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SUMMARY:CASA DI BAMBOLA di Ibsen
DESCRIPTION:da Henrik Ibsen\n\nregia Ivonne Capece\n\ntraduzione e adattamento drammaturgico Mattia Favaro\ncon Stefano Braschi\, Pasquale Montemurro\, Maria Laura Palmeri \n\nScene e Costumi Micol Vighi\nSound designer Simone Arganini \nDirezione Tecnica e disegno luci Rossano Siragusano \nAssistente alla regia Sofia Sironi\nrealizzazione costumi Giorgia Piatta dell’Abbondio\nNadia Fiorio Responsabile di produzione\nproduzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale \n\nL’opera più scandalosa di Ibsen in una regia affilata come un rasoio che capovolge la prospettiva: non solo l’epopea dell’emancipazione femminile ma un viaggio nell’inquietudine maschile post-abbandono. Nora se n’è andata. La porta si è chiusa. Ma Torvald è lì\, a rimettere insieme i cocci della propria virilità smarrita. Cosa resta di un uomo quando il suo ruolo va in frantumi?\n\n\n\nDopo il successo di pubblico e critica della scorsa stagione\, torna a Milano il capolavoro di Ibsen in una regia che lo trasforma negli incubi di Torvald rimasto solo\, in una casa vuota\, a raccogliere i cocci della propria identità smarrita. \nCon una regia allucinata e onirica Ivonne Capece\, nel tipico stile che intreccia prosa e performance fisica\, letteratura e linguaggi contemporanei\, capovolge lo sguardo sull’opera più scandalosa di Ibsen. Casa di bambola diventa un sequel contemporaneo\, un viaggio dentro l’inquietudine maschile dopo l’emancipazione femminile. Tra suoni che evocano il tango e il battito d’ali di uccelli hitchcockiani\, la scena si fa spazio mentale: denso di rimpianti\, frustrazioni\, domande che non trovano risposta.
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SUMMARY:FINESTRE SULL'IMMAGINARIO XI Ed. Performance site-specific
DESCRIPTION:Un progetto della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi\na cura di Manuel Renga (tutor progettazione e regia)\, Ariella Vidach (tutor danzatori) e Fabio Brusadin (tutor tecnico) e di Registe e registi 3°anno con Danzatrici e danzatori 3° anno dell’A.A. 2026/27\nElementi scenici e allestimenti Alice Capoani e Mattia Franco\nElementi di costume Nunzia Lazzaro e Fabiola Soldano\nLuci Simona Ornaghi e Paolo Latini \n\nCinque performance itineranti tra teatro\, multimedia e creazione site-specific che trasformano tutti gli spazi del Teatro Fontana in esperienze vive. Una collaborazione unica con la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano\, che porta in scena lo sguardo radicale dei nuovi allievi-registi. Un’occasione per attraversare visioni contemporanee\, dove il teatro si reinventa davanti agli occhi del pubblico.\n\n\n\nNato dalla collaborazione con la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano e giunto alla sua undicesima edizione\, Finestre sull’Immaginario è un osservatorio privilegiato sulle nuove sensibilità della scena contemporanea. Un progetto che mette al centro lo sguardo dei giovani registi e delle giovani registe allievi della scuola\, chiamati a confrontarsi con la performance come spazio aperto di ricerca\, rischio e invenzione. \n5 performance site specific con elementi multimediali invaderanno letteralmente gli spazi del Fontana (dal foyer alla sala\, dal palco ai Chiostri Bramanteschi) e accompagneranno gli spettatori in un viaggio fisico attraverso i luoghi del Fontana e le nuove sperimentazioni. \nOgni creazione nascerà dall’incontro tra linguaggi differenti (regia\, danza\, arti performative e tecnologie) per costruire dispositivi scenici in cui il rapporto con lo spazio\, il corpo e lo spettatore verrà continuamente ridefinito.
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SUMMARY:ISABEL docu-spettacolo su Argentina e desaparecidos
DESCRIPTION:Di Aleksandros Memetaj e Yoris Petrillo\nCon Caroline Loiseau\nMusica dal vivo Marco Memetaj\nProduzione Twain Centro Produzione Danza / Anonima Teatri\nIn residenza presso Teatro Il Rivellino\, Spazio Fani\, Supercinema – Tuscania\, Teatro “La Bottega” – Carloforte\, Teatro Libero – Palermo\nCon il sostegno di Tersicorea / progetto RIZOMI – Residenza “Artisti nei Territori” Carloforte/Isola di San Pietro/Teatro “La Bottega”\, Teatro Libero Palermo – Centro di Produzione Teatrale\nCon il contributo di MiC – Ministero della Cultura\, Regione Lazio\, Fondazione Carivit\, Comune di Tuscania\nVincitore Premio Presente Futuro 2024 – Teatro Libero Palermo\nVincitore Premio Zero in condotta – Cobas \n\nUn viaggio che parte da Buenos Aires 2022 e incontra Isabel. Tra teatro\, danza e narrazione\, lo spettacolo attraversa decenni di storia argentina\, tra dittatura\, desaparecidos e memoria. Ispirato a una vicenda reale\, è il racconto potente di una donna e della sua famiglia\, tra identità\, perdita e resistenza.\n\n\n\nNel dicembre 2022\, mentre l’Argentina esplode di gioia per la vittoria dei Mondiali\, un giornalista arriva a Buenos Aires per raccontare la festa. Ma dietro il rumore dei cori\, le bandiere e l’euforia collettiva\, emerge un’altra storia: quella di Isabel. \nAttraverso teatro\, danza e narrazione lo spettacolo attraversa sessant’anni di storia argentina\, dal 1963 al 2022\, intrecciando memoria privata e trauma collettivo. La vita di Isabel diventa il punto di accesso a un Paese segnato da dittature\, desaparecidos\, silenzi ereditati e lotte mai concluse. Nella sua voce si condensano le vite di migliaia di donne che hanno custodito memoria\, dolore e speranza senza mai smettere di andare avanti. \nLo spettacolo costruisce una partitura emotiva potente e stratificata\, dove il racconto individuale si trasforma in affresco politico e umano: cosa resta di un Paese dopo la violenza? Come si sopravvive all’assenza? Quanto pesa la memoria sulle generazioni successive? \nIspirato alla storia vera di Victoria Donda — prima figlia di desaparecidos eletta alla Camera dei deputati argentina\, è un viaggio dentro la fragilità e la resistenza\, una riflessione sulla trasmissione del dolore e sulla possibilità\, ostinata\, di immaginare ancora un futuro.
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DESCRIPTION:da Eschilo\ndrammaturgia e regia di Giovanni Ortoleva\ncon cinque attrici e attori in via di definizione\nProduzione Fondazione Luzzati/Teatro della Tosse\, CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia e Casa del Contemporaneo \n\nCosa produce nella mente degli uomini la minaccia della guerra? Asserragliati dentro Tebe\, Eteocle e il suo popolo aspettano l’assedio degli uomini guidati dal fratello Polinice. La lotta tra i figli di Edipo finirà\, inevitabilmente\, con la morte di entrambi. Un destino già scritto nella tragedia di Eschilo\, oggi più attuale che mai.\n\n\n\nAsserragliati dentro le mura della città\, Eteocle e il suo popolo attendono l’arrivo dell’esercito guidato da Polinice. Il destino dei due fratelli\, figli di Edipo\, è già segnato: lo scontro li condurrà alla morte. Ma prima della battaglia c’è l’attesa\, e nell’attesa si consuma una tragedia altrettanto profonda. Ne I sette contro Tebe\, Eschilo affronta un tema sorprendentemente vicino alla sensibilità contemporanea: non tanto la guerra\, quanto ciò che la sua imminenza produce nella mente degli esseri umani. \nLa nuova produzione Elsinor firmata da Giovanni Ortoleva\, tra le nuove voci più interessanti della nuova scena italiana\, legge il capolavoro di Eschilo come un’indagine sulla paura collettiva e sui meccanismi psicologici che l’assedio innesca. Lo spettacolo si addentra in quel territorio fragile dove il pericolo\, ancora invisibile\, comincia a deformare la realtà: il timore si fa ossessione\, la tensione diventa nevrosi\, la minaccia altera il modo di percepire il mondo e di stare insieme. La tragedia antica si trasforma così in un potente riflesso del presente\, restituendo sulla scena il senso di precarietà\, allarme e inquietudine che attraversa il nostro tempo.
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SUMMARY:I SETTE A TEBE da Eschilo
DESCRIPTION:da Eschilo\ndrammaturgia e regia di Giovanni Ortoleva\ncon cinque attrici e attori in via di definizione\nProduzione Fondazione Luzzati/Teatro della Tosse\, CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia e Casa del Contemporaneo \n\nCosa produce nella mente degli uomini la minaccia della guerra? Asserragliati dentro Tebe\, Eteocle e il suo popolo aspettano l’assedio degli uomini guidati dal fratello Polinice. La lotta tra i figli di Edipo finirà\, inevitabilmente\, con la morte di entrambi. Un destino già scritto nella tragedia di Eschilo\, oggi più attuale che mai.\n\n\n\nAsserragliati dentro le mura della città\, Eteocle e il suo popolo attendono l’arrivo dell’esercito guidato da Polinice. Il destino dei due fratelli\, figli di Edipo\, è già segnato: lo scontro li condurrà alla morte. Ma prima della battaglia c’è l’attesa\, e nell’attesa si consuma una tragedia altrettanto profonda. Ne I sette contro Tebe\, Eschilo affronta un tema sorprendentemente vicino alla sensibilità contemporanea: non tanto la guerra\, quanto ciò che la sua imminenza produce nella mente degli esseri umani. \nLa nuova produzione Elsinor firmata da Giovanni Ortoleva\, tra le nuove voci più interessanti della nuova scena italiana\, legge il capolavoro di Eschilo come un’indagine sulla paura collettiva e sui meccanismi psicologici che l’assedio innesca. Lo spettacolo si addentra in quel territorio fragile dove il pericolo\, ancora invisibile\, comincia a deformare la realtà: il timore si fa ossessione\, la tensione diventa nevrosi\, la minaccia altera il modo di percepire il mondo e di stare insieme. La tragedia antica si trasforma così in un potente riflesso del presente\, restituendo sulla scena il senso di precarietà\, allarme e inquietudine che attraversa il nostro tempo.
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SUMMARY:ORGIA DI GUERRA
DESCRIPTION:Da un’idea di Marco Palazzoni\nRegia di Elena Delithanassis e Marco Palazzoni\nCon Marco Palazzoni\, Roberto Amadeo\nSound design Roberto Amadeo\nLight design Tommaso Zanella\nProduzione Teatro degli Sterpi\nCo-produzione Hangar Teatri \n\nUn attore e un musicista scatenano la parola feroce di Corso\, Koltès e altri contemporanei\, trasformandola in una performance sulla guerra nella sua feroce brutalità. Un’orgia di immagini e di parole\, dove il fascino del potere\, l’esaltazione e la retorica si alternano alla follia\, alla sofferenza e alla morte.\n\n\n\nIl palcoscenico diventa un campo di battaglia fisico e interiore. Un’orgia di immagini e di parole\, dove il fascino del potere\, l’esaltazione e la retorica si alternano alla follia\, alla sofferenza e alla morte. L’attore si trasforma in dittatore\, soldato\, uomo comune\, immerso in un conflitto che è insieme mondiale e personale. Orgia di guerra è un canto che non celebra la violenza\, ma la espone\, la smaschera nel suo eccesso portandola al punto in cui smette di nascondersi e diventa leggibile per quello che è: meccanismo\, attrazione\, vertigine. Nessuna consolazione\, nessuna sintesi. Nel finale\, il movimento cambia direzione. \nUn testo originale\, ispirato a Gonzalo Millán\, riavvolge il tempo: i gesti si disfano\, i colpi tornano indietro\, la scena si svuota. Dalla massa indistinta si passa a una misura più ravvicinata\, quasi domestica. Resta una domanda semplice e scomoda: cosa significa ricominciare\, quando tutto è già successo.
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SUMMARY:L'ESTINZIONE DELLA RAZZA UMANA
DESCRIPTION:testo e regia di Emanuele Aldrovandi\ncon Giusto Cucchiarini\, Eleonora Giovanardi\, Luca Mammoli\, Silvia Valsesia\, Riccardo Vicardi\nscene Francesco Fassone\ncostumi Costanza Maramotti\nmaschera Alessandra Faienza\nluci Luca Serafini\nconsulenza progetto sonoro GUP Alcaro\nprogetto grafico Lucia Catellani\nassistente alla regia Giorgio Franchi \n\nUna tragicommedia feroce e liberatoria che ricorda gli eccessi della Pandemia: un esorcismo teatrale che trasforma il presente in grottesco surrealismo. In un mondo travolto da ritmi disumani e un virus che trasforma le persone in tacchini\, due coppie molto diverse tra loro\, si ritrovano nell’androne di un palazzo assalite da domande\, frustrazioni e paure.\n\n\n\nSei anni dopo la pandemia\, L’estinzione della razza umana affonda lo sguardo dentro le macerie emotive del presente e restituisce il ritratto comico e feroce di un’epoca stanca\, confusa e incapace di fermarsi davvero. \nIn un mondo divorato dalla velocità\, dove il tempo per pensare si è ridotto a zero e il dialogo si consuma tra urla da social network e discussioni da bar\, arriva un virus assurdo e spietato: le persone cominciano a trasformarsi in tacchini. Da questa premessa grottesca e disturbante prende forma una tragicommedia lucida e surreale\, che usa l’assurdo per parlare con precisione chirurgica delle nostre paure più reali. \nDue coppie qualunque si ritrovano bloccate nell’androne di un palazzo mentre il mondo collassa lentamente all’esterno. E lì\, tra paranoia\, sarcasmo\, frustrazione e bisogno disperato di senso\, emergono crepe profonde: il rapporto con gli altri\, il fallimento della comunicazione\, la paura del contagio\, la fragilità delle convinzioni personali. L’estinzione della razza umana è un esorcismo collettivo\, una detonazione tragicomica che trasforma il trauma recente in materia teatrale viva\, feroce e liberatoria. Con dialoghi serrati\, ironia tagliente e un surrealismo inquieto\, lo spettacolo ci mette davanti a una domanda brutale: cosa resta dell’essere umano quando saltano tutte le regole che tenevano insieme il mondo?
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SUMMARY:NEANCHE PARENTI
DESCRIPTION:testo e regia Gabriele Russo e Arianna D’Angiò\ncon la Compagnia Bellini Teatro Factory:\nGreta Bertani\, Filippo D’Amato\, Daniela De Riso\, Miriam Giacchetta\, Gaia Napoletano\, Matteo Ronconi\, Umberto Serra\nassistente alla regia Bellini Teatro Factory Martina Abate>\nprogetto sonoro Antonio Della Ragione\ndisegno luci Giuseppe Di Lorenzo\nscene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno\ncon gli studenti Alessia Di Pace\, Claudia Pugliese\, Roberta Fierro\, Laura lloret Garcia\, Sabrina Oliva\, Alessandra Avitabile\, Salvatore Esposito\, Emanuela Bartoli\, Lucrezia Maria Aita\, Claudia Sabella\ncostumi Enzo Pirozzi\nproduzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini \nfoto di Flavia Tartaglia \n\nUna commedia sulla famiglia dove ogni legame è un piccolo campo di battaglia: si ride perché ci si riconosce. Tra ricordi\, separazioni e verità che cambiano a seconda di chi le racconta\, in scena si intrecciano famiglie imperfette e profondamente umane.\n\n\n\nNon una storia unica\, ma una costellazione di storie. Non una famiglia\, ma molte. Famiglie che si cercano e si perdono\, che si amano e si feriscono\, attraversate da silenzi\, assenze\, aspettative e desideri mai del tutto condivisi. Madri e figlie\, coppie che si allontanano\, ricordi che riaffiorano\, parole che arrivano troppo tardi: frammenti di vite che si intrecciano componendo una geografia emotiva tanto personale quanto universale. Nato da un processo di scrittura collettiva\, lo spettacolo affonda nelle contraddizioni dei legami familiari senza cercare colpevoli né assoluzioni. Quello che emerge è un paesaggio umano attraversato da affetti profondi e ferite invisibili\, dove ogni relazione custodisce una propria verità e ogni memoria continua a essere riscritta. Tra ironia e smarrimento\, tenerezza e conflitto\, la scena diventa il luogo in cui osservare da vicino ciò che ci unisce e ciò che ci separa. Perché\, in fondo\, la famiglia resta il primo luogo in cui impariamo ad amare\, a perdere e a raccontarci chi siamo.
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DESCRIPTION:testo e regia Gabriele Russo e Arianna D’Angiò\ncon la Compagnia Bellini Teatro Factory:\nGreta Bertani\, Filippo D’Amato\, Daniela De Riso\, Miriam Giacchetta\, Gaia Napoletano\, Matteo Ronconi\, Umberto Serra\nassistente alla regia Bellini Teatro Factory Martina Abate>\nprogetto sonoro Antonio Della Ragione\ndisegno luci Giuseppe Di Lorenzo\nscene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno\ncon gli studenti Alessia Di Pace\, Claudia Pugliese\, Roberta Fierro\, Laura lloret Garcia\, Sabrina Oliva\, Alessandra Avitabile\, Salvatore Esposito\, Emanuela Bartoli\, Lucrezia Maria Aita\, Claudia Sabella\ncostumi Enzo Pirozzi\nproduzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini \nfoto di Flavia Tartaglia \n\nUna commedia sulla famiglia dove ogni legame è un piccolo campo di battaglia: si ride perché ci si riconosce. Tra ricordi\, separazioni e verità che cambiano a seconda di chi le racconta\, in scena si intrecciano famiglie imperfette e profondamente umane.\n\n\n\nNon una storia unica\, ma una costellazione di storie. Non una famiglia\, ma molte. Famiglie che si cercano e si perdono\, che si amano e si feriscono\, attraversate da silenzi\, assenze\, aspettative e desideri mai del tutto condivisi. Madri e figlie\, coppie che si allontanano\, ricordi che riaffiorano\, parole che arrivano troppo tardi: frammenti di vite che si intrecciano componendo una geografia emotiva tanto personale quanto universale. Nato da un processo di scrittura collettiva\, lo spettacolo affonda nelle contraddizioni dei legami familiari senza cercare colpevoli né assoluzioni. Quello che emerge è un paesaggio umano attraversato da affetti profondi e ferite invisibili\, dove ogni relazione custodisce una propria verità e ogni memoria continua a essere riscritta. Tra ironia e smarrimento\, tenerezza e conflitto\, la scena diventa il luogo in cui osservare da vicino ciò che ci unisce e ciò che ci separa. Perché\, in fondo\, la famiglia resta il primo luogo in cui impariamo ad amare\, a perdere e a raccontarci chi siamo.
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SUMMARY:KR70M16 Naufrago senza nome
DESCRIPTION:Scritto\, diretto e interpretato da Saverio La Ruina\ne con Cecilia Foti e Dario De Luca\nMusiche originali Gianfranco De Franco\nDisegno luci e illustrazione Dario De Luca\nLuci e audio Daniele Nocera\nCostumi Cecilia Foti\nResponsabile allestimento Giovanni Spina\nAssistente alla regia Rosy Parrotta\nOrganizzazione Egilda Orrico\nAmministrazione Tiziana Covello\nProduzione Scena Verticale \n\nIn un cimitero\, due spettri si incontrano oltre il tempo: un ebreo della Shoah e un giovane migrante. Tra ironia e smarrimento\, le loro voci si intrecciano in un dialogo sospeso tra memoria e ciò che resta quando un nome scompare. Un rito funebre laico e commovente per le migliaia di migranti dispersi nel Mediterraneo e per tutte le vittime della Storia.\n\n\n\nUn teatro politico che scava nell’assenza e restituisce voce a chi è stato ridotto a numero: identità perdute\, lingue spezzate\, racconti di viaggio e di paura si intrecciano ai suoni del mare e alle voci di chi\, “sopra”\, continua a vivere\, ignaro. Ne nasce un’esperienza cruda e ipnotica\, un attraversamento in un limbo allucinato dove tutto vacilla: memoria e oblio\, presenza e assenza\, vivi e morti. Senza rinunciare a una lama di ironia\, il pluripremiato attore\, regista e drammaturgo Saverio La Ruina costruisce un incontro impossibile e necessario: in un cimitero sospeso e visionario si confrontano una vittima della migrazione clandestina e una della Shoah. Due assenze che si parlano. Due memorie che si cercano.\nGià nel titolo\, KR70M16 — provincia\, numero di ritrovamento\, genere\, età — si consuma lo scandalo: un essere umano ridotto a sigla. È qui che il lavoro colpisce più a fondo\, mettendo a nudo quanto sia fragile e selettiva la memoria storica: facile celebrare i vincitori\, infinitamente più difficile restituire voce agli sconfitti.\nPerché dietro ogni naufragio c’è un nome che non verrà inciso su nessuna lapide. E senza un corpo da piangere\, il lutto resta sospeso\, impossibile — come insegna il gesto disperato di Priamo davanti ad Achille\, a reclamare il corpo di Ettore.
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SUMMARY:GOTT MIT UNS
DESCRIPTION:Spettacolo dedicato all’universo pittorico antifascista di Renato Guttuso\nIdeazione e regia Riccardo Lanzarone\nDramaturg Alessandro Gallo\nCon Davide Benaglia\, Letizia Buchini\, Davide Riboldi\, Alessio Sallustio\, Susanna Zoccali\nCura dei movimenti Antonella Albanese\nScene Paolo Romanini\nCostumi Saoriana Boccucci\nSound Designer Fabio Gesmundo\nLuci Emiliano Curà\nProduzione Solares Fondazione delle Arti – Teatro delle Briciole\nCol sostegno della Civica Accademia D’Arte Drammatica Nico Pepe \n\nDio è con noi. Questa è la frase incisa sulle fibbie dei soldati del Terzo Reich. La giustificazione assoluta dell’orrore. L’idea che la violenza possa avere una benedizione.\n\n\n\nIn occasione dell’ottantunesimo anniversario della liberazione dal nazifascismo\, il Teatro Fontana presenta uno spettacolo che cerca di smontare il linguaggio che rende possibile la disumanizzazione. \nTra il 1943 e il 1944 Renato Guttuso realizza un libro che denuncia le atrocità naziste durante l’occupazione in Italia. Un’opera visiva di materia viva fatta di corpi piegati\, volti aperti\, gesti sospesi tra resistenza e resa. È una presa di posizione netta contro ogni forma di dittatura\, e allo stesso tempo una testimonianza concreta della lotta partigiana. \nLo spettacolo si lascia ispirare dalla pittura di Guttuso per sviluppare un atlante emotivo dove il racconto si fa opera visiva\, senza storia né ritratti psicologici. Solo figure: corpi attraversati da ideologie\, paure e scelte. Il fascismo non appare come qualcosa di lontano\, ma come una grammatica precisa\, riconoscibile e ancora possibile. La Resistenza\, al contrario\, non è un monumento\, ma una condizione fragile\, fatta di decisioni individuali. Ogni quadro è trattato come un frammento da cui emergono suoni\, respiri e parole. Le immagini non vengono illustrate\, ma attraversate: ogni scena prova a dare forma a ciò che nei dipinti resta sospeso — il prima\, il dopo\, il silenzio. \nAl centro rimane una domanda: quando un essere umano smette di essere individuo e diventa funzione? E quando\, invece\, trova la forza di non obbedire più?
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SUMMARY:L'ARTE DI VIVERE. Il giorno in cui i corvi smisero di farmi paura
DESCRIPTION:con Laura Serena\nIn video Alessandro Cucci\, Massimo Lusuardi\, Giacomo Conte\, Gianluca Cottafava\, Andrea Messori\nRegia Francesca Merli\nDrammaturgia Francesca Garolla\nScene Andrea Colombo\nRiprese video e direzione della fotografia Francesco Giacomel\nMontaggio Francesco Marotta\nLight design Francesca Merli\nSound design GiacomoBenvenuto\nFonica Samuel Penazzato\nAnimazione video Ameer Al Sudani\nDirezione tecnica Alessandro Barbieri\nOrganizzazione Daniele Filosi\nUna co-produzione TeatroStabile del Veneto–Teatro Nazionale | TSProduzioni ETS\ncon il sostegno di Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto-Teatro Dimora | La Corte Ospitale“| Centro di Residenza della Toscana (Armunia-CapoTrave/Kilowatt)\,\nComune di Sansepolcro | IntercettAzioni-Centro di Residenza Artistica della Lombardia\ne in collaborazione con Dialoghi – Residenze delle arti performative aVilla Manin 2022 – 2024 \n\nTra ironia\, testimonianze reali e un percorso che attraversa tutte le fasi dell’“ultimo saluto”\, lo spettacolo prova a guardare in faccia ciò che spesso evitiamo\, attraverso interviste\, commenti e considerazioni di chi la morte la affronta per mestiere.\n\n\n\nUna lezione/spettacolo sulla prassi della morte che prende la nostra rimozione collettiva e la mette sotto osservazione: un’indagine ironica a metà tra laboratorio e confessione. In scena un’attrice prova a fare ordine: parte da un’esperienza personale e costruisce una guida al morire\, come se nominarlo\, sezionarlo\, capirlo bastasse a renderlo affrontabile. \nIl percorso è preciso: si parte dall’istante della morte e si segue tutta la filiera. Chi la certifica\, chi prepara il corpo\, chi lo seppellisce\, chi prova a dare una direzione a ciò che resta. I professionisti della morte compaiono in video: volti reali\, mestieri concreti\, parole dirette. Infermieri\, operatori funerari\, sacerdoti. Raccontano il loro lavoro\, ma nel farlo lasciano intravedere crepe\, abitudini\, zone d’ombra. L’attrice tiene insieme i pezzi\, fa da tramite tra il pubblico e un universo normalmente nascosto\, conduce\, spiega\, alleggerisce. \nTerzo capitolo della Trilogia della Realtà della compagnia Merli–Serena\, lo spettacolo continua a lavorare sul confine instabile tra documento e scena\, lasciando emergere una domanda che resta lì\, senza soluzione: cosa significa davvero convivere con la fine\, sapendo che non impareremo mai come si fa.
URL:https://cavalieridicultura.it/evento/larte-di-vivere-il-giorno-in-cui-i-corvi-smisero-di-farmi-paura/2027-04-27/
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SUMMARY:DALLA. COM'È PROFONDO LUCIO
DESCRIPTION:Uno spettacolo di John Stanson Band \ncon Walter Muto chitarra\nCarlo Pastori fisarmonica e pianoforte\nCarlo Lazzaroni violino\nUna produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale \n\nUn omaggio che attraversa Lucio Dalla a 10 anni dalla sua scomparsa\, come si attraversa una città notturna: seguendo luci\, voci e improvvise rivelazioni. Una musica che continua a parlare in modo semplice e insieme impossibile\, come se ogni canzone fosse una domanda ancora aperta.\n\n\n\nFra i talenti di Lucio Dalla c’era quello di trasformare il quotidiano in poesia\, con melodie e parole semplici solo in apparenza\, capaci di essere popolari e insieme profondissime.Un albero resta un albero\, finché lo si guarda senza ascoltarlo. Nelle sue canzoni diventa domanda: Cosa sarà che fa crescere gli alberi e la felicità? e ancora che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento?. Un viaggio dentro la sua poetica\, a dieci anni dalla scomparsa\, attraversa canzoni e testimonianze di chi lo ha conosciuto da vicino\, restituendo la voce di un autore che “parlava un’altra lingua\, però sapeva amare”. \nGli arrangiamenti di Walter Muto disegnano un suono quasi cameristico per chitarra\, voce\, fisarmonica e pianoforte di Carlo Pastori\, e violino di Carlo Lazzaroni\, intrecciando i brani in medley che si avvicinano al respiro vivo di un concerto da osteria: uno spazio semplice\, essenziale\, dove la musica si appoggia a un tavolo e tutto il resto diventa poesia.
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SUMMARY:1984 George Orwell
DESCRIPTION:da George Orwell\ndrammaturgia e regia Corrado Accordino\ncon Luigi Aquilino\, Daniele Crasti\, Daniele Ornatelli\, Silvia Rubino\, Alessia Vicardi\nmovimenti coreografici Romina Contiero\naiuto regia Valentina Paiano\nproduzione Compagnia Teatro Binario 7 \n\nCosa accade quando la fantascienza diventa realtà? Dal romanzo profetico di George Orwell uno spettacolo che riflette un mondo di sorvegliati\, registrati\, costantemente osservati. Nulla sfugge più allo sguardo del Grande Fratello: tutto è tracciato\, tutto è previsto. La vera utopia è uscire dal branco\, scegliere di pensare.\n\n\n\nGeorge Orwell aveva già tracciato la mappa. Il vero padre del Grande Fratello ha messo in scena\, con inquietante precisione\, un mondo sotto sorveglianza permanente: nessuno davvero fuori campo\, nessuno davvero solo. Telecamere\, dispositivi\, satelliti\, schermi — tutto registra\, tutto restituisce. E sullo sfondo\, la sensazione costante di una catastrofe imminente\, sempre pronta a ridefinire le regole del gioco. Il sistema non si limita a controllare: seduce. Agisce sulle paure\, modella i desideri\, orienta lo sguardo. E nel rumore continuo di un presente urlato\, il nemico si costruisce in tempo reale\, per contagio\, per adesione. Il vero virus è l’allineamento. In questo scenario\, il lavoro di Corrado Accordino attraversa l’orrore di una coscienza spenta che continua a funzionare\, e riporta al centro la possibilità — sempre più fragile — di uno sguardo personale. Personaggi svuotati\, funzionali a un ingranaggio che li supera\, abitano una realtà senza intimità\, dove l’identità si consuma nella sua esposizione continua. \nEppure resta uno scarto. Il gesto di chi rifiuta la “cosa giusta”\, di chi disobbedisce al consenso. Tra immagini ipnotiche e pensieri che sfuggono al controllo\, lo spettacolo mette in crisi ciò che crediamo normale.
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SUMMARY:1984 George Orwell
DESCRIPTION:da George Orwell\ndrammaturgia e regia Corrado Accordino\ncon Luigi Aquilino\, Daniele Crasti\, Daniele Ornatelli\, Silvia Rubino\, Alessia Vicardi\nmovimenti coreografici Romina Contiero\naiuto regia Valentina Paiano\nproduzione Compagnia Teatro Binario 7 \n\nCosa accade quando la fantascienza diventa realtà? Dal romanzo profetico di George Orwell uno spettacolo che riflette un mondo di sorvegliati\, registrati\, costantemente osservati. Nulla sfugge più allo sguardo del Grande Fratello: tutto è tracciato\, tutto è previsto. La vera utopia è uscire dal branco\, scegliere di pensare.\n\n\n\nGeorge Orwell aveva già tracciato la mappa. Il vero padre del Grande Fratello ha messo in scena\, con inquietante precisione\, un mondo sotto sorveglianza permanente: nessuno davvero fuori campo\, nessuno davvero solo. Telecamere\, dispositivi\, satelliti\, schermi — tutto registra\, tutto restituisce. E sullo sfondo\, la sensazione costante di una catastrofe imminente\, sempre pronta a ridefinire le regole del gioco. Il sistema non si limita a controllare: seduce. Agisce sulle paure\, modella i desideri\, orienta lo sguardo. E nel rumore continuo di un presente urlato\, il nemico si costruisce in tempo reale\, per contagio\, per adesione. Il vero virus è l’allineamento. In questo scenario\, il lavoro di Corrado Accordino attraversa l’orrore di una coscienza spenta che continua a funzionare\, e riporta al centro la possibilità — sempre più fragile — di uno sguardo personale. Personaggi svuotati\, funzionali a un ingranaggio che li supera\, abitano una realtà senza intimità\, dove l’identità si consuma nella sua esposizione continua. \nEppure resta uno scarto. Il gesto di chi rifiuta la “cosa giusta”\, di chi disobbedisce al consenso. Tra immagini ipnotiche e pensieri che sfuggono al controllo\, lo spettacolo mette in crisi ciò che crediamo normale.
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SUMMARY:F*CK A Modern musical Love
DESCRIPTION:con Andrea Lietti\, Giovanni Longhin\, Ilaria Longo\, Nicola Lorusso\, Roberto Marinelli\, Paola Tintinelli\, Marco Rizzo\, Elena Scalet\nLibretto\, testi\, musiche\, regia  Gipo Gurrado\nMovimenti scenici\, coreografie Maja Delak\nScene e costumi Marina Conti\nassistenti ai costumi Giorgia Piatta\, Simona Venkova\nassistente alla scena Simona Venkova\nSuono Stefano Giungato (Indiehub Studio)\nProduzione Elsinor Centro di produzione teatrale\nSpettacolo realizzato con il sostegno di NEXT – Laboratorio delle Idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo \n\nUn Modern Musical cinico e dark che mette al centro l’amore: quello vero\, imperfetto\, disordinato\, paranoico\, dolce\, tragico\, appiccicoso. Insomma: l’amore in tutte le sue forme e deformazioni.\n\n\n\n\nRaccontare l’amore a teatro? Un progetto destinato a fallire. E proprio per questo vale la pena provarci. Con ironia spietata\, crudeltà e tenerezza\, FUCK dà voce al mondo emotivo che abita ognuno di noi. Lo spettacolo è ambientato in metropolitana\, metafora di come nei tempi moderni si entra ed esca dalle vite altrui con la stessa facilità con cui si sale e scende da un vagone\, pronti a una nuova destinazione. Al centro\, come negli altri episodi della “Trilogy”\, l’uomo moderno con le sue paranoie\, i suoi desideri\, i suoi meravigliosi difetti. Un flusso di emozioni che si intrecciano\, si sfaldano\, si cantano. Ispirandosi a voci ironiche e visionarie come Flaiano\, Bufalino\, Heller\, Richler ed Everett F*CK smonta i cliché del genere e li ricompone in uno stile nuovo\, originale\, tutto italiano. \nCon le musiche prodotte negli studi Indiehub di Milano\, le scene di Marina Conti e le coreografie di Maja Delak\, FUCK* segna una nuova tappa nel percorso di Gipo Gurrado: lontano da Broadway\, vicino a chi ama. Anche male.
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