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SUMMARY:Carlo! – Le memorie
DESCRIPTION:dalle Memorie di Goldoni\ndrammaturgia Gaetano D’Amico\nregia Omar Nedjari\ncon Francesco Migliaccio\ncon il sostegno di Compagnia Università degli Studi. Arcus Milano \nUn uomo davanti a un pubblico\, in uno spazio teatrale. È un attore? È un autore? Solo gradualmente capiamo che le parole che dice sono quelle di Carlo Goldoni — o meglio\, che quell’uomo è abitato da Goldoni: uno spirito del teatro\, forse un fantasma\, forse l’anima stessa dell’autore\, che si impossessa dell’attore venuto a raccontarlo per provare a mettere ordine nella propria vita. Aveva più di ottant’anni quando la pensione che gli garantiva la sopravvivenza gli fu tolta dalla Rivoluzione francese\, quella stessa rivoluzione in cui aveva riposto le ultime speranze; gli era rimasto un solo occhio buono. Ha ancora la voce. E decide di parlare. È Carlo Goldoni\, ma è anche qualcosa di più: è la voce di chiunque abbia dedicato la vita a riformare il teatro\, a combattere contro la mediocrità compiacente\, contro le «arrostite» e le «minchionate» che il pubblico si aspetta e i potenti preferiscono. Un uomo che ha sempre creduto che il teatro potesse cambiare le cose — e che ora\, sul finire della vita\, misura con lucidità tutto ciò che gli è costata quella convinzione. CARLO! – Le Memorie è un monologo serrato e visionario che attraversa sei decenni di vita\, di fallimenti\, di vittorie fulminee e di nuove sconfitte. Goldoni racconta in prima persona: i suoi esordi disastrosi a Milano nel 1734\, i duelli con compositori come Vivaldi\, gli scontri con compagnie di giro restie alla novità\, la conquista del pubblico veneziano a colpi di commedie dialogate\, la sfida delle sedici commedie in un anno\, l’approdo a Parigi come insegnante di italiano alle figlie di Luigi XV — e infine la Rivoluzione che gli toglie la pensione mentre lui compie ottantasei anni. Al centro di tutto torna\, ossessiva\, una frase sentita in gioventù da un impresario cinico: «La spesa di due attori». Una battuta sull’economia del teatro che si trasforma nel corso del monologo in metafora generale — dell’avarizia culturale\, del conservatorismo degli apparati\, del disprezzo sistematico per chi vuole rinnovare. Goldoni la ripete\, con ironia crescente\, fino a trasformarla in una domanda rivolta al presente: finiremo per fare spettacoli con un solo attore per non far troppa spesa? Il testo non è una celebrazione. È un processo. Goldoni esamina se stesso senza indulgenza: i debiti\, il vizio del gioco\, la fuga da Venezia\, i compromessi a corte\, l’incapacità di chiedere. Ma è anche un atto di resistenza: la memoria di chi ha combattuto perché il teatro fosse scritto dalla prima all’ultima battuta\, perché i personaggi avessero carattere e non solo maschere\, perché la scena potesse dire qualcosa di vero sulla vita delle persone comuni. Infine\, il monologo si chiude su un appello diretto all’Assemblea Costituente — e al pubblico in sala. Goldoni rivendica il suo posto tra i rivoluzionari. Non con le armi\, ma con la penna. E chiede\, con l’ultima energia che gli rimane\, che la sua pensione venga mantenuta almeno alla moglie dopo la sua morte. Una richiesta mite\, umana\, quasi inattesa — che improvvisamente rivela tutto il peso di una vita passata a dare voce agli altri senza mai sapere davvero chiedere per sé.
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