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SUMMARY:UN PO' MENO FANTASMA
DESCRIPTION:terzo capitolo del progetto triennale de La libertà dei ciottoli\nun progetto di Kronoteatro + Francesca Sarteanesi\nideazione Tommaso Cheli\ndrammaturgia Tommaso Cheli / Francesca Sarteanesi\nregia Francesca Sarteanesi\ncon Tommaso Bianco\nscene e costumi Rebecca Ihle\nresponsabile tecnico Alex Nesti\nsupervisione progetto Maurizio Sguotti\nproduzione Kronoteatro\ncoproduzione Teatro Nazionale di Genova \ncon il sostegno di PimOff\, Spazio ZUT!\, L’arboreto/Teatro Dimora\, Teatro Moderno di Agliana\, Gli Scarti/Fuori Luogo \n\nMarcello non riesce a stare al passo: sente troppo\, vede troppo. La sua sensibilità lo espone e lo isola\, schiacciato dalla superficialità di chi lo circonda. Un lavoro affascinante su quando essere delicati diventa una forma di resistenza.\n\n\n\nSensibilità\, delicatezza emotiva e una percezione del mondo fuori misura rispetto al contesto che la circonda. Al centro c’è Marcello\, un uomo ordinario ma segnato da una particolare fragilità: parla a voce molto bassa\, abita il mondo con discrezione\, quasi in sottrazione. Una modalità di stare nelle relazioni che ha inevitabilmente influenzato la sua vita personale\, affettiva e lavorativa. \nAttraverso un flusso monologante intimo e continuo\, emerge il ritratto di un uomo consapevole della propria differenza\, ma mai disposto a considerarla una forma di debolezza. La sua sensibilità non assume i tratti della rinuncia o della marginalità\, ma diventa uno sguardo limpido e raffinato sulla realtà\, destinato a scontrarsi con il torpore e la grossolanità del mondo circostante. \nUno spettacolo poetico che costruisce un paesaggio umano fatto di silenzi\, scarti e delicatezze\, in cui la sensibilità si fa spazio di resistenza contro la brutalità del vivere contemporaneo.
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SUMMARY:HOTEL DALIDA
DESCRIPTION:di e con Roberta Lidia De Stefano\nideazione e spazio scenico Roberta Lidia De Stefano\ntesto e dramaturg Irene Petra Zani\ndisegno del suono e composizioni musicali Roberta Lidia De Stefano e Gerarda Avallone\ndisegno luci Serena Serrani\ndirezione tecnica Silvia Laureti\nscene e costumi Roberta Lidia De Stefano realizzati da Erika Carretta\nassistente Sofia Murari\nfotografie e video in scena Serena Serrani\ntraduzione liriche e sopratitoli Roberta Lidia De Stefano\nproduzioni indipendenti Ro.se / Brugole & co. / Lecite Visioni \ncon il sostegno di Teatro dei Filodrammatici Milano / foyer residenze / Sementerie Artistiche \n\nPrimavera araba. Iolanda\, una reporter di guerra\, viene rinchiusa in una stanza d’hotel. L’unica voce che arriva da fuori è la musica di Dalida. Omaggio a Marie Colvin\, giornalista uccisa nel 2012\, Oriana Fallaci\, Anna Politkovskaja. Un viaggio nell’intimità pubblica e privata di una donna intrappolata nello scenario della guerra che ha visto. La Vocazione è il nodo che unisce Dalida alla Reporter: entrambe chiamate – voce e corpo – a farsi “testimoni” della realtà\, costi quel che costi.\n\n\n\nDurante la primavera araba una reporter di guerra si ritrova prigioniera in una stanza d’albergo al Cairo\, senza memoria del proprio rapimento e senza alcuna possibilità di contatto con l’esterno. In questo spazio chiuso e sospeso\, l’unica presenza che la accompagna è una voce delle canzoni di Dalida\, che provengono dalla stanza accanto. \nLa pluripremiata Roberta Lidia De Stefano dà voce e corpo a una figura sospesa\, attraversando un progressivo slittamento tra realtà e visione. Ciò che inizialmente si manifesta come un’eco martellante si trasforma in un dialogo sempre più intimo\, facendo emergere profonde affinità tra la reporter e la celebre artista: una vocazione totalizzante\, la fuga dalle proprie origini\, la ricerca di una verità da restituire al pubblico\, fino alla rinuncia a una dimensione personale e identitaria come la maternità. In questo intreccio\, l’intuito visionario di Dalida e l’urgenza testimoniale della reporter convergono in un’unica figura\, una Tiresia contemporanea sospesa tra desiderio di vedere oltre il reale e incapacità di guardare dentro di sé. \nHotel Dalida è uno spazio di confine e di memoria\, in cui identità e narrazione si disgregano e si ricompongono\, mentre le canzoni della celebre interprete\, rielaborate in chiave contemporanea e cantate dal vivo dall’attrice\, attraversano la scena trasformando la stanza in un teatro di guerra interiore\, dove mourir sur scène e morire sul campo diventano le due facce d’una stessa tensione.
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SUMMARY:QUI VIVREMO BENE una drammaturgia originale sull'emergenza abitativa
DESCRIPTION:Di Luigi Vittoria\nCon Elisa Grilli e Tommaso Russi\nUna co-produzione Dopolavoro Stadera e Argot Produzioni\nDisegno luci di Chiara Senesi e Desideria Angeloni\nFoto e video di Anna Minor\nProgetto vincitore del festival OVER 2025\nCon il sostegno di Pim Off\, Teatro Argot \, NEST Teatro e Fertili Terreni \n\nMilano\, quartiere Giambellino: servizi assenti\, case vuote\, vite sospese. Si aspetta davanti a porte chiuse\, mentre dentro nessuno abita. Poi la scelta si impone: rispettare la legge o sopravvivere. E allora si entra. Si occupa.\n\n\n\nUna casa può diventare un privilegio\, un quartiere può trasformarsi in un campo di battaglia e il diritto ad abitare può finire al centro di uno scontro politico\, sociale e umano. \nQui vivremo bene nasce dalle vicende che nel 2018 hanno attraversato il quartiere milanese del Giambellino\, tra sgomberi\, arresti e mobilitazioni per il diritto alla casa. A partire dalle testimonianze raccolte sul campo — in particolare attraverso gli incontri con gli attivisti del Comitato Abitanti Giambellino — lo spettacolo si addentra nelle crepe dell’edilizia popolare\, dando voce a chi vive quotidianamente le tensioni di una città sempre più difficile da abitare. \nLa drammaturgia si costruisce per frammenti e prospettive che si rincorrono e si scontrano. Alle storie del Comitato si intrecciano episodi che raccontano le trasformazioni urbane\, l’erosione dei diritti\, la precarietà crescente e le nuove forme di esclusione. Accanto alla dimensione collettiva emergono racconti personali\, in cui le biografie individuali diventano il riflesso di un disagio condiviso. \nAttraverso linguaggi e dispositivi scenici differenti\, Qui vivremo bene compone il ritratto di una città attraversata da contraddizioni profonde. Più che raccontare una crisi abitativa\, lo spettacolo interroga ciò che una casa rappresenta oggi: non soltanto un tetto\, ma la possibilità di appartenere a un luogo\, di costruire relazioni\, di immaginare un futuro.
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SUMMARY:LE TRE CICORIANE Una fiaba nera della tradizione calabrese
DESCRIPTION:liberamente tratto dalla fiaba calabrese Le tre raccoglitrici di cicoria raccolta da Letterio Di Francia\n(“Fiabe e novelle calabresi” – Donzelli Editore\, 2015) \ntesto\, interpretazione\, spazio scenico\, disegno luci\, costumi e regia Dario De Luca\nsonorizzazioni elettroacustiche originali eseguite dal vivo Gianfranco De Franco\nluci Vincenzo Parisi\noggetti di scena e allestimento Giovanni Spina\norganizzazione e amministrazione Tiziana Covello\ndistribuzione Egilda Orrico\nproduzione Scena Verticale\ncon il sostegno di CURA (centro umbro delle residenze artistiche) e Spazio MAI – Movement Art Is – Perugia\nun grazie a Teatro della Chimera\, Castrovillari (CS) e a Cubo Teatro\, Torino \n\nUna madre e tre figlie scavano la terra per sopravvivere ma sotto le radici si apre un abisso. Una dopo l’altra\, le sorelle scompaiono: resta Mariuccia\, che guarda l’orrore negli occhi e non arretra. Un’arcaica e feroce fiaba calabrese sul coraggio femminile.\n\n\n\nDopo le vicissitudini della Reginotta in Re Pipuzzu fattu a manu e le fantasie irriverenti di Tirisina ne I 4 desideri di Santu Martinu \, con Le tre Cicoriane Dario De Luca chiude una trilogia dedicata alla riscoperta della fiaba calabrese\, tornando alla raccolta di Letterio Di Francia. \nIn questa storia ci sono una madre con tre figlie e la fame addosso. Per sopravvivere strappano cicoria alla terra\, radice dopo radice. Poi\, un giorno\, la terra si apre davvero: sotto un cespo\, una botola. Teresina scende – e sparisce. Concetta la segue e scompare anche lei. Resta Mariuccia. L’ultima. Non la più forte\, ma la più lucida. Quella che guarda meglio\, che capisce prima. Scende anche lei ma stavolta il gioco cambia: l’astuzia contro l’orrore\, la fame contro ciò che la divora. Quella che si spalanca è una fiaba nera\,  un racconto che affonda nel cannibalismo arcaico\, nella violenza primordiale\, in un sottosuolo dove il tempo si deforma e l’umano si incrina. \n\n\n\n\n\n\n\n\nDario De Luca attraversa registri\, accende corpi e voci\, è un narratore infaticabile che scava e sprigiona figure pagane e perturbanti: presenze femminili che non stanno ai margini\, ma guidano\, decidono\, spostano gli equilibri. Sono loro a stare avanti\, a dettare il passo\, a mettere in crisi — e spesso a educare — i maschi coprotagonisti delle storie.
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DESCRIPTION:liberamente tratto dalla fiaba calabrese Le tre raccoglitrici di cicoria raccolta da Letterio Di Francia\n(“Fiabe e novelle calabresi” – Donzelli Editore\, 2015) \ntesto\, interpretazione\, spazio scenico\, disegno luci\, costumi e regia Dario De Luca\nsonorizzazioni elettroacustiche originali eseguite dal vivo Gianfranco De Franco\nluci Vincenzo Parisi\noggetti di scena e allestimento Giovanni Spina\norganizzazione e amministrazione Tiziana Covello\ndistribuzione Egilda Orrico\nproduzione Scena Verticale\ncon il sostegno di CURA (centro umbro delle residenze artistiche) e Spazio MAI – Movement Art Is – Perugia\nun grazie a Teatro della Chimera\, Castrovillari (CS) e a Cubo Teatro\, Torino \n\nUna madre e tre figlie scavano la terra per sopravvivere ma sotto le radici si apre un abisso. Una dopo l’altra\, le sorelle scompaiono: resta Mariuccia\, che guarda l’orrore negli occhi e non arretra. Un’arcaica e feroce fiaba calabrese sul coraggio femminile.\n\n\n\nDopo le vicissitudini della Reginotta in Re Pipuzzu fattu a manu e le fantasie irriverenti di Tirisina ne I 4 desideri di Santu Martinu \, con Le tre Cicoriane Dario De Luca chiude una trilogia dedicata alla riscoperta della fiaba calabrese\, tornando alla raccolta di Letterio Di Francia. \nIn questa storia ci sono una madre con tre figlie e la fame addosso. Per sopravvivere strappano cicoria alla terra\, radice dopo radice. Poi\, un giorno\, la terra si apre davvero: sotto un cespo\, una botola. Teresina scende – e sparisce. Concetta la segue e scompare anche lei. Resta Mariuccia. L’ultima. Non la più forte\, ma la più lucida. Quella che guarda meglio\, che capisce prima. Scende anche lei ma stavolta il gioco cambia: l’astuzia contro l’orrore\, la fame contro ciò che la divora. Quella che si spalanca è una fiaba nera\,  un racconto che affonda nel cannibalismo arcaico\, nella violenza primordiale\, in un sottosuolo dove il tempo si deforma e l’umano si incrina. \n\n\n\n\n\n\n\n\nDario De Luca attraversa registri\, accende corpi e voci\, è un narratore infaticabile che scava e sprigiona figure pagane e perturbanti: presenze femminili che non stanno ai margini\, ma guidano\, decidono\, spostano gli equilibri. Sono loro a stare avanti\, a dettare il passo\, a mettere in crisi — e spesso a educare — i maschi coprotagonisti delle storie.
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SUMMARY:SEG_MEN_TAR_SI Dis-integrazione dell'umano reading performativo
DESCRIPTION:Regia Ivonne Capece\ndrammaturgia Chiara Arrigoni\ninterpreti Stefano Carenza\, Silvia Di Cesare\, Ion Donà\, Pasquale Montemurro\ncuratela del progetto Maddalena Massafra \nMenzione speciale Franco Quadri al Premio Riccione per il Teatro 2025\nTesto vincitore del PREMIO NAZIONALE DI DRAMMATURGIA OMISSIS 2025\ncon il supporto di Theatron 2.0 \n\n\n\n\n\n\nIn un futuro alla “Blade Runner” umani e androidi condividono lo stesso mercato: il corpo. Su un tavolo operatorio si vendono organi e si comprano identità\, mentre le macchine si umanizzano e gli esseri umani si smontano. Un omaggio visionario a Philip K. Dick: una fiaba fantascientifica dove la domanda non è più chi siamo\, ma quanto valiamo.\n\n\n\nUna ragazza si sdraia ripetutamente su un tavolo operatorio e vende pezzi di sé per potersi pagare gli studi. Braccia\, organi\, frammenti biologici destinati agli androidi\, che li acquistano per sostituire le proprie componenti artificiali. In cambio riceve denaro e protesi robotiche. Il paradosso è feroce: mentre gli esseri umani si smontano pezzo dopo pezzo\, gli androidi si ricompongono e si avvicinano sempre di più a una forma di vita organica. \nDa questa intuizione disturbante nasce Segmentarsi\, testo di Chiara Arrigoni\, vincitore del Premio Nazionale di Drammaturgia Omissis 2025\, qui attraversato dalla regia di Ivonne Capece in un reading performativo ipnotico e perturbante.\nLa sala operatoria diventa un centro di gravità assoluto. Mentre il corpo è immobile\, anestetizzato\, la mente continua a produrre immagini\, ricordi\, voci pubblicitarie\, dialoghi domestici\, monologhi interiori. Il tempo dell’intervento si dilata e si trasforma in un flusso continuo di memoria e allucinazione. Più il corpo viene smontato\, più la coscienza sembra accendersi. \nL’eco è quella di Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick e della sua incarnazione cinematografica\, Blade Runner. Ma qui la domanda si fa ancora più brutale. Non più cosa significa essere umani? bensì quanto vale esserlo?
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SUMMARY:NON SENTIRE IL MALE Dedicato a Eleonora Duse
DESCRIPTION:di e con Elena Bucci\ndisegno luci per il teatro  Maurizio Viani\ndisegno luci in altri spazi Loredana Oddone\ncura del suono  Raffaele Bassetti\, Franco Naddei\nnella versione concerto le musiche sono composte ed eseguite dal vivo al pianoforte da Andrea Agostini\nassistenza al progetto Nicoletta Fabbri e Gaetano Colella\nproduzione Le belle bandiere\ncon il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Comune di Russi \ngrazie a Walter Pretolani per avermi suggerito l’idea e avermi sostenuto nei primi passi\ngrazie a Claudio Meldolesi e Laura Mariani per essere stati presenti alla prima prova aperta e avere contribuito con il loro lavoro alla drammaturgia \n\nEleonora Duse: attrice\, musa di D’Annunzio\, imprenditrice\, donna che non si piega. Un viaggio intimo e personale con la grande Elena Bucci nella vita e nell’arte di chi ha rivoluzionato il teatro del suo tempo.\n\n\n\nDa anni Elena Bucci attraversa la figura di Eleonora Duse. Un incontro artistico che si rinnova nel tempo e che diventa occasione per interrogare il teatro e i suoi limiti. Attrice tra le più autorevoli della scena contemporanea\, formatasi accanto a Leo de Berardinis e più volte Premio Ubu\, Bucci si misura con la Duse come con una presenza viva: un campo di forze in cui ricerca\, memoria e trasformazione continuano a risuonare nel presente. \nRivoluzionaria della scena tra Otto e Novecento\, Eleonora Duse ha infranto le convenzioni della recitazione per cercare una verità più profonda e radicale. Musa\, interprete e amante di Gabriele D’Annunzio\, vive con lui un rapporto artistico e sentimentale travolgente e doloroso\, fatto di complicità creativa\, dipendenza e tradimento\, destinato a segnare profondamente la sua vita e il suo percorso d’artista. \nDa lettere\, testimonianze e frammenti al centro affiora un’immagine potente: la Duse malata\, esclusa dalla scena e sostituita proprio da D’Annunzio ne La figlia di Iorio. Rimasta ai margini\, prende il copione e lo attraversa da sola\, interpretandone tutte le parti e tutte le voci sotto lo sguardo lucido e partecipe di Matilde Serao. Un gesto estremo che diventa atto di resistenza\, creazione e libertà. Un tentativo di oltrepassare la materia stessa del teatro — scene\, costumi\, ruoli e convenzioni — per raggiungere qualcosa di più essenziale e vertiginoso. \nAttraversare la Duse significa esporsi\, mettere in discussione immagini e certezze\, inseguire una verità sfuggente. E nel tentativo di dare voce a una donna\, emergono molte altre presenze: una costellazione di memorie\, desideri e visioni che continua a parlare al presente.
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SUMMARY:PEZZO A DUE PER DIECI PIANTE spettacolo con umani e piante (dotate di sensori)
DESCRIPTION:Progetto selezionato Powered by REf 24 Con il sostegno di PIMOFF di conferenza balaam\ncon Leonardo Barbierato\, Alessandra Cocorullo e Marco Tè\nMusiche live e originali Leonardo Barbierato\nDirezione Artistica Beatrice Fedi e Alessandro De Giovanni\nDisegno Luci Lucia Ferrero\nCostumi Valeria Forconi\nProduzione esecutiva Pallaksch ETS\nConsulenza botanica Stefano Marzullo\, dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università di Roma La Sapienza >\ne Francesco Sabatini\, dipartimento di Scienze Biologiche\, Geologiche e Ambientali all’Università di Bologna\nDebutto Pergine Festival 2025\nSi ringrazia il Teatro Comandini\, Cesena e Teatro di Meano\, Trento\, Fortezza Est\, Filippo Lilli\, Vivaio Bonsai Idea di Roma.\nFoto di Elisa Vettori per Pergine Festival e Chiara Quartararo per Roma Europa Festival \n\nCi sono piante che sono sopravvissute alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Noi\, nel frattempo\, riusciamo a far morire un bonsai in pochi mesi. Due attori e dieci piante vive in scena: presenze che agiscono\, ascoltano\, rispondono. Sensori captano i loro impulsi elettrici e li trasformano in un dialogo reale\, instabile\, impossibile da controllare. Un esperimento radicale dove il confine tra umano e vegetale si incrina.\n\n\n\nQuali sono le conseguenze del non avere il pollice verde? La morte di una pianta o due\, qualcuno potrebbe considerarlo un delitto ma insomma ci siamo passati tutti:\n\n“Siamo l’85% della biomassa terrestre\, ma l’umanità non ci vede.”  \nTra cronaca surreale e nevrosi domestiche\, lo spettacolo mette in scena il tragicomico tentativo di un Ragazzo\, una Biologa ed un Musicista – Giardiniere di comunicare con il mondo vegetale. Poetico\, etico\, ecologico e intimo: un’esperienza collettiva contemporanea che vi porterà a chiedervi se le piante del vostro salotto vi stanno guardando. “Pezzo a due con dieci piante” è un’ opera di coesistenza transpecie che fonde teatro\, performance indagine scientifica e musica dal vivo. \nUn sensore traduce in suono gli impulsi elettrici dei vegetali presenti in scena: un’interazione imprevedibile che sfida il controllo antropocentrico. Tra paure\, ricordi e un’atmosfera rituale\, l’opera si fa spazio comune per riscoprire una nuova ecologia del sentire.
URL:https://cavalieridicultura.it/evento/pezzo-a-due-per-dieci-piante-spettacolo-con-umani-e-piante-dotate-di-sensori/2026-10-23/
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SUMMARY:A CENA CON MACBETH da Shakespeare
DESCRIPTION:da William  Shakespeare\nadattamento e regia Emanuele Conte\ncon gli attori del Teatro della compagnia\nproduzione Fondazione Luzzati Teatro della Tosse \n\nUna cena sanguinaria sotto il velo delle buone maniere. Delitti\, vendette e tradimenti scorrono tra le portate e la tragedia della cupidigia umana prende vita\, evocando le cupe ambientazioni della Scozia shakespeariana.\n\n\n\nTra cucina e sala da pranzo\, i Macbeth siedono ancora a tavola. Vivi e morti\, sovrani e assassini condividono lo stesso banchetto\, mentre delitti\, vendette e tradimenti scorrono sotto la superficie impeccabile delle buone maniere. La cucina si anima come un ventre magico e inquieto\, abitato dalle streghe; all’ingresso un portiere-buffone accoglie gli ospiti come in un rito grottesco; attorno\, nobili e cortigiani partecipano a una cena che si trasforma lentamente in cerimonia sanguinaria. In questo spazio chiuso e febbrile prende forma la tragedia della cupidigia umana\, evocando una Scozia mentale e corrosa\, dove il potere divora tutto ciò che tocca. \nLo sguardo di Emanuele Conte\, regista e direttore del Teatro della Tosse\, trasforma la scena in un dispositivo dove il classico si piega a un immaginario contemporaneo\, tagliente e perturbante.
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SUMMARY:A CENA CON MACBETH da Shakespeare
DESCRIPTION:da William  Shakespeare\nadattamento e regia Emanuele Conte\ncon gli attori del Teatro della compagnia\nproduzione Fondazione Luzzati Teatro della Tosse \n\nUna cena sanguinaria sotto il velo delle buone maniere. Delitti\, vendette e tradimenti scorrono tra le portate e la tragedia della cupidigia umana prende vita\, evocando le cupe ambientazioni della Scozia shakespeariana.\n\n\n\nTra cucina e sala da pranzo\, i Macbeth siedono ancora a tavola. Vivi e morti\, sovrani e assassini condividono lo stesso banchetto\, mentre delitti\, vendette e tradimenti scorrono sotto la superficie impeccabile delle buone maniere. La cucina si anima come un ventre magico e inquieto\, abitato dalle streghe; all’ingresso un portiere-buffone accoglie gli ospiti come in un rito grottesco; attorno\, nobili e cortigiani partecipano a una cena che si trasforma lentamente in cerimonia sanguinaria. In questo spazio chiuso e febbrile prende forma la tragedia della cupidigia umana\, evocando una Scozia mentale e corrosa\, dove il potere divora tutto ciò che tocca. \nLo sguardo di Emanuele Conte\, regista e direttore del Teatro della Tosse\, trasforma la scena in un dispositivo dove il classico si piega a un immaginario contemporaneo\, tagliente e perturbante.
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SUMMARY:ACCABADORA dal romanzo di Michela Murgia con Anna Della Rosa
DESCRIPTION:dal romanzo di Michela Murgia\nedito da Giulio Einaudi Editore\ndrammaturgia Carlotta Corradi\ncon Anna Della Rosa\nregia Veronica Cruciani\nProduzione Savà Produzioni Creative \n\n«Acabar» in spagnolo significa finire. In Sardegna\, l’accabadora è colei che “finisce”: l’ultima madre\, chiamata ad accompagnare chi non può o non vuole più vivere. Un’assassina o una figura sospesa tra pietà\, cura e destino? Dal romanzo Premio Campiello di Michela Murgia\, uno spettacolo lacerante sull’eutanasia con la pluripremiata Anna Della Rosa.\n\n\n\nAccabadora\, dal capolavoro Premio Campiello 2010 di Michela Murgia\, racconta uno dei temi più radicali e controversi del nostro tempo: accompagnare qualcuno alla fine della vita.  Con la sua scrittura limpida e tagliente\, Murgia trasforma una storia ambientata nella Sardegna degli anni Cinquanta in una riflessione potente sulla cura\, sulla responsabilità e sul confine tra pietà e scelta. \nLa regia di Veronica Cruciani traduce questa materia incandescente in un teatro essenziale e vibrante\, affidandola alla presenza magnetica di Anna Della Rosa\, tra le più straordinarie interpreti del teatro italiano contemporaneo. Attraverso la memoria della protagonista riaffiora un mondo arcaico in cui la comunità conosce e custodisce un gesto estremo: l’Accabadora è la donna che aiuta chi soffre a compiere l’ultimo passo. \nA partire da una delle opere più celebri di Michela Murgia — autrice e intellettuale tra le più influenti degli ultimi anni — lo spettacolo apre una riflessione potente sul tema dell’eutanasia e una domanda antica e insieme urgentemente attuale: che cosa significa prendersi cura di qualcuno\, fino alla fine.
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SUMMARY:Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde
DESCRIPTION:Liberamente tratto da R.L. Stevenson\nDrammaturgia Federico Bellini\nRegia Fabio Condemi\nCon Christian La Rosa\nDrammaturgia delle immagini e spazio scenico Fabio Cherstich\nScenografo collaboratore Andrea Colombo\nLuci Veronica Varesi Monti\nAudio e Video Francesco Sileo\nAssistente alla regia Andrea Lucchetta\nProduzione Compagnia Umberto Orsini\, La Fabbrica dell’Attore\, Elsinor Centro di Produzione Teatrale\, LAC Lugano Arte Cultura \n\n\n\n\n\n\nUn incubo che prende forma e non smette di respirare: il doppio\, il corpo\, il male che si nasconde in piena luce. Da Stevenson a oggi\, la regia di Fabio Condemi e la drammaturgia di Federico Bellini trasformano Jekyll e Hyde in un dispositivo tagliente sull’identità e le sue fratture.\n\n\n\nRobert Louis Stevenson si sveglia in piena notte e scrive di getto la storia di un uomo che tenta di separare il bene dal male finendo per liberare il mostro che porta dentro di sé. Da allora\, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde continua a perseguitarci. \nCon la drammaturgia di Federico Bellini\, Fabio Condemi trasforma il capolavoro di Stevenson in un viaggio ipnotico dentro le ossessioni del presente: il corpo come materia instabile\, il desiderio di oltrepassare i propri limiti\, la seduzione della scienza\, la violenza nascosta sotto la superficie della normalità. Dopo aver attraversato l’elogio del crimine in De Sade\, gli incubi postindustriali di Thomas Ligotti e i deserti fisici e metafisici di Roberto Bolaño\, Condemi torna a confrontarsi con il tema che attraversa tutta la sua ricerca: il male e la sua irriducibile capacità di attrazione. \nCome il notaio Utterson\, il pubblico è chiamato a seguire le tracce di Hyde in un’indagine senza soluzione. Una presenza che sfugge continuamente allo sguardo e che sembra nascondersi ovunque: nelle città\, nei rapporti umani\, nelle istituzioni\, nelle pieghe più oscure dell’identità. Un inquietante gioco di hide and seek in cui il mostro non è mai davvero altrove. \nIn scena il pluripremiato Christian La Rosa attraversa le ambiguità e le vertigini del racconto di Stevenson\, dando corpo a una delle figure più perturbanti della letteratura moderna. Un classico che smette di essere un classico e torna a essere ciò che è sempre stato: una domanda aperta sul male che abita ciascuno di noi.
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SUMMARY:Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde
DESCRIPTION:Liberamente tratto da R.L. Stevenson\nDrammaturgia Federico Bellini\nRegia Fabio Condemi\nCon Christian La Rosa\nDrammaturgia delle immagini e spazio scenico Fabio Cherstich\nScenografo collaboratore Andrea Colombo\nLuci Veronica Varesi Monti\nAudio e Video Francesco Sileo\nAssistente alla regia Andrea Lucchetta\nProduzione Compagnia Umberto Orsini\, La Fabbrica dell’Attore\, Elsinor Centro di Produzione Teatrale\, LAC Lugano Arte Cultura \n\n\n\n\n\n\nUn incubo che prende forma e non smette di respirare: il doppio\, il corpo\, il male che si nasconde in piena luce. Da Stevenson a oggi\, la regia di Fabio Condemi e la drammaturgia di Federico Bellini trasformano Jekyll e Hyde in un dispositivo tagliente sull’identità e le sue fratture.\n\n\n\nRobert Louis Stevenson si sveglia in piena notte e scrive di getto la storia di un uomo che tenta di separare il bene dal male finendo per liberare il mostro che porta dentro di sé. Da allora\, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde continua a perseguitarci. \nCon la drammaturgia di Federico Bellini\, Fabio Condemi trasforma il capolavoro di Stevenson in un viaggio ipnotico dentro le ossessioni del presente: il corpo come materia instabile\, il desiderio di oltrepassare i propri limiti\, la seduzione della scienza\, la violenza nascosta sotto la superficie della normalità. Dopo aver attraversato l’elogio del crimine in De Sade\, gli incubi postindustriali di Thomas Ligotti e i deserti fisici e metafisici di Roberto Bolaño\, Condemi torna a confrontarsi con il tema che attraversa tutta la sua ricerca: il male e la sua irriducibile capacità di attrazione. \nCome il notaio Utterson\, il pubblico è chiamato a seguire le tracce di Hyde in un’indagine senza soluzione. Una presenza che sfugge continuamente allo sguardo e che sembra nascondersi ovunque: nelle città\, nei rapporti umani\, nelle istituzioni\, nelle pieghe più oscure dell’identità. Un inquietante gioco di hide and seek in cui il mostro non è mai davvero altrove. \nIn scena il pluripremiato Christian La Rosa attraversa le ambiguità e le vertigini del racconto di Stevenson\, dando corpo a una delle figure più perturbanti della letteratura moderna. Un classico che smette di essere un classico e torna a essere ciò che è sempre stato: una domanda aperta sul male che abita ciascuno di noi.
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LOCATION:Teatro fontana\, Via Gian Antonio Boltraffio\, 21\, Milano\, MI\, 20159\, Italy
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