Tariffa intera
€ 20
Ridotto Box Cultura
€ 10
testo Heiner Müller
traduzione di Saverio Vertone
per gentile concessione dell’Agenzia Danesi Tolnay
ideazione, regia, spazio Agata Tomšič / ErosAntEros
musiche e sound design Matevž Kolenc
con Agata Tomšič
costumi bàste sartoria
disegno luci Gianni Gamberini
assistente al movimento Francesca Frani Dibiase
direzione tecnica e cura degli allestimenti Vincenzo Scorza
consulenti scientifiche Benedetta Bronzini, Anja Quickert, Daniela Sacco
produzione ErosAntEros
in residenza presso Artificerie Almagià POLIS Teatro Festival, Teatro di Dioniso Officina Anacoleti #ogniluogoèunteatro
con il supporto di Internationale Heiner Müller Gesellschaft
con il patrocinio di Goethe-Institut Mailand
Donna, madre, dea, strega, amante, assassina, ma anche migrante, straniera, barbara, schiava, richiedente asilo; in fuga dalla propria terra, tradita dall’uomo a cui ha dato fedeltà assoluta e da lui privata di tutti i diritti. Scegliere di lavorare sui materiali composti da Heiner Müller per la figura di Medea, vuole dire affacciarsi a un mito di origini antiche: femminista, antipatriarcale, decoloniale; estremamente potente ed eloquente nel nostro presente.
Composta in diversi momenti tra il 1949 e il 1982, la Medea di Müller si sviluppa in tre parti:
– Riva abbandonata, situata a Strausberg, dove si svolse l’ultima battaglia con i carri armati della Seconda guerra mondiale, quartier generale dell’Armata nazionale popolare della DDR, “potrebbe essere rappresentata durante un peep-show”;
– Materiale per Medea, “stenogramma di una disputa d’onore all’ultimo stadio” tratto da Seneca, Euripide, Hans Henny Jahnn;
– Paesaggio con Argonauti, ispirata a Wasteland ed Ezra Pound, “presuppone le catastrofi che l’umanità sta attualmente preparando”.
In un’intervista del 1983, l’autore afferma che oggi “il voyeur ha la possibilità di pagare un buon posto da cui osservare indisturbato il maggior numero possibile di catastrofi”. Queste parole sono una chiave per comprendere lo spazio scenico dello spettacolo e il suo rapporto con lo sguardo del pubblico, specialmente nella terza parte del lavoro, dove, grazie a un ribaltamento di prospettiva, gli spettatori divengono corresponsabili delle catastrofi in cui viviamo e che ci attendono.
Lo spettacolo prosegue il percorso di ricerca vocale-sonora di Agata Tomšič manipolando un materiale testuale difficile, vivo, scottante, radicale, mettendolo in relazione con una particolare ambientazione audio-luci. Per farlo si affida alla collaborazione con Matevž Kolenc, compositore, arrangiatore e produttore musicale, nominato ai Premi Ubu 2024 insieme alla band cult slovena Laibach per il progetto sonoro di Santa Giovanna dei Macelli.
Nero-buio-assoluto e bronzo-oro-Sole, sono i protagonisti di un dispositivo visivo dove la luce è dosata con il contagocce per lasciare alla dimensione sonora un ruolo preponderante. Un omaggio alle opere musive ravennati, fonte d’ispirazione delle donne fatali di Gustav Klimt e dei quadri tattili di Alberto Burri, icone contemporanee dove il sacro e il profano si incontrano, come nelle origini dell’Imperatrice Teodora, di Medea, delle Amazzoni, native delle regioni che si affacciano sul Mar Nero.
