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DESCRIPTION:Da Robert Louis Stevenson\ndrammaturgia e regia Bruno Bigoni\ncon Riccardo Magherini\, Anna Germani\, Cinzia Tropiano\nproduzione PACTA . dei Teatri\nInvito a Teatro\nFoto Nera Branca \nNel migliore racconto mai scritto sullo sdoppiamento della personalità\, Stevenson\, sperimenta il principio secondo il quale tutto nella persona umana vive al confine del proprio contrario. La nobiltà d’animo vive al confine dell’abiezione\, l’amore ai limiti dell’odio e lo comprende. La storia di Jekyll e Hyde ci obbliga a riconoscere che sotto la pelle di un uomo non c’è un solo individuo ma ce ne sono due. Questo vale per gli uomini\, ma anche per le donne. La parte oscura che non ha sesso\, che si nasconde in ognuno di noi può diventare\, in certi momenti della nostra esistenza\, ben visibile e a tratti prendere anche una forma. \nCiò che noi narriamo e rappresentiamo sul palco è una lettura contemporanea e provocatoria del romanzo di Stevenson\, immaginando che il desiderio represso e nascosto dell’ingenua e curiosa Miss. J prenda il sopravvento sulla sua parte razionale\, liberando così il mostro Mr. Hyde che altro non è che la proiezione amplificata e spettacolarizzata di ciò che la Miss vorrebbe ma che non ha il coraggio di riconoscere e accettare. Certo la narrazione è estrema\, lo spettacolo lo richiede\, ma dietro la violenza di Mr. Hyde si nasconde la fragilità e la paura di una giovane donna\, tratta in inganno dal suo stesso desiderio\, che di fronte all’aggressività di quel desiderio non sa come contenerlo né tanto meno come superarlo. \n In questo libera interpretazione del romanzo di Stevenson\, le cose cambiano\, semplicemente perché chi prende la fatidica pozione è la pronipote del dott. Jekyll\, la quale spinta dalla curiosità di vedere se la pozione ha ancora il suo effetto\, ingerisce l’intruglio e…non succede niente. Almeno in apparenza\, perché nello stesso momento riprende vita il mostro Hyde. Com’è possibile tutto questo?   Miss. Jekyll non si è trasformata\, non ha cambiato i suoi tratti fisici. E poi lei è donna e Hyde è un uomo. Com’è possibile tutto questo? Cos’è veramente accaduto? \nIl terzo personaggio della storia che prende vita nel corso dello sviluppo drammaturgico è la coscienza di Miss Jekyll\, che diventa la parte dialogante e consapevole di ciò che sta accadendo a Miss Jekyll.  Tutto ciò sarà visto con fastidio da Mr. Hyde\, che si muove nella vita della giovane senza rispetto e con fare violento. Di fronte a quel mostro che la insulta\, la deride e la oltraggia\, Miss Jekyll non sa come comportarsi. Ma con l’aiuto della sua coscienza\, comprende che Hyde non è altro che la sua parte malata\, quella parte oscura che si è liberata\, che lei stessa ha liberato e che la mette di fronte all’ambiguità del suo vivere e del suo sentire. La vecchia fiala ritrovata e ingerita non è il motivo scatenante della rinascita di Hyde ma solo la scusa che Miss Jekyll adduce per poter giustificare la rinascita e la presenza nella sua vita di quel mostro. \nUna considerazione finale sorge affrontando questa storia. Inutile comprimere e dimenticare i nostri desideri\, anche quelli più segreti\, senza essere consapevoli che più li nascondiamo e li rimuoviamo dalla nostra coscienza\, più\, prima o poi riusciranno in ogni caso più furiosi e violenti di prima.
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SUMMARY:ALBA – Mollo tutto e cambio vita
DESCRIPTION:drammaturgia Francesco Bianchi\nregia Alberto Oliva\ncon Claudia Bianchi\nvisual design Fulvio Michelazzi (AILD)\nproduzione Claudia Bianchi \nIl nuovo testo del pluripremiato drammaturgo Francesco Bianchi racconta una notte\, e poi un giorno\, nella vita di una donna che ha deciso di mollare tutto. Alba ha un bel lavoro. Ben pagato. Totalizzante. Si sente parte di un ingranaggio perfetto\, dentro la macchina del progresso: efficiente\, performante\, sempre connessa. Finché un giorno riceve un pacco: dentro uno specchio. Uno specchio particolare\, tecnologico\, che parla. Che suggerisce immagini\, paesaggi\, ragionamenti. Che mostra futuri possibili: alcuni luminosi\, altri dove tutto sembra crollare. Da quel momento Alba comincia a dubitare. Trasforma in domanda ciò che prima era routine. E impara a conoscere meglio ALBA\, la voce che abita lo specchio: forse un’intelligenza artificiale\, forse la parte di sé che aveva smesso di ascoltare. Alba cerca la libertà\, un’uscita\, una nuova vita in cui potersi guardare allo specchio ed essere finalmente felice. Ma è un’immagine pericolosa: attraversare lo specchio è un viaggio \nintricato\, che può far male. Forse\, però\, è l’alba di qualcosa di nuovo. \nIl cuore del racconto è il conflitto tra chi vuole cambiare e chi sa che cambiare non basta. Alba si licenzia\, crede di liberarsi\, ma A. continua a interrogarla: chi resta quando ti togli di dosso il ruolo\, il lavoro\, la produttività? Lo spettacolo segue questo duello interiore fino alla rivelazione finale: A. non è un’IA\, ma la sua stessa coscienza. \nALBA è il viaggio di una donna che smette di funzionare come ingranaggio e prova a guardarsi davvero\, accettando la vertigine e la possibilità di rinascere. Non un’epica fuga\, ma una rivoluzione quotidiana: scegliere la propria voce\, anche quando fa paura. La libertà è una fatica quotidiana: mollare tutto non significa fuggire\, ma imparare a guardarsi davvero.
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DESCRIPTION:drammaturgia Francesco Bianchi\nregia Alberto Oliva\ncon Claudia Bianchi\nvisual design Fulvio Michelazzi (AILD)\nproduzione Claudia Bianchi \nIl nuovo testo del pluripremiato drammaturgo Francesco Bianchi racconta una notte\, e poi un giorno\, nella vita di una donna che ha deciso di mollare tutto. Alba ha un bel lavoro. Ben pagato. Totalizzante. Si sente parte di un ingranaggio perfetto\, dentro la macchina del progresso: efficiente\, performante\, sempre connessa. Finché un giorno riceve un pacco: dentro uno specchio. Uno specchio particolare\, tecnologico\, che parla. Che suggerisce immagini\, paesaggi\, ragionamenti. Che mostra futuri possibili: alcuni luminosi\, altri dove tutto sembra crollare. Da quel momento Alba comincia a dubitare. Trasforma in domanda ciò che prima era routine. E impara a conoscere meglio ALBA\, la voce che abita lo specchio: forse un’intelligenza artificiale\, forse la parte di sé che aveva smesso di ascoltare. Alba cerca la libertà\, un’uscita\, una nuova vita in cui potersi guardare allo specchio ed essere finalmente felice. Ma è un’immagine pericolosa: attraversare lo specchio è un viaggio \nintricato\, che può far male. Forse\, però\, è l’alba di qualcosa di nuovo. \nIl cuore del racconto è il conflitto tra chi vuole cambiare e chi sa che cambiare non basta. Alba si licenzia\, crede di liberarsi\, ma A. continua a interrogarla: chi resta quando ti togli di dosso il ruolo\, il lavoro\, la produttività? Lo spettacolo segue questo duello interiore fino alla rivelazione finale: A. non è un’IA\, ma la sua stessa coscienza. \nALBA è il viaggio di una donna che smette di funzionare come ingranaggio e prova a guardarsi davvero\, accettando la vertigine e la possibilità di rinascere. Non un’epica fuga\, ma una rivoluzione quotidiana: scegliere la propria voce\, anche quando fa paura. La libertà è una fatica quotidiana: mollare tutto non significa fuggire\, ma imparare a guardarsi davvero.
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SUMMARY:ROSSO\, DI SERA – Frammenti dagli anni di piombo
DESCRIPTION:In prima assoluta \ndi Riccardo Mini e Lorena Nocera\ndrammaturgia Riccardo Mini\nregia Lorena Nocera\nCast in via di definizione\nproduzione PACTA . dei Teatri e Scuderia Carillon (in residenza) \nDa piazza Fontana al rapimento Moro\, dalle bombe sui treni e nelle stazioni alle esecuzioni per strada di magistrati\, politici e gente comune\, l’Italia ha vissuto\, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta\, una delle sue stagioni più buie: il terrorismo.\nPercorrendo la statale che da Acqui Terme va verso Savona\, tra Arzello e Castelletto d’Erro\, un viottolo ghiaioso conduce a un pianoro dove sorge\, avvolta nel silenzio\, la Cascina Spiotta: una casa colonica in pietra fra la vigna e gli alberi da frutto. Là\, nel giugno del 1975\, un sequestro di Brigate Rosse finisce nel sangue\, e Margherita Cagol — Mara — muore in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Rosso\, di sera inizia da qui: un’indagine sui sogni\, sulle speranze e sulle illusioni che hanno reso possibile l’abbaglio di una generazione. Oggi\, davvero ne siamo usciti?
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DESCRIPTION:In prima assoluta \ndi Riccardo Mini e Lorena Nocera\ndrammaturgia Riccardo Mini\nregia Lorena Nocera\nCast in via di definizione\nproduzione PACTA . dei Teatri e Scuderia Carillon (in residenza) \nDa piazza Fontana al rapimento Moro\, dalle bombe sui treni e nelle stazioni alle esecuzioni per strada di magistrati\, politici e gente comune\, l’Italia ha vissuto\, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta\, una delle sue stagioni più buie: il terrorismo.\nPercorrendo la statale che da Acqui Terme va verso Savona\, tra Arzello e Castelletto d’Erro\, un viottolo ghiaioso conduce a un pianoro dove sorge\, avvolta nel silenzio\, la Cascina Spiotta: una casa colonica in pietra fra la vigna e gli alberi da frutto. Là\, nel giugno del 1975\, un sequestro di Brigate Rosse finisce nel sangue\, e Margherita Cagol — Mara — muore in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Rosso\, di sera inizia da qui: un’indagine sui sogni\, sulle speranze e sulle illusioni che hanno reso possibile l’abbaglio di una generazione. Oggi\, davvero ne siamo usciti?
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DESCRIPTION:In prima assoluta \ndi Riccardo Mini e Lorena Nocera\ndrammaturgia Riccardo Mini\nregia Lorena Nocera\nCast in via di definizione\nproduzione PACTA . dei Teatri e Scuderia Carillon (in residenza) \nDa piazza Fontana al rapimento Moro\, dalle bombe sui treni e nelle stazioni alle esecuzioni per strada di magistrati\, politici e gente comune\, l’Italia ha vissuto\, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta\, una delle sue stagioni più buie: il terrorismo.\nPercorrendo la statale che da Acqui Terme va verso Savona\, tra Arzello e Castelletto d’Erro\, un viottolo ghiaioso conduce a un pianoro dove sorge\, avvolta nel silenzio\, la Cascina Spiotta: una casa colonica in pietra fra la vigna e gli alberi da frutto. Là\, nel giugno del 1975\, un sequestro di Brigate Rosse finisce nel sangue\, e Margherita Cagol — Mara — muore in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Rosso\, di sera inizia da qui: un’indagine sui sogni\, sulle speranze e sulle illusioni che hanno reso possibile l’abbaglio di una generazione. Oggi\, davvero ne siamo usciti?
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SUMMARY:ALBA – Mollo tutto e cambio vita
DESCRIPTION:drammaturgia Francesco Bianchi\nregia Alberto Oliva\ncon Claudia Bianchi\nvisual design Fulvio Michelazzi (AILD)\nproduzione Claudia Bianchi \nIl nuovo testo del pluripremiato drammaturgo Francesco Bianchi racconta una notte\, e poi un giorno\, nella vita di una donna che ha deciso di mollare tutto. Alba ha un bel lavoro. Ben pagato. Totalizzante. Si sente parte di un ingranaggio perfetto\, dentro la macchina del progresso: efficiente\, performante\, sempre connessa. Finché un giorno riceve un pacco: dentro uno specchio. Uno specchio particolare\, tecnologico\, che parla. Che suggerisce immagini\, paesaggi\, ragionamenti. Che mostra futuri possibili: alcuni luminosi\, altri dove tutto sembra crollare. Da quel momento Alba comincia a dubitare. Trasforma in domanda ciò che prima era routine. E impara a conoscere meglio ALBA\, la voce che abita lo specchio: forse un’intelligenza artificiale\, forse la parte di sé che aveva smesso di ascoltare. Alba cerca la libertà\, un’uscita\, una nuova vita in cui potersi guardare allo specchio ed essere finalmente felice. Ma è un’immagine pericolosa: attraversare lo specchio è un viaggio \nintricato\, che può far male. Forse\, però\, è l’alba di qualcosa di nuovo. \nIl cuore del racconto è il conflitto tra chi vuole cambiare e chi sa che cambiare non basta. Alba si licenzia\, crede di liberarsi\, ma A. continua a interrogarla: chi resta quando ti togli di dosso il ruolo\, il lavoro\, la produttività? Lo spettacolo segue questo duello interiore fino alla rivelazione finale: A. non è un’IA\, ma la sua stessa coscienza. \nALBA è il viaggio di una donna che smette di funzionare come ingranaggio e prova a guardarsi davvero\, accettando la vertigine e la possibilità di rinascere. Non un’epica fuga\, ma una rivoluzione quotidiana: scegliere la propria voce\, anche quando fa paura. La libertà è una fatica quotidiana: mollare tutto non significa fuggire\, ma imparare a guardarsi davvero.
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DESCRIPTION:da “L’orchessa e altri racconti” di Irène Némirovsky – Adelphi Edizioni\ntraduzione di Simona Mambrini\ndrammaturgia e regia Paolo Bignamini\ncon Annig Raimondi e Paola Romanò\nscene e disegno luci Fulvio Michelazzi (AILD)\ncostumi Nir Lagziel\nassistenti alla regia Diego Villalón\nfoto Emma Terenzio\nproduzione PACTA . dei Teatri \nIrène Némirovsky rappresenta uno dei più affascinanti casi letterari del Novecento. La sua vasta produzione letteraria e il suo enorme talento lasciano senza parole\, soprattutto se considerati alla luce della sua troppo breve vita\, terminata tragicamente nel 1942 nella follia di Auschwitz. \nAccanto a sedici romanzi\, l’autrice nata a Kiev nel 1903 e poi fuggita dalla Russia fino a giungere a stabilirsi in Francia\, ha scritto anche folgoranti testi brevi. Racconti che hanno al loro centro i temi portanti della sua opera e che sono cesellati con una maestria e una maturità sempre sorprendenti. \n“L’orchessa” è una sorta di fiaba cupa che riflette il carattere sinistro del reale e dove\, come dice Italo Calvino delle fiabe\, “la vita di tutti i giorni è una vita in cui si è mangiati vivi\, in cui si è sbranati. E questo la fiaba lo dice nella maniera più evidente attraverso il lupo\, attraverso l’orco\, attraverso il drago”. \nNe L’orchessa ritornano – come si può leggere nella nota di presentazione all’edizione italiana pubblicata da Adelphi – “i temi che sono cari all’autrice: il destino di rassegnazione e di attesa che segna la vita di molte donne\, la solitudine astiosa in cui invecchiano molte altre\, gli oltraggi che il tempo infligge alla bellezza\, la nostalgia del passato\, il rapporto tra madri e figlie. E ritroviamo anche l’irresistibile malìa della sua petite musique\, di quello stile incantatorio che unisce l’estrema raffinatezza alla massima naturalezza”. \n“Una storia – spiega il regista e drammaturgo Paolo Bignamini – che vira dal grottesco al tragico\, riverberando sul lettore (e\, nel nostro caso\, sullo spettatore) attonito la determinazione prevaricatrice di una madre sulle figlie e di una donna su un’altra donna. Una dissezione quasi entomologica del carattere umano\, impietosa nel descrivere l’inconsapevolezza colpevole con la quale le protagoniste condannano alla soccombenza figlie e amiche\, proiettando su di loro la propria ambizione e la propria frustrazione”. \nNello spettacolo Annig Raimondi e Paola Romanò abitano le parole di Irène Némirovsky\, in un percorso tra parole e musica che associa due diversi racconti dell’autrice (L’orchessa e La confidente) accostati da Bignamini a partire da una suggestione\, da un rimando\, da un’associazione di immagini; un affresco teatrale essenziale e significativo\, alla ricerca della profondità e della leggerezza che l’opera di Némirovsky ha lasciato alla contemporaneità: vertigine e quotidiano\, oro e cenere\, vita e morte.
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SUMMARY:Tante storie per una costituzione
DESCRIPTION:con Alessandro Pazzi\nprogetto\, regia e video di Lorenzo Vergani\nproduzione PACTA . dei Teatri\nFoto Lorenzo Vergani \nUn reading interattivo per approfondire i principi della Repubblica italiana attraverso le parole di grandi scrittori italiani del dopoguerra. Ognuno dei 12 principi fondamentali della Costituzione italiana trova un controcanto in un’opera narrativa specifica dell’Italia repubblicana. Il tutto sotto forma di reading interattivo. Attraverso un’interfaccia proiettata in sala\, i presenti saranno di volta in volta chiamati a scegliere tra i 12 articoli relativi ai principi fondamentali della Costituzione\, celati da altrettante icone. Una volta effettuata la scelta dell’articolo\, questo sarà letto e spiegato\, e sarà svelata l’opera narrativa che in maniera diretta o indiretta ha trattato il tema al centro dell’articolo.\nIn seguito\, il brano sarà introdotto e letto dall’attore presente in scena\, il tutto per sei o sette turni.
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SUMMARY:Carlo! – Le memorie
DESCRIPTION:dalle Memorie di Goldoni\ndrammaturgia Gaetano D’Amico\nregia Omar Nedjari\ncon Francesco Migliaccio\ncon il sostegno di Compagnia Università degli Studi. Arcus Milano \nUn uomo davanti a un pubblico\, in uno spazio teatrale. È un attore? È un autore? Solo gradualmente capiamo che le parole che dice sono quelle di Carlo Goldoni — o meglio\, che quell’uomo è abitato da Goldoni: uno spirito del teatro\, forse un fantasma\, forse l’anima stessa dell’autore\, che si impossessa dell’attore venuto a raccontarlo per provare a mettere ordine nella propria vita. Aveva più di ottant’anni quando la pensione che gli garantiva la sopravvivenza gli fu tolta dalla Rivoluzione francese\, quella stessa rivoluzione in cui aveva riposto le ultime speranze; gli era rimasto un solo occhio buono. Ha ancora la voce. E decide di parlare. È Carlo Goldoni\, ma è anche qualcosa di più: è la voce di chiunque abbia dedicato la vita a riformare il teatro\, a combattere contro la mediocrità compiacente\, contro le «arrostite» e le «minchionate» che il pubblico si aspetta e i potenti preferiscono. Un uomo che ha sempre creduto che il teatro potesse cambiare le cose — e che ora\, sul finire della vita\, misura con lucidità tutto ciò che gli è costata quella convinzione. CARLO! – Le Memorie è un monologo serrato e visionario che attraversa sei decenni di vita\, di fallimenti\, di vittorie fulminee e di nuove sconfitte. Goldoni racconta in prima persona: i suoi esordi disastrosi a Milano nel 1734\, i duelli con compositori come Vivaldi\, gli scontri con compagnie di giro restie alla novità\, la conquista del pubblico veneziano a colpi di commedie dialogate\, la sfida delle sedici commedie in un anno\, l’approdo a Parigi come insegnante di italiano alle figlie di Luigi XV — e infine la Rivoluzione che gli toglie la pensione mentre lui compie ottantasei anni. Al centro di tutto torna\, ossessiva\, una frase sentita in gioventù da un impresario cinico: «La spesa di due attori». Una battuta sull’economia del teatro che si trasforma nel corso del monologo in metafora generale — dell’avarizia culturale\, del conservatorismo degli apparati\, del disprezzo sistematico per chi vuole rinnovare. Goldoni la ripete\, con ironia crescente\, fino a trasformarla in una domanda rivolta al presente: finiremo per fare spettacoli con un solo attore per non far troppa spesa? Il testo non è una celebrazione. È un processo. Goldoni esamina se stesso senza indulgenza: i debiti\, il vizio del gioco\, la fuga da Venezia\, i compromessi a corte\, l’incapacità di chiedere. Ma è anche un atto di resistenza: la memoria di chi ha combattuto perché il teatro fosse scritto dalla prima all’ultima battuta\, perché i personaggi avessero carattere e non solo maschere\, perché la scena potesse dire qualcosa di vero sulla vita delle persone comuni. Infine\, il monologo si chiude su un appello diretto all’Assemblea Costituente — e al pubblico in sala. Goldoni rivendica il suo posto tra i rivoluzionari. Non con le armi\, ma con la penna. E chiede\, con l’ultima energia che gli rimane\, che la sua pensione venga mantenuta almeno alla moglie dopo la sua morte. Una richiesta mite\, umana\, quasi inattesa — che improvvisamente rivela tutto il peso di una vita passata a dare voce agli altri senza mai sapere davvero chiedere per sé.
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DESCRIPTION:In prima assoluta \nSpettacolo di Arti dell’India \nprogetto Roberta Anabasiarteinmovimento\ncoordinamento artistico e composizione Roberta Cavicchioli\ndanza\, teatrodanza Bharatanatyam Bharatanrityam\, Karana Roberta Cavicchioli e altre danzatrici\nKalaripayattu Vinildas Gurukkal\ncanto carnatico Malini Viswanath\ndisegno luci Roberta Cavicchioli \nDanza\, suoni\, canto\, arti marziali\, immagini\, forme\, colori\, contrasti\, connessioni tra l’immaginario\ne il reale dell’India di ieri e di oggi. Teatrodanza indiano stile Bharatanatyam e Bharatanrityam\,\nKarana\, disegni e geometrie del corpo che danza\, Kalaripayattu\, la più antica arte marziale: l’India\ncon il suo linguaggio e il vocabolario ricco di gesti\, suoni e ritmi scatena emozioni e sentimenti\ncontrastanti\, meraviglia e stupore\, integrazione e connessione tra individui in una dimensione\ncollettiva e comunitaria\, unione nelle differenze\, partecipazione al rito e al mistero della vita.
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