale\, trasformando il materiale autobiografico in una riflessione spietata su amore\, colpa\, desiderio e appartenenza.\nLa drammaturgia di Linda Dalisi — Premio Ubu per La ferocia — e la regia di Alfonso Postiglione trasformano oggi quel testo in un dispositivo scenico stratificato e perturbante\, dove autobiografia\, narrazione e rappresentazione si rincorrono continuamente.\nAl centro della vicenda c’è Leonardo Arciani: scrittore e giornalista intrappolato in un matrimonio svuotato con la ricca Livia. Dalla relazione con Elena\, antica amante in difficoltà economiche\, nasce una bambina destinata a diventare il detonatore morale della storia. Quando Livia decide di accogliere quella figlia illegittima nella propria casa\, il gesto si trasforma in qualcosa di ambiguo e disturbante: una maternità desiderata\, appropriata\, quasi una maternità surrogata ante litteram.\nLa messinscena moltiplica i piani della rappresentazione. Teatro\, video\, monitor cinematografici e schermi televisivi si intrecciano creando una continua mise en abyme\, dove i personaggi sembrano osservare se stessi mentre vivono\, recitano\, mentono. A incrinare ulteriormente il confine tra racconto e dramma interviene un quarto personaggio: figura ibrida che incarna insieme la zia della novella e il padre di Livia\, assumendo il ruolo di agente provocatore dentro la scena e dentro le relazioni.\nIl risultato è uno spettacolo teso\, contemporaneo e profondamente inquieto\, che usa Pirandello per parlare di oggi: della famiglia come spazio di controllo e desiderio\, dell’amore come negoziazione emotiva\, dell’identità come costruzione fragile e continuamente esposta allo sguardo degli altri.
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SUMMARY:NON UNA GRANDE STORIA
DESCRIPTION:Da un’idea di Vittorio Continelli e Stefano Tè\nCon Vittorio Continelli Testi Vittorio Continelli\nRegia di Stefano Tè\nAssistenza alla regia Letizia Nurra\nProduzione Teatro dei Venti in collaborazione con Sidera con il contributo del Ministero della Cultura e della Regione Emilia-Romagna \n\nOmar e la sua famiglia vivono tra sogni sfuggenti e routine soffocante\, finché un evento traumatico incrina e sconvolge la vita ordinaria. Piccoli gesti\, dettagli banali mostrano come la libertà si sia lentamente ritirata. Una storia comune\, specchio dell’alienazione che ha consumato trent’anni di vita occidentale.\n\n\n\nUn uomo solo in scena. Tutto il resto fuori campo.\nUn assolo con Vittorio Continelli\, per la regia di Stefano Tè\, che attraversa gli ultimi trent’anni di una vita qualunque alla periferia di una capitale europea. Poi qualcosa cede. E il presente cambia pelle. La narrazione procede per frammenti minimi\, dettagli quotidiani che sembrano innocui ma raccontano altro: un restringimento progressivo degli spazi di libertà\, quasi impercettibile. Omar parla con la moglie\, i figli\, la polizia\, un medico. Ma in scena resta solo la sua voce: gli altri sono presenze che non arrivano mai davvero. \nDentro questa storia migrante e contemporanea\, la pluripremiata Teatro dei Venti — da anni tra ricerca scenica\, teatro sociale\, fisico e interventi negli spazi urbani — apre una domanda più ampia e scomoda sull’appartenenza: cosa tiene insieme una comunità\, e cosa accade quando quel legame si spezza o deve essere ricostruito da zero. Omar è dentro e fuori\, parte e altrove.
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DESCRIPTION:Diretto da Thomas Richards\nCon e di Hyun Ju Baek\nAssistente alla regia Jessica Losilla-Hébrail \n\n\nSpettacolo in coreano con sovratitoli in italiano \n\nUna danza antica sotto un neon\, una bambina sola e un fantasma in TV: tre generazioni di donne coreane intrappolate nel silenzio tenace di Han. Diretto da Thomas Richards – collaboratore ed erede di Grotowski – lo spettacolo esplora sacrificio e destino in un viaggio potente e ipnotico nella complessità del dolore\, della resilienza e della ricerca di sé.\n\n\n\nSotto una luce al neon che tradisce ogni idea di sacralità\, una danza antica continua a ripetersi. Una vergine-fantasma osserva il mondo da uno schermo televisivo. Una bambina sola in un appartamento interroga il silenzio. Una donna adulta scava nei propri ricordi\, tentando di dare forma a una parola che contiene tutto e non si lascia afferrare: Han.\nLa protagonista attraversa un paesaggio interiore fatto di fratture e ritorni\, oscillando tra i miti fondativi di Gojoseon\, l’assenza della nonna\, la memoria della madre e la propria vita presente. Tre generazioni di donne coreane legate da un filo invisibile e tenace: un “silenzio resiliente” che attraversa il tempo\, si sedimenta nei corpi e si tramanda come eredità emotiva.\nIn questo viaggio mentale e visionario\, la storia privata diventa campo di forze più ampio: aspettative familiari\, pressioni sociali\, identità nazionale\, destino. Tutto si deposita addosso alla protagonista come una materia pesante e invisibile\, mentre la domanda fondamentale resta sospesa: come si sopravvive a ciò che ci è stato consegnato?\nTra mito e modernità\, lo spettacolo apre uno spazio ibrido e inquieto in cui il trauma si trasforma in visione. Il concetto coreano di Han — sofferenza stratificata\, dolore trattenuto\, resistenza silenziosa — diventa un fuoco mentale che illumina e consuma\, guidando lo spettatore in una meditazione dinamica sul rapporto tra sacrificio\, memoria e destino.
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DESCRIPTION:Diretto da Thomas Richards\nCon e di Hyun Ju Baek\nAssistente alla regia Jessica Losilla-Hébrail \n\n\nSpettacolo in coreano con sovratitoli in italiano \n\nUna danza antica sotto un neon\, una bambina sola e un fantasma in TV: tre generazioni di donne coreane intrappolate nel silenzio tenace di Han. Diretto da Thomas Richards – collaboratore ed erede di Grotowski – lo spettacolo esplora sacrificio e destino in un viaggio potente e ipnotico nella complessità del dolore\, della resilienza e della ricerca di sé.\n\n\n\nSotto una luce al neon che tradisce ogni idea di sacralità\, una danza antica continua a ripetersi. Una vergine-fantasma osserva il mondo da uno schermo televisivo. Una bambina sola in un appartamento interroga il silenzio. Una donna adulta scava nei propri ricordi\, tentando di dare forma a una parola che contiene tutto e non si lascia afferrare: Han.\nLa protagonista attraversa un paesaggio interiore fatto di fratture e ritorni\, oscillando tra i miti fondativi di Gojoseon\, l’assenza della nonna\, la memoria della madre e la propria vita presente. Tre generazioni di donne coreane legate da un filo invisibile e tenace: un “silenzio resiliente” che attraversa il tempo\, si sedimenta nei corpi e si tramanda come eredità emotiva.\nIn questo viaggio mentale e visionario\, la storia privata diventa campo di forze più ampio: aspettative familiari\, pressioni sociali\, identità nazionale\, destino. Tutto si deposita addosso alla protagonista come una materia pesante e invisibile\, mentre la domanda fondamentale resta sospesa: come si sopravvive a ciò che ci è stato consegnato?\nTra mito e modernità\, lo spettacolo apre uno spazio ibrido e inquieto in cui il trauma si trasforma in visione. Il concetto coreano di Han — sofferenza stratificata\, dolore trattenuto\, resistenza silenziosa — diventa un fuoco mentale che illumina e consuma\, guidando lo spettatore in una meditazione dinamica sul rapporto tra sacrificio\, memoria e destino.
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SUMMARY:LO ZOO DI VETRO di Tennessee Williams
DESCRIPTION:4>6 giu 2027\n\n\nven ore 20.30\nsab ore 19.30\ndom ore 17.00\n\n\n\n\n\n\n\n\ndi Tennessee Williams\nTraduzione Gerardo Guerrieri\nIdeazione e regia Rajeev Badhan\nCon Giuseppina Turra\, Elena Strada\, Ruggero Franceschini\, Diego Facciotti\nAnimazioni Emanuele Kabu\nAssistente alla regia Harbans Badhan\nConsulenza drammaturgica Franco Lonati\nCostumi Alice Gazzi\nScene Rajeev Badhan\, Elena Strada\nFoto di scena Elisa Calabrese\nProduzione esecutiva Rajeev Badhan\nAssistenza tecnica Caterina Donaldel\nProduzione SlowMachine 2027\n“LO ZOO DI VETRO” viene presentato per gentile concessione de la University of the South\, Sewanee\, Tennessee.” \n\nUn classico poetico che diventa esperienza viva: ricordi liquidi e trasparenti catturati da una regia che usa il video per rapire lo sguardo. Cinque “personaggi della memoria” prendono vita: Tom\, alter ego dell’autore e guida della nostra immaginazione\, la madre Amanda\, la sorella Laura\, l’ombra del Padre e Jim\, un giovanotto in visita.\n\n\n\nPrimo grande successo di Tennessee Williams prima della consacrazione con Un tram chiamato Desiderio\, Lo zoo di vetro  è un dramma di vertiginosa delicatezza\, intriso di autobiografia e memoria ferita. \nDentro un nucleo familiare fragile e sospeso\, si apre un universo di solitudini che si sfiorano senza mai davvero incontrarsi: la madre Amanda\, aggrappata a un passato che non esiste più; la sorella Laura\, chiusa in una diversità che diventa mondo interiore; il padre assente\, presenza che pesa come una mancanza; Tom\, alter ego dell’autore e narratore di una memoria che non consola ma continua a bruciare; e Jim\, l’ospite inatteso\, il possibile\, “quel qualcosa da lungo atteso ma sempre rinviato per il quale viviamo”.\nÈ un serraglio invisibile di vite intrappolate nel desiderio\, nella frustrazione\, nell’amore che non trova forma. Un “dramma del ricordo” in cui la realtà non è mai stabile\, ma si ricompone come immagine emotiva\, selettiva\, fragile come il vetro stesso.\nIn questa rilettura\, la scena diventa uno spazio mentale attraversato dal video\, che non illustra ma distorce e amplifica il ricordo. Le immagini si fanno materia instabile\, cartoline di una felicità costruita\, frammenti che interrogano la nostra percezione contemporanea del reale\, sempre più mediata\, standardizzata\, filtrata.\nIl ricordo qui non è testimonianza\, ma atto creativo e violento: seleziona\, elimina\, reinventa. E proprio per questo diventa terreno di indagine sul presente\, dove anche la memoria è una costruzione esposta allo sguardo dei media e alla loro capacità di trasformare l’esperienza in immagine.
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SUMMARY:MILANO EURO BABY
DESCRIPTION:Regia e drammaturgia Giulia Sangiorgio e Nicolò Sordo\nCon Rossana Cannone\, Alexandra Florina Lovin\, Nicolò Sordo\ne la presenza sonora di Silvia La Notte\nMovimenti coreografici Manuela Victoria Colacicco\nLight design Tullia Luce Ruggeri\nSound design Simone Vitiello\nProduzione Pergine Festival\, con il sostegno del MiC e di SIAE\, nell’ambito\ndel programma “Per Chi Crea”\, in collaborazione con Residenza artistica\nIntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia / ZONA K (Milano)\, La Panchina Sottosopra APS\nFoto e teaser Masiar Pasquali\nCover Lorenzo Rossini\nVideo integrale e trailer Giulia Lenzi \n\nSecondo Joyce Carol Oates\, scrittori e pugili combattono la stessa battaglia: non essere dimenticati. In scena si intrecciano più storie di donne legate al ring tra Milano\, la Colombia e altri luoghi\, dove realtà e finzione si confondono. Tra incontri\, fughe e identità in lotta\, nasce un’avventura potente che parla di corpi\, scelte e del desiderio di lasciare un segno.\n\n\n\nIn Milano Euro Baby\, tre storie violentemente diverse si scontrano sul ring: Silvia La Notte\, campionessa di kickboxing e pugilato\, affronta sfide che vanno oltre lo sport; una pugile incinta combatte la battaglia più personale della sua vita; The Doll\, killer solitaria\, custodisce affetto e follia in un tucano ferito. Realtà e finzione si fondono in una Milano dei primi Duemila\, tra vicoli popolati da cumpa\, e spostamenti impossibili che portano in Romania\, Colombia e Tokyo.\nIl mondo del pugilato femminile è il setting ideale per mettere a fuoco una delle questioni più critiche della nostra società: bisogna davvero sempre rinunciare a qualcosa?\nIl vero avversario non è l’altro sul ring\, ma se stessi: l’io\, discarica fetida e lucente del contemporaneo\, vuoto da riempire a colpi di forza\, magia e determinazione. Libertà\, autodeterminazione\, voodoo della boxe e arte si intrecciano in un flusso feroce di corpi\, limiti e scelte.\nI dialoghi in spagnolo e romeno\, l’italiano che abbatte la quarta parete e le voci reali di Silvia La Notte costruiscono un universo dove la realtà si insinua nella finzione\, accompagnata dai beat crudi dei rapper milanesi\, in un’avventura epica\, anarchica\, irresistibile.
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SUMMARY:TECNICHE DI LAVORO DI GRUPPO Appunti per uno schiuma party
DESCRIPTION:di e con Pietro Cerchiello\nregia Ariele Celeste Soresina\nuna produzione Dimore Creative\ncon il sostegno di CURA\, Teatro Stabile La Contrada\, Residenze in FVG\, Periferie Artistiche\, Settimocielo\nVincitore Next 2025\, Migliori quattro spettacoli al FringeMI 2025\, Premio del Pubblico e Miglior Monologo Giovani Realtà del Teatro 2024\, Miglior Drammaturgia Teatri Riflessi 2024\,\, Vincitore CURA 2024\, Semifinalista Scenario 2023. \n\nUn giovane attore arriva in una scuola media con il sogno di insegnare teatro\, ma gli viene proibito. Costretto a fare “tecniche di lavoro di gruppo”\, si confronta con una classe di adolescenti che mettono in crisi ogni certezza. Un racconto divertentissimo e spiazzante.\n\n\n\nUna città alla deriva\, dove le istituzioni sono evaporate e il potere si è trasformato in spettacolo permanente: il sindaco è fuggito\, il vicesindaco è irreperibile\, e l’assessore alla cultura governa tutto riducendo la vita pubblica a un unico evento totale e continuo\, lo Schiuma Party. In questo paesaggio grottesco e iper-controllato\, un giovane attore entra in una scuola media con l’idea di insegnare teatro. Ma il teatro non è ammesso: è considerato inutile\, improduttivo\, sospetto. Per ottenere spazio e legittimità\, è costretto a tradirsi\, reinventando la propria materia in “Tecniche di Lavoro di Gruppo”\, traducendo l’immaginazione in linguaggio funzionale\, la scena in competenza\, l’arte in utilità.\nDa questo slittamento nasce un dispositivo ironico e spietato che mette a confronto generazioni\, visioni del mondo e forme di resistenza al presente. Da un lato i ragazzi\, dall’altro gli adulti\, entrambi disorientati dentro un sistema che ha già deciso cosa è utile e cosa no.\nLiberamente ispirato a una storia vera\, lo spettacolo interroga con tono tagliente il bisogno di trovare un posto nel mondo senza esserne schiacciati. E lo fa dentro una città che ride mentre si sfalda\, dove anche la felicità sembra un format da eseguire\, più che un’esperienza da vivere.
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SUMMARY:MOR Storia per le mie madri
DESCRIPTION:un progetto di Lucia Raffaella Mariani\ncon Lucia Raffaella Mariani\, Eleonora Limongi\, Eva Meskhi\nsuono a cura di Dario De Angelis\ntutor/primo spettatore Andrea Pizzalis | organizzazione Daniele Filosi\nuna co-produzione TrentoSpettacoli | Teatri di Bari | Teatro Kismet\ncon il sostegno di Centro Santa Chiara Trento\nin collaborazione con Add Editore \n\nTre donne\, tre generazioni: una nonna\, una madre e una figlia attraversate da traumi che si trasmettono nel tempo. Tra ricordi spezzati e punti di vista che si rincorrono\, la protagonista prova a ricostruire la propria storia per spezzare questa eredità invisibile.\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nIspirato all’omonimo fumetto\, lo spettacolo prende il titolo dalla parola svedese mor — madre — e dalla sua capacità di costruire una genealogia infinita: madri di madri di madri. Una catena emotiva che si trasmette nel tempo\, spesso in silenzio\, lasciando tracce invisibili nelle vite successive.\nAl centro della scena si intrecciano tre donne: Inger\, madre narcisista e ingombrante; Annette\, figlia fragile che precipita nell’alcolismo; Sara\, figlia e autrice\, che prova a raccogliere i frammenti di quella storia per comprenderli\, ordinarli\, forse sopravvivergli. Nessuna eroina\, nessun colpevole assoluto. Solo esseri umani che si feriscono\, si cercano\, si tramandano paure e mancanze senza sapere davvero come interrompere il ciclo.\nMor attraversa il trauma familiare senza trasformarlo in confessione o spettacolo emotivo. Piuttosto\, interroga il modo in cui oggi raccontiamo il dolore: dai silenzi delle generazioni precedenti alla sovraesposizione contemporanea delle fragilità\, tra terapia online\, social network e bisogno continuo di nominare sé stessi. \nLo spettacolo si muove in questo spazio instabile tra memoria privata e racconto pubblico\, tra desiderio di guarigione e rischio di trasformare l’intimità in contenuto. E pone una domanda semplice e feroce: quanto di ciò che siamo appartiene davvero a noi\, e quanto invece arriva da chi ci ha preceduto?
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SUMMARY:ADOLF PRIMA DI HITLER
DESCRIPTION:Di Antonio Mocciola\nRegia Diego Sommaripa\nCon Vincenzo Coppola\, Francesco Barra e Valeria Bertani\nFoto Umberto Averardi \nspettacolo vincitore del Premio Mario Mieli per il Teatro 2023 \n\nNella Vienna di inizio ’900\, due ventenni condividono una stanza: uno diventerà un artista\, l’altro è Adolf Hitler. Tra amicizia\, tensione e desideri inconfessati\, prende forma un rapporto intimo e pericoloso destinato a segnare la Storia. Un racconto potente e inquietante su ciò che poteva essere — e su quanto poco sarebbe bastato per cambiare tutto.\n\n\n\nVienna\, inizio ’900. Un monolocale soffocante\, una stufa a cherosene che sputa fumo\, due ventenni chiusi dentro a interrogarsi sul mondo — e su sé stessi.\nSono inseparabili. Gustav Kubizek\, figlio di un tappezziere\, destinato a diventare direttore d’orchestra. E Adolf Hitler. Tra loro qualcosa che non si può dire\, non si può nominare: un legame viscerale\, ambiguo\, morboso.\nIn quella stanza umida\, tra silenzi\, tensioni e desideri trattenuti\, si accende una drammaturgia incandescente che scava nell’origine della catastrofe. Prima della Storia\, prima dell’orrore\, c’è un’intimità fragile\, distorta\, decisiva. \nLiberamente tratta da Il giovane Hitler che conobbi di Kubizek\, la pièce stringe il campo come una morsa\, scena dopo scena\, fino a un punto di non ritorno. Un bivio minuscolo\, eppure vertiginoso. Uno di quelli che possono deviare la storia intera. Pochi elementi\, nessun rifugio: tutto accade nei corpi\, nelle parole\, nei vuoti tra Adolf (Vincenzo Coppola) e Gustav (Francesco Barra)\, coinquilino e amante silenzioso\, intrappolato in un sentimento impossibile da dichiarare. Un legame intimo\, segreto\, che pulsa sotto traccia e trasforma ogni dialogo in un campo minato. È un gioco sottile\, magnetico e pericoloso\, che scivola verso il giallo\, alimentato anche dalla presenza ambigua della padrona di casa\, la signora Zakreys (Chiara Cavalieri). In quella stanza misera\, quasi invisibile\, qualcosa si stava già muovendo. Qualcosa di enorme.\nE a pensarci\, fa venire i brividi.
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DESCRIPTION:Di Antonio Mocciola\nRegia Diego Sommaripa\nCon Vincenzo Coppola\, Francesco Barra e Valeria Bertani\nFoto Umberto Averardi \nspettacolo vincitore del Premio Mario Mieli per il Teatro 2023 \n\nNella Vienna di inizio ’900\, due ventenni condividono una stanza: uno diventerà un artista\, l’altro è Adolf Hitler. Tra amicizia\, tensione e desideri inconfessati\, prende forma un rapporto intimo e pericoloso destinato a segnare la Storia. Un racconto potente e inquietante su ciò che poteva essere — e su quanto poco sarebbe bastato per cambiare tutto.\n\n\n\nVienna\, inizio ’900. Un monolocale soffocante\, una stufa a cherosene che sputa fumo\, due ventenni chiusi dentro a interrogarsi sul mondo — e su sé stessi.\nSono inseparabili. Gustav Kubizek\, figlio di un tappezziere\, destinato a diventare direttore d’orchestra. E Adolf Hitler. Tra loro qualcosa che non si può dire\, non si può nominare: un legame viscerale\, ambiguo\, morboso.\nIn quella stanza umida\, tra silenzi\, tensioni e desideri trattenuti\, si accende una drammaturgia incandescente che scava nell’origine della catastrofe. Prima della Storia\, prima dell’orrore\, c’è un’intimità fragile\, distorta\, decisiva. \nLiberamente tratta da Il giovane Hitler che conobbi di Kubizek\, la pièce stringe il campo come una morsa\, scena dopo scena\, fino a un punto di non ritorno. Un bivio minuscolo\, eppure vertiginoso. Uno di quelli che possono deviare la storia intera. Pochi elementi\, nessun rifugio: tutto accade nei corpi\, nelle parole\, nei vuoti tra Adolf (Vincenzo Coppola) e Gustav (Francesco Barra)\, coinquilino e amante silenzioso\, intrappolato in un sentimento impossibile da dichiarare. Un legame intimo\, segreto\, che pulsa sotto traccia e trasforma ogni dialogo in un campo minato. È un gioco sottile\, magnetico e pericoloso\, che scivola verso il giallo\, alimentato anche dalla presenza ambigua della padrona di casa\, la signora Zakreys (Chiara Cavalieri). In quella stanza misera\, quasi invisibile\, qualcosa si stava già muovendo. Qualcosa di enorme.\nE a pensarci\, fa venire i brividi.
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DESCRIPTION:di e con Sathya Nardelli e Nicholas Turba\nvideo design Nicholas Turba\ncostume design Mariana Oddis\nsound design Nasa Bianconi\nconsulenze drammaturgiche Elena Patacchini e Diego Piemontese\nconsulenza al movimento Noemi Bresciani\nin collaborazione con Laboratori Permanenti/Residenza Artistica Sansepolcro\ncon il sostegno di IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia\, ZONA K\, Collettivo Effe\, Diesis Teatrango\, Campsirago Residenza\nFinalista Premio Dante Cappelletti 2024\nVincitore Bando Portraits on Stage 2025 \n\nIl racconto di formazione di un essere alieno a partire dalla sua comparsa sulla terra in un lungo viaggio di scoperta di sé\, dell’altro e del mondo che lo circonda. Sul palco\, fumetto\, teatro fisico\, motion design e disegno dal vivo danno corpo al digitale creando un universo visivo ipnotico. Pale Blue Dot: un pallido punto blu. È così che appariva la terra dalla prima foto di Voyager 1: un granello di polvere fragile\, piccolo\, insignificante\, che chiamiamo casa.\n\n\n\nUna fiaba nera. Un’origine aliena. Uno sguardo che non appartiene a questo pianeta.\nPale Blue Dot segue la traiettoria di un essere venuto da altrove\, precipitato sulla Terra e costretto a imparare tutto da zero: il corpo\, il linguaggio\, l’altro\, il mondo. Un racconto di formazione spinto ai margini\, dove ogni scoperta è insieme rivelazione e ferita.\nIn scena\, i confini saltano: fumetto\, teatro fisico\, motion design\, animazione\, disegno dal vivo e materia si intrecciano per costruire un paesaggio visivo instabile\, ibrido\, dove il digitale prova a farsi carne e il reale a dissolversi. Un universo che sembra uscito da un film d’animazione\, ma che pulsa qui\, davanti agli occhi. \nIl titolo è una vertigine: Pale Blue Dot. L’ultima immagine scattata dalla sonda Voyager 1 prima di perdersi nel buio. Un puntino lontanissimo. Quasi niente. Eppure tutto.
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SUMMARY:COSì È (SE VI PARE) / Studio performativo sull'opera di Pirandello
DESCRIPTION:Da Luigi Pirandello\nAdattamento drammaturgico e regia Ivonne Capece \n\nUno studio ispirato a Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello\, che esplora con un linguaggio sperimentale i meccanismi del giudizio e della costruzione della verità. Al centro\, una piccola comunità che osserva e indaga\, trasformando la curiosità collettiva in un inquietante tribunale dello sguardo.\n\n\n\nUna moglie\, un genero e una suocera. Una storia impossibile da verificare. E intorno\, un paese intero che pretende di sapere. Che osserva\, commenta\, interpreta\, spia. Una comunità che trasforma il dubbio in spettacolo\, la vita degli altri in un’ossessione collettiva. Uno studio che prende Così è (se vi pare) e lo porta dove il bisogno di conoscere la verità si confonde con il desiderio di giudicare. Pirandello aveva intuito il meccanismo feroce di una comunità che si alimenta di voci\, sospetti e ricostruzioni arbitrarie. Un piccolo paese che assomiglia terribilmente al nostro mondo iperconnesso\, ai social network\, ai talk show permanenti delle nostre vite. Non importa capire\, importa prendere posizione. \nAccanto agli attori\, un’ enorme comunità dà voce a questa massa inquieta e mutevole: una folla che interroga\, accusa\, fantastica\, si contraddice\, si eccita davanti alla vita degli altri.  Lo studio si concentra su questo organismo collettivo: la comunità come macchina narrativa\, tribunale senza prove\, dispositivo che produce verità a partire dal vuoto. Perché il centro dell’opera non è il segreto dei protagonisti\, ma il desiderio insaziabile di chi vuole svelarlo. \nPirandello diventa così sorprendentemente contemporaneo: un autore che ci mette davanti alla nostra fame di certezze\, alla nostra ossessione per le vite degli altri e alla violenza\, spesso inconsapevole\, con cui trasformiamo il dubbio in condanna. \nSe la verità non fosse accessibile\, saremmo capaci di accettarlo? O continueremmo a inventarla pur di non sopportare il vuoto?
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